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 2007  luglio 19 Giovedì calendario

Nella polemica sul ruolo dei senatori a vita il presidente del Consiglio e il presidente del Senato hanno perentoriamente richiamato la Costituzione repubblicana che attribuisce loro gli stessi diritti dei senatori eletti

Nella polemica sul ruolo dei senatori a vita il presidente del Consiglio e il presidente del Senato hanno perentoriamente richiamato la Costituzione repubblicana che attribuisce loro gli stessi diritti dei senatori eletti. Ma l’art. 59 secondo comma della Costituzione stabilisce che il presidente della Repubblica può nominare senatori a vita «cittadini che hanno illustrato la patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario». Che cosa c’entra con questo dettato dell’art. 59, per esempio, Emilio Colombo e altri autorevoli uomini politici premiati con la nomina a senatori a vita? Ed è possibile immaginare che la Patria possa venire illustrata da cittadini che rappresentano le idee politiche di una metà del popolo italiano mentre l’altra metà non riesce mai a esprimere nulla? A chi spaccia questa singolare vicenda del governo Prodi, che ha avuto la fiducia di tutti i senatori a vita, come speculare a quella vissuta per la fiducia al primo governo Berlusconi, ricordo che il 18 maggio del 1994 i senatori a vita si spaccarono votando tre a favore (Giovanni Agnelli, Francesco Cossiga e Giovanni Leone), tre contrari (Giulio Andreotti, Francesco De Martino e Leo Valiani), due astenuti (Giovanni Spadolini e Paolo Emilio Taviani) e tre assenti (Bo, Bobbio e Fanfani). on. Carlo Giovanardi Caro Giovanardi, se qualcuno proponesse di modificare oggi l’art. 59 della Costituzione, commetterebbe un errore. Non si cambia una regola costituzionale, dopo l’inizio di una nuova legislatura, semplicemente perché giova a una parte politica e non piace all’altra. Ma se qualcuno trattasse il problema come irrilevante e sostenesse che l’art. 59 va bene com’è, commetterebbe a mio avviso un errore ancora più grave. Quando vollero che il presidente della Repubblica avesse il diritto di nominare cinque senatori a vita per i motivi elencati nella sua lettera, i costituenti non pensavano che la sorte d’un governo potesse dipendere dal loro voto. Credevano che un pizzico di uomini illustri avrebbe aggiunto decoro alla Camera Alta e che ogni senatore a vita avrebbe potuto illuminare i suoi colleghi ogniqualvolta il Senato fosse stato chiamato ad affrontare questioni in cui lui, o lei, aveva accumulato nel corso della sua vita una particolare competenza. Ma la prassi, con il passare del tempo, è cambiata. Vi sono ancora senatori a vita che hanno meriti sociali, scientifici, artistici o letterari, ma la maggioranza è stata formata per molto tempo da ex presidenti della Repubblica (come Ciampi, Cossiga, Scalfaro) e da veterani della politica (ieri Fanfani, De Martino, Napolitano, Spadolini, Taviani, oggi Andreotti e Colombo). So che molti di essi hanno scritto libri e tenuto cattedre universitarie. Ma soltanto uno sfacciato bugiardo potrebbe sostenere che Andreotti è stato nominato per il suo saggio sull’omicidio di Pellegrino Rossi, De Martino per i suoi studi di diritto romano, Fanfani per i suoi trattati di storia economica, Spadolini per i suoi libri sul Risorgimento e Taviani per le sue ricerche su Cristoforo Colombo. Sono diventati senatori a vita perché la classe politica ha deciso di utilizzare l’art. 59 per premiare e decorare se stessa. Questa evoluzione avrebbe avuto, tutto sommato, scarsa importanza se i senatori a vita si fossero imposti una sorta di autodisciplina. Avrebbero potuto partecipare ai dibattiti e dare alla discussione il contributo della loro esperienza, ma uscire dall’Aula al momento del voto ed evitare, in tal modo, di essere determinanti. Ma hanno preferito rivendicare la pienezza dei loro diritti, come se un problema di questo genere potesse venire affrontato e risolto in termini esclusivamente giuridici. E lo hanno fatto per di più in un momento in cui, grazie agli incerti risultati di due pessime leggi (quella del governo Berlusconi per le elezioni nazionali e quella per il voto degli italiani all’estero) nessuno può dire con esattezza quale sia la geografia politica del Paese. E’ giusto in queste circostanze, che la sopravvivenza del governo dipenda dal voto di chi non ha un mandato e non è tenuto a giustificarsi di fronte agli elettori? Una risposta molto netta fu quella data da Umberto Terracini quando l’art. 59 venne in discussione all’Assemblea Costituente. Se «la seconda Camera deve continuare a riflettere, sia pur con gli adeguamenti conseguenti al suo modo di costituzione, la fisionomia generale del Paese » – osservò Terracini – non è possibile ammettere la presenza a vita di «elementi preordinati i quali, di per sé, sarebbero sufficienti a modificare e sconvolgere, sia pure non fondamentalmente, tale fisionomia politica».