Stefano Bartezzaghi, la Repubblica 18/7/2007, 18 luglio 2007
CORSIVO
Domanda: ma la sentenza che ha mandato assolto un dicitore di "vaffanculo" diminuisce l´ipocrisia oppure la potenza del linguaggio? Dai tempi di uno storico processo fra Giuseppe Berto e Dacia Maraini a proposito dell´insulto «stronzo» si sa che la legge e la lingua italiana sono a disagio, l´una con l´altra. Tanto la prima è curiale, scritta, rigida, tanto l´altra è mobile, orale, informale: la legge legge, ma la lingua dice. In tale contrasto, il vaffanculo che ancora negli anni Sessanta era un preziosismo plebeo ora è alla portata di tutti: dell´extracomunitario che non conosce altro lemma della nostra lingua come della signora impellicciata a cui si chiede cortesemente di lasciare libero l´unico bancomat dei paraggi dopo un quarto d´ora di suoi inutili tentativi. Il senso letterale dell´invito sintetizzato dal fatale quadrisillabo è sconosciuto a molti: ci si avvale perlopiù dell´artiglieria fonetica. L´esplosione delle consonanti che inaugurano il vaffa, l´irrisione delle vocali che lo completano.
Solo chi abbia coscienza piena dell´etimologia può essere sensibile a ciò che Alberto Arbasino, scrittore assai meno pio, ha sintetizzato nella formula della «magica potenza del vaffanculo»: l´insulto commiserante nasconde un´evocazione di ingenti tabù nazionali, e uno sfregio definitivo. Un tribunale ha oggi sdoganato l´insulto, sancendone forse per sempre il carattere blando che oramai era facile attribuirgli. Se contemporaneamente avesse interdetto l´uso del verbo «sdoganare» sarebbe stato meglio.