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 2007  luglio 19 Giovedì calendario

DAL NOSTRO INVIATO

PERUGIA – Pronto, parla la signora Patrizia D’Alessandro? «Dica pure». La chiamiamo per l’inchiesta di Perugia, quella sull’ospedale Santa Maria della Misericordia... «Quale inchiesta? Non capisco. Io sono all’estero». Signora, qui a Perugia cercano lei e suo marito. «Per cosa?». I magistrati sostengono che suo marito timbrava per lei il badge dell’ospedale e lei usciva prima della fine del suo orario. Signora, i magistrati vi cercano da quasi due giorni. «Mi spiace siamo all’estero, siamo in Thailandia». Clic.
Tecnicamente la signora Patrizia D’Alessandro, 58 anni, da Civitanova Marche (Macerata), dirigente medico di primo livello e suo marito Massimo Piccirilli, 59 anni, da San Giovanni Incarico (Frosinone), professore universitario associato convenzionato con l’azienda ospedaliera di Perugia, sono latitanti. I loro sono i nomi di maggior livello dell’inchiesta «Fantasma», sui cartellini ospedalieri timbrati da parenti e amici. Un’inchiesta, con dieci arresti, misura ritenuta da molti avvocati «sproporzionata », e altri sessantotto indagati.
D’Alessandro e Piccirilli sono le uniche due persone per le quali i carabinieri non hanno potuto eseguire l’arresto. Nella casa di via Sicilia a Perugia, martedì mattina non c’era nessuno. Dalle intercettazioni telefoniche viene fuori una coppia molto affettuosa. Lei chiama lui «topino», lui chiama lei «bimba». Lei chiede a lui di «fargli» una certa cosa. Secondo le indagini, questa cosa consisteva nell’andare all’ingresso e timbrare il badge per conto della moglie all’orario previsto dal contratto, mentre la signora lasciava il lavoro anticipatamente. Piccirilli essendo professore universitario non è costretto a timbrare il cartellino. Invece viene ripreso almeno nove volte dalle telecamere installate dai carabinieri con la collaborazione della direzione dell’ospedale mentre fa passare il badge nell’apparecchio timbratore. Un giorno di giugno, un mese fa, la dottoressa D’Alessandro risulta essere uscita dall’ospedale alle 16.05 mentre i carabinieri, «in attività di appiattamento », la vedono tornare a casa alle 14.02 con una busta del Supermercato Supersconti.
La tradisce anche la «carta fedeltà» del medesimo supermercato che mantiene una traccia d’impiego, appunto, alle 14.01. Dalla telefonata di ieri i coniugi Piccirilli-D’Alessandro non sembravano intenzionati a rientrare a Perugia. Almeno non prima di aver ultimato il periodo di vacanza.
Altra storia quella della coppia formata da Luciano Brugnoni, 44 anni, da Umbertide, e da Fabiola Rosati, 43 anni, da Perugia, unici due arrestati a non aver ottenuto i domiciliari. Perché Brugnoni, coordinatore del servizio infermieristico ambulatori della Chirurgia, risultava presente in ospedale, secondo gli investigatori, «in modo del tutto precario». Vale a dire ci andava proprio poco. E perché riusciva a fare questo grazie alle timbrature di cartellino che gli faceva la Rosati, sua convivente e sua sottoposta, in quanto addetta agli ambulatori di Chirurgia. Perché la stessa Rosati si sarebbe messa in malattia e sarebbe poi andata a lavorare in un negozio di articoli sanitari della famiglia Brugnoni a Umbertide. Inoltre, era Brugnoni, come superiore, a firmare i fogli giustificativi di presenza della Rosati e lo faceva anche per quelli relativi ai giorni in cui era fuori dall’ospedale...
Ieri mattina Brugnoni e Rosati sono stati portati dal carcere al tribunale in manette e così sottoposti alla gogna dei giornalisti e dei fotografi. vero – hanno detto – ci siamo assentati dal lavoro ma molte meno volte di quelle che ci vengono contestate. E poi si trattava di trenta minuti, massimo un’ora...
«Uscivo dall’ospedale – ha detto Brugnoni al gip Nicla Restivo – per andare ad assistere mio padre malato. Io sono il suo tutore». E il lavoro in negozio della Rosati? «Non lavoravo – ha risposto la signora Fabiola ”. Andavo solo qualche volta a dare una mano ».
Andrea Garibaldi