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 2007  luglio 18 Mercoledì calendario

BANDINI Fernando

BANDINI Fernando Vicenza 1931. Poeta • «Docente di metrica e stilistica e presidente dell’Accademia Olimpica di Vicenza, Francesco Bandini è, con Dietro i cancelli e altrove, al suo terzo libro pubblicato da Garzanti. Gli altri due sono Santi di dicembre del 1994 e Il meridiano di Greenwich del 1998. Questi tre libri si somigliano in modo straordinario, come se per Bandini il tempo non passasse, o come se tutto il tempo fosse un attimo: ”Ho più di settant’anni, le dissi; ma mi pare/ di aver vissuto un giorno solamente”. Si somigliano, beninteso, nell’eccellenza; come nei quadri maturi di quei pittori che ripetono sempre lo stesso motivo; senza venir meno alla sorpresa, ogni volta in grado di scovare un angolo inesplorato di quel piccolo/grande mondo cui hanno dato figura e vita. Il mondo di Bandini è la città in cui è nato nel 1931, Vicenza, da lui in modo ricorrente chiamata con il suo anagramma Aznèvic: un piccolo mondo antico ormai fattosi grande mondo moderno, come si legge nella maiuscola poesia, da cui ho già citato i due versi precedenti, ”Rappresentazione della mia morte al tempo delle guerre in Medio Oriente”. Una simile indicazione di contemporaneità, nella poesia di Bandini, è infrequente: ”Forse ho troppo tenuto/ gli occhi fissi al barbàglio del futuro, creduto/ che il più importante pegno della vita/ fosse cambiare il mondo”. I suoi temi, o le sue figure, sono altri. Dietro i cancelli e altrove è diviso in due parti, ”Maltempo” e ”Altrove”. Ma la prima parte è (segretamente) a sua volta divisa: alle prime tredici poesie, di cui ”Il ramo d’oro” in quattro sezioni, segue un ”Sirventese in forma di bolero” composto da trentun sestine. In questa prima parte Vicenza, o Aznèvic, tiene tutto il campo. Per ”cancelli” si può intendere i cancelli della città, che coincidono con quelli della vita e, ormai – la vita alle spalle – con il Maltempo. Nella seconda parte, l’Altrove viene variamente denominato: ora è Praga (’Mi piacerebbe essere sepolto/ a Mala Strana/ in uno di quei silenziosi giardini/ dove viene a svernare la cincia oltremontana./ Che mi giacesse accanto/ mia moglie innamorata di ponte Carlo”), ora è un tempo remoto, il 1939 della sua infanzia; ora un luogo dell’immaginazione, il deserto d’Arabia traversato in carovana dalla regina di Saba, al cui viaggio verso la fiaba (’Oh, lei non desidera la fresca acqua di Gihon,/ non di placare la sete con le gonfie uve di Canaan/ ma brama soltanto di vedere re Salomone”) è dedicata una delle due poesie scritte in latino, il ”Ramus Aureus” e questo ”De itinere reginae Sabae”. Che Bandini sia un poeta che scrive in tre lingue – in italiano, in dialetto, qui assente, e in latino – è uno dei suoi tratti dominanti: tutto ciò che di nuovo, di sconosciuto, di mai prima visto, nella sua poesia proviene dall’antico, da un evo così remoto da rendere necessaria la traduzione a fronte. Questa torsione del busto, così elegante, rende unica la tonalità della sua riscrittura: il capovolgimento del dolente e stoico accento di Vittorio Sereni nel cripto- musicale, arreso, celeste timbro veneto di uno scrittore per il quale il confronto con la storia è solo obliquo. Il vero avversario, o il vero compagno di Bandini, è il tempo: ”Dò la schiena allo specchio, torcendo il collo scruto/ le magre scapole dove rispunta/ il dolore di ciò che sono stato”. In Dietro i cancelli e altrove la Storia con la maiuscola compare tre volte: il Medio Oriente; il 1939 di due ragazzi in fuga ”verso l’azzurro soprannaturale” di un albo a fumett i, mentre c’è un caccia ”che fa le acrobazie/ e scrive Dux nel cielo con la traccia/ di fumo che gli esce dalla coda!”; e, comparsa cruciale, nel confronto a distanza tra un amico scomparso troppo presto, Goffredo Parise (’Forse/ ti sentirà dal suo remoto Ade”), e Franco Fortini, (’poeta di rubesta e scribiosa anima”), il quale una volta disse: ”Roba datata!/ Non esistono luoghi di appartata/ tenerezza né torri. La vera storia è in questa/ mondiale onnipresenza del dominio”. Ma il dominio, per Bandini, si tocca con mano, o è pienamente visibile, nei soprassalti incessanti del tempo’ dettati dalla riapparizione di chi lo ha preceduto nell’unico Altrove reale. C’è l’anniversario del ragazzo morto: ”Nella notte tra il cinque e il sei novembre/ ho incontrato Edo in sogno”. C’è la notizia del suicidio di un antico alunno: ”Cos’è che ha spento la tua stella?/ Hai giocato da solo contro tutti/ una folle partita a battifondo/ con carte che ti avrebbero tradito?/ Ti ha sbigottito la scoperta della/ vasta e senza conforto orfanezza del mondo?”. C’è, infine, lancinante, martellante, vera spina dorsale di Dietro i cancelli, e là dove l’elegia si innalza a vette strazianti, la presenza-assenza della madre: ”Io ero un uomo adulto e tu ormai alla fine/ dei tuoi tardi anni, e spesso tuttavia/ m’imponevi affettuosi nomignoli come fossi ancora un bambino”» (Franco Cordelli, ”Corriere della Sera” 18/7/2007).