Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  luglio 19 Giovedì calendario

GIOVANNA FAVRO

C’era una volta la hostess con la maiuscola. Quaranta o cinquanta anni fa, era in cima ai sogni erotici dei maschi italiani. Anche per le ragazze, quello dell’assistente di volo era un mito: elegante ed emancipata in un paese di donne col velo nero in testa, l’hostess sapeva le lingue e girava il mondo. Se una volta le teenagers volevano diventare non veline, ma «ragazze volanti», e se per i maschi il solo nominarle significava tutto un incendiarsi di fantasie, molto di questo immaginario dipendeva dal vestito. La divisa. Che negli anni è mutata tanto da raccontare, oltre all’evoluzione dell’Alitalia, anche la storia del costume del nostro Paese.
A firmarne gli abiti sono stati quasi sempre stilisti di fama, incaricati di mostrare sugli aerei della compagnia di bandiera la moda e l’immagine italiana nel mondo. Si cominciò nel 1950 con le sorelle Fontana. Disegnarono una gonna abbondantemente sotto il ginocchio, longuette, e una camicetta accollata fin sotto il mento.
Dieci anni dopo, le divise diventano del color carta da zucchero scelto da Delia Biagiotti. La gonna batte sul ginocchio, la camicia bianca si porta aperta a V. Dello stesso periodo - il 1966 - è la divisa di Tita Rossi, con la gonna a portafoglio che consente alle gambe di occhieggiare ad ogni passo. Sono anni di lusso. Ogni mise è confezionata sulle misure di ciascuna hostess. A bordo, il passeggero riceve tazzine per il saké e saliere, oltre all’occorrente per scrivere e i settimanali. Il lusso andrà scemando di pari passo agli stipendi delle ragazze, oggi alle prese anche con il precariato e il lavoro flessibile. Niente a che vedere con i 5 milioni al mese che ricevevano dopo 10 anni di servizio negli anni Settanta.
E’ un tempo in cui l’aspetto è curato da Mila Schön. Arrivano gli stivali alla Barbarella, poi le camicie con lunghissimi colli a punta di Florence Marzotto. E’ il 1987 quando scompare un accessorio ormai datato. Il cappellino. Le giovani italiane hanno smesso da un pezzo di coprirsi la testa, e Renato Balestra riveste le hostess con cappottoni dalle spalle imbottite. Prevede, se non una cravatta, un nastrino di seta scuro al collo. Penserà Giorgio Armani, nel 1991, a mandarli in soffitta con la sua «divisa non divisa», un tailleur a gonna diritta che esplora la gamma dei verdi, dal muschio all’oliva. Degli anni Duemila è l’ultima rivoluzione del look, paradigma di un mutamento che da tempo fa virare soldi e emblemi di sensualità altrove, dalle modelle alle veline. L’ultima barriera infranta è il fruscìo delle calze di nylon abbinato all’ancheggiare nei corridoi. Le hostess ottengono, dopo anni di trattativa, di indossare i pantaloni. Con le gambe al vento e le gonnelline corte morivano di freddo se si trattava d’atterrare a Mosca. E nei paesi arabi le guardavano pure maluccio.

Stampa Articolo