Francesco La Licata, La Stampa 19/7/2007, 19 luglio 2007
Non esiste un codice segreto, il cosiddetto «Codice Provenzano», che - dietro nobili parole rubate alla Bibbia o ad altri Testi sacri - nasconda un cifrario assassino capace di impartire ordini all’intera organizzazione
Non esiste un codice segreto, il cosiddetto «Codice Provenzano», che - dietro nobili parole rubate alla Bibbia o ad altri Testi sacri - nasconda un cifrario assassino capace di impartire ordini all’intera organizzazione. Don Binu, dunque, non è quel gran sacerdote amanuense, un po’ ispirato, ascetico e parco fino a nutrirsi di miele e cicoria. No, il padrino - stando alle conclusioni cui sono giunti i tanti esperti chiamati ad «indagare» le bibbie sequestrate all’attempato capomafia - è solo un contadino descolarizzato che fa ricorso alla prosa del Vecchio Testamento per apprendere l’arte del carisma e imparare parole che lo facciano apparire al suo «popolo» un distillato di saggezza. La favola del «Codice Provenzano» era nata quando a Montagna dei Cavalli, nel nascondiglio dove viveva in clandestinità il padrino, furono trovati i famigerati «pizzini», infarciti di abbondanti citazioni bibliche, e un numero esagerato (quattro o cinque) di «Libri» (cioè Bibbie) pieni di contrassegni, annotazioni e segni definiti criptici. L’equivoco fu alimentato anche dalla confusione di termini adoperati per descrivere il «sistema» con cui il boss regolava i suoi rapporti epistolari con l’esterno, e il cifrario numerico che copriva l’identità dei numerosi destinatari della sua fitta corrispondenza. Certo, esistono un sistema e un codice Provenzano (correttamente illustrati in un buon libro scritto dal giornalista Salvo Palazzolo e dal magistrato Michele Prestipino) che riguardano le regole di Cosa nostra, ma non si tratta di nulla di criptato attraverso i versetti della Bibbia. Eppure per più di un anno i «Libri» sequestrati a Provenzano sono stati oggetto di studio di specialisti sparsi per il mondo: il Servizio centrale operativo della Polizia di Roma, un coltissimo sacerdote esperto di Testi sacri che vive in un convento di Ascoli e l’ufficio del Fbi di Washington. Dopo mesi e mesi sono arrivati i primi due responsi, quello dello Sco di Roma e una lapidaria conferma al lavoro della polizia italiana, affidata al portavoce del Fbi, Stephen Kodak, che - condividendo lo scetticismo italiano - afferma: «E’ corretto dire che non esiste alcun codice». Parola di esperti capaci di strappare, se ve ne sono, segreti protetti da collaudatissimi codici terroristici. La spiegazione dell’atteggiamento negazionistico del Fbi arriverà quando gli americani ufficializzeranno con un rapporto. Per il momento bisogna fare riferimento all’analisi del Servizio centrale operativo di Roma. Il senso della conclusione, trasmessa alla magistratura, è che appare difficile l’esistenza di una chiave segreta nel mare di «pizzini» che spesso tradiscono la consegna della riservatezza, indicando alcuni personaggi con nome e cognome. L’unica cosa che somigli a un codice, dicono gli esperti, «è quella che vede i nomi degli appartenenti all’organizzazione, ma non tutti e non sempre, sostituiti da sigle numeriche». Spesso, invece, «i corrispondenti di Provenzano ricorrono a giri di parole (facilmente intellegibili ndr) quello che si chiama come il tuo paesano, usano iniziali, nomi di battesimo o appellativi (l’irresponsabile)». L’attribuzione di ciascuna sigla, inoltre, non sembra patrimonio dell’intera organizzazione, e lo stesso Provenzano - scrivono gli esperti - «è costretto a scriversi veri e propri promemoria» per non confondersi. Il ricorso alla numerazione, inoltre, appare abbastanza banale, tanto che in breve tempo gli investigatori hanno scoperto le varie identità, visto che la prima indicazione era quasi sempre seguita da elementi caratterizzanti abbastanza scoperti. Per esempio se il boss Messina Denaro comunica che «il mio parente» avrà il n.121 è indubbio che sta parlando del cognato (il parente) Filippo Guttadauro. Un altro tentativo criptico risale ai pizzini trovati prima della cattura di Provenzano, laddove il padrino interloquiva col figlio Angelo usando il sistema proprio del crittogramma dell’enigmistica: numero uguale per lettera uguale. Un sistema proprio elementare. E le Bibbie? Le pagine risultano quasi tutte segnate e sottolineate, evidenziate con adesivi e post-it ritagliati forse con un bisturi trovato nel covo. Spesso Provenzano usava gli adesivi recuperati dalle musicassette che gli arrivavano, quindi la Bibbia risulta segnata anche con cuoricini vari o addirittura con chitarrine ed altri disegni. Ma lui la Bibbia la leggeva davvero e segnava soprattutto le parole difficili che non capiva. Allora faceva ricorso al dizionario che incrociava col testo per lui incomprensibile ed annotava: «Rileggere tutto». Voci e freccette Così è stato per venire a capo della voce «temperanza» e del termine «rabbino». C’è un frammento particolarmente «lavorato» ed è tratto dal capitolo 6 del Libro dei Numeri dell’Antico Testamento. A Provenzano - rileva l’analista - interessava il contenuto e non le singole parole. Le voci approfondite riguardavano il Pregare, la Preghiera, l’Ordine e la Giustizia. «In generale - è la conclusione - due sembrano gli aspetti che destano maggiore interesse, in relazione al numero di freccette (segni apposti da Provenzano ndr): quello delle frasi ad effetto, da copiare, riscrivere e riutilizzare, magari con un minimo di rielaborazione, per impreziosire e rendere più autorevoli e carismatici i propri scritti, e quello relativo agli attributi, ai doveri ed alle responsabilità del "capo"». E infatti Provenzano sceglie la formula detta «della benedizione» che usa a piè sospinto: «Ti benedica il Signore e ti protegga» (verso 24); «Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio!» (verso 25); «Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace» (verso 26). L’analisi dello Sco, inoltre, prende in considerazione la possibilità dell’esistenza di analogie tra le regole di Cosa nostra e «precetti che si incontrano nell’Antico Testamento». La ricerca è destinata al nulla, almeno fino a che non troverà riscontro la voce diffusa dell’esistenza di un atto costitutivo della mafia che gli uomini d’onore chiamano Bibbia. Ne parlano i collaboratori Leonardo Messina, Buscetta, Nino Giuffrè ed altri. Ma nessuna «Costituzione» di Cosa nostra è mai stata trovata, anche se appare probabile che esista veramente. Una vulgata non troppo affidabile ipotizza che adesso venga custodita da Matteo Messina Denaro che l’avrebbe ricevuta in consegna da Totò Riina, insieme col famoso «papello», cioè le richieste di Cosa nostra allo Stato per far interrompere l’attività stragista. Stampa Articolo