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 2007  luglio 18 Mercoledì calendario

ARTICOLI TRATTI DALLA STAMPA SUI MEDICI ASSENTEISTI DI PERUGIA (18/7/2007)

MARIA CORBI
INVIATA A PERUGIA
La voce dal’altro capo del filo taglia corto: «Posso parlare solo con i miei familiari». «Come vuole che mi senta?». Una delle infermiere agli arresti domiciliari cerca di essere gentile ma non ci riesce, ha paura. Le hanno detto che due suoi colleghi sono dietro le sbarre del carcere. Accanto a lei il marito, anche lui prigioniero in casa, con lo stesso capo di imputazione: truffa aggravata in concorso e continuativa ai danni del servizio pubblico.
Dodici arresti e sessanta indagati per un inchiesta sull’assenteismo nell’Ospedale Santa Maria Della Misericordia di Perugia, zona San Sisto, periferia sud invasa da capannoni industriali. Fa caldo dentro l’ospedale, ma il clima è reso ancor più irrespirabile da quello che è successo.
La retata
Una retata per fermare quella che viene considerata una banda di lavativi, esperti nell’arte di falsificare l’orario di lavoro e certificati medici a proprio vantaggio. Oltre ai dieci colpiti da provvedimento di custodia cautelare, per gli altri 60 vi sono avvisi di garanzia. Nessuno sa chi siano questi «60» dentro gli infiniti corridoi che portano ai reparti e che hanno rassicuranti nomi di strade, ma il sospetto e il timore diffusi infestano l’aria. L’ordine è di «non parlare con i giornalisti», ma basta fermarsi al bar per sentire cosa pensano i colleghi degli arrestati: «Dovevano sospenderli non metterli dentro. Se mettiamo in galera tutti quelli che ci marciano con l’orario di lavoro, allora a Roma devono chiudere i ministeri». Parla di provvedimenti «particolarmente severi e forse spropositati rispetto alle fattispecie di reato contestate» l’avvocato Giuseppe Caforio, difensore dei due finiti in carcere, un infermiere caposala e una amministrativa. Ma c’è anche chi dice: «Così la prossima volta imparano».
I dodici nomi dei presunti lavativi passano di voce in voce. Tra loro ci sono anche due medici, un professore associato convenzionato con l’azienda ospedaliera di Perugia e un dirigente medico di primo livello. Marito e moglie accusati di «collaborare» nel ridurre il loro impegno lavorativo. In particolare lei richiedeva a lui di marcare in sua vece il cartellino «così da far risultare la permanenza al lavoro della predetta in periodi in cui la stessa era, per contro, assente», si legge nell’atto del Gip.
Reati tra parenti
Lo stesso reato contestato agli altri arrestati, quasi tutti tra loro conviventi o sposati, oppure legati da legami di amicizia come nel caso di due infermiere. Una «cortesia che si scambiavano», quella di marcare il cartellino orario, per poi andare a casa a fare «le faccende» o invece, nel caso più grave, per recarsi a un doppio lavoro, sempre in strutture sanitarie. Altra tecnica abusata per non recarsi in ospedale, quella di presentare falsi certificati medici.
Un’inchiesta partita diversi mesi fa, a settembre, quando vennero arrestati una caposala dell’Ospedale e suo cugino maresciallo dei carabinieri che si prestava al falso timbro del cartellino per aiutarla, Nei guai anche una carabiniera colpevole di sapere e di non aver denunciato. Da li è partita l’indagine chiamata «Fantasma» per accertare quanto diffuso fosse questo comportamento, condotta dai carabinieri del Nas di Perugia (guidati dal luogotenente Orazio Pellegrini e coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Petrazzini). Una telecamera nascosta, in prossimità della macchinetta timbra-badge, ha filmato i movimenti dei dipendenti e il cerchio si è presto chiuso su una rosa di dieci nomi, gli altri 60 indagati, e ancora a piede libero, avrebbero dovuto controllare e denunciare questi comportamenti e non, invece, tollerarli.
E il ministro Livia Turco da Roma fa i suoi complimenti: «Questo è un caso di buona sanità. Ben vengano indagini e inchieste come questa, frutto della preziosa collaborazione tra la magistratura e i dirigenti dell’Azienda sanitaria perugina».Il Ministro per le Riforme e l’Innovazione nella Pubblica Amministrazione, Luigi Nicolais è in questi giorni a Lisbona con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per il Simposio annuale del Cotec, che riunisce tre fondazioni «sorelle» di Spagna, Portogallo e Italia impegnate a promuovere la ricerca e l’innovazione tecnologica.
Ministro Nicolais, che ne pensa dei dodici arresti di Perugia?
«Quanto è avvenuto dimostra che non sono necessarie nuove leggi. Le leggi ci sono vanno applicate, non soltanto per punire ma anche per valorizzare chi le rispetta. Certo, c’è rischio che quanto è accaduto a Perugia venga considerato il segno di uno stato più generale della situazione nella Pubblica Amministrazione. Ma le pecore nere ci sono dovunque».
Il nuovo contratto ha cercato di rimediare in parte alla situazione?
«Si, nel nuovo contratto prevediamo la valutazione degli uffici da parte dei cittadini: è una forte innovazione, condivisa dai sindacati. Questo è il momento di cambiare: non bisogna più prevedere interventi salariali a pioggia, ma a seconda del merito».
Il caso di Perugia è isolato?
«Mi piacerebbe sperarlo, ma francamente non ne sono così sicuro».
Avete in programma nuovi controlli?
«Si, servono nuovi e più attenti controlli. Sono deterrenti rispetto a certi modi di operare. Per questo ci serviremo dei nostri uffici e della Guardia di Finanza per un’indagine a campione».
E del Professore più assenteista d’Italia che ci dice?
«Che la nostra legge è garantista, che una situazione del genere riguarda anche i magistrati. Le leggi sono state sviluppate in un momento storico diverso, e sono per questo molto protettive».

***

FRANCESCA SCHIANCHI
TORINO. Quando ha letto la notizia, Pier Amedeo Bianco, presidente della Federazione degli ordini dei medici italiani, non voleva crederci: «Medici indagati? Qualcuno addirittura in carcere? Non è possibile». Poi, con il passare delle ore, l’uomo che rappresenta una categoria finita nel mirino, ha dovuto ricredersi. E, sentiti i colleghi del consiglio nazionale, s’è visto costretto a dettare alle agenzia la sua reazione stupita e addolorata. Certo, dice Bianco, la magistratura ha fatto bene a intervenire a Perugia, e se davvero ci sono dei casi così vistosi di assenteismo i giudici non dovranno guardare in faccia a nessuno. Ma c’è un ma. «La maggioranza dei medici che lavorano negli ospedali italiani - continua Bianco - non bada agli orari, si sacrifica oltre il dovuto e regge sulle proprie spalle il servizio pubblico». Ecco perché l’ordine nazionale dei medici non vuole enfatizzare il caso. Il presidente dell’ordine regionale dei medici del Lazio parla invece delle «classiche bucce di banana che rischiano di mettere ko tutto il sistema sanitario».
Infermieri che si moltiplicano miracolosamente al timbro del cartellino per poi dileguarsi in corsia. Assistenti di volo «indisponibili» un giorno sì e l’altro pure. Professori che presentano certificati medici a valanghe. Malcostume della Pubblica Amministrazione. Nulla di nuovo, ma ora il caso di Perugia insegna: il dipendente pubblico che si allontana dal posto di lavoro e fa timbrare il cartellino a un collega commette i reati di truffa aggravata e falso in scrittura privata. Non solo: deve risarcire di tasca propria il danno da disservizio, quello causato al prestigio della pubblica amministrazione e quello patrimoniale. Subisce un processo penale fino alla Cassazione e un giudizio davanti alla Corte dei Conti. Dulcis in fundo, rischia il licenziamento.
La teoria
Almeno in teoria: in realtà non è chiaro quanti assenteisti abbiano perso il posto. Forse pochi: «Consideri che dopo Tangentopoli ci sono stati casi clamorosi di dirigenti pubblici che non sono stati rimossi dal loro posto», dice Lanfranco Turci, vicepresidente della Rosa nel Pugno alla Camera. Il perché è presto spiegato: solo dopo una condanna penale di più di tre anni scatta il benservito. E, per chi usufruisce del rito abbreviato, che dà diritto a sconti di pena, è molto difficile superare quel periodo di tempo. Ergo, anche con una condanna sulle spalle, tutti assunti e contenti.
L’onorevole Turci ha presentato alla Camera a fine dell’anno scorso, insieme a una cinquantina di colleghi bipartisan, una proposta di legge che metta un po’ di ordine nella Pubblica Amministrazione. Tra le novità previste, un’Authority per indirizzare, stimolare e, in casi estremi di negligenza, intervenire negli uffici: «Un tentativo di inserire una valutazione periodica dell’operato dei dipendenti pubblici», spiega.
Il disegno di legge
La proposta è stata accorpata a un disegno di legge che porta la firma del ministro dell’Innovazione Luigi Nicolais, licenziato dal Consiglio dei Ministri poco prima di Natale: in base al testo, i condannati per corruzione, concussione e peculato devono essere licenziati in tronco anche se la pena è di soli due anni. Anche se, insomma, si è fatto ricorso al rito abbreviato.
Oggi a un dipendente pubblico, come a quello del settore privato, può essere dato il benservito attraverso la trafila di richiami e sospensioni. «Ma nella Pubblica Amministrazione i dirigenti tendono ad adottare la politica del ”Vivi e lascia vivere”. Anche per una ragione pratica -, illustra ancora Turci. - Oggi se un dirigente pubblico licenzia un dipendente e poi questo viene reintegrato dal Giudice del lavoro, la Corte dei Conti può chiedere al dirigente di rimborsare i mesi di stipendio del sottoposto rimosso». Un rischio, insomma, per chi tenta di punire i «fannulloni». «Per questo nella nostra proposta, pensata insieme a Ichino e Mattarella, prevediamo che questo sia possibile solo se è dimostrato che c’è un dolo del dirigente. Anzi: prevediamo che si debbano denunciare le inefficienze, e non chiudere gli occhi». Ma quello che è sbagliato, sostiene il parlamentare, è «aspettare che intervenga la magistratura: dovrebbe esserci un meccanismo di incentivi che impedisca a chi ha potere di lasciar correre».
 della stessa opinione il giuslavorista Pietro Ichino, che con sue inchieste aveva scatenato il tema già l’anno scorso. Si è compiaciuto per la rottura del «muro di impunità che ha protetto fin qui indebitamente gli assenteisti abusivi». Ma, ha aggiunto, «la cosa meno buona è che a prendere questa iniziativa debba essere l’autorità giudiziaria. A questa grave mancanza dovrebbe reagire, molto prima che la questione assuma rilevanza penale, la dirigenza pubblica con gli strumenti di cui dispone, i controlli di routine e i provvedimenti disciplinari». Cosa che avviene raramente, ma qualche volta sì. Come nell’Arsenale militare di Taranto, dove il direttore ha annunciato a fine maggio un’indagine riguardo episodi di assenteismo. Dopo che, però, era stata una trasmissione televisiva a denunciarlo.

***

Non ci sta, Walter Orlandi, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, finita nell’occhio del ciclone per gli arresti di medici e infermieri con l’accusa di assenteismo. «Dico no al linciaggio mediatico, ad un tipo di informazione che rischia di trasformare i 2.900 dipendenti dell’azienda ospedaliera di Perugia in un clan di lavativi, buoni soltanto a timbrare il proprio o altrui cartellino».
Dottor Walter Orlandi, che cosa risponde a chi grida allo scandalo per i clamorosi casi di assenteismo in corsia finito nei faldoni dell’inchiesta «Fantasma» condotta dai Nas e sui presunti illeciti commessi dai dipendenti dell’azienda ospedaliera di Perugia?
«E’ sempre un pessimo vizio fare di tutta un’erba un fascio. Guai alle generalizzazioni, alle facili approssimazioni, alla presunzione di colpevolezza..».
Certo, è sbagliato fare generalizzazioni. Ma i dodici arresti e gli oltre sessanta indagati sono un dato di fatto e una realtà. Che rischiano di gettare un’ombra sinistra sul sistema sanitario locale e sulla qualità del servizio percepito dai cittadini.
«Già, i pazienti. Le fin troppo ovvie conclusioni, l’atteggiamento qualunquista di chi da un fatto ne fa scaturire un altro, senza nessun legame logico. Le liste d’attesa, ad esempio. Non mi si venga a parlare di rallentamento nell’erogazione delle prestazioni, perché nessuno dei dipendenti coinvolti nell’indagine svolge o ha svolto ruoli tali da frenare la macchina delle prenotazioni».
Allora qual è la sanità che lei rappresenta?
«Una sanità d’eccellenza con numeri che parlano da soli. I ricoveri all’anno ammontano a 46.000, le prestazioni chirurgiche a 18.000, un’attrazione da parte di pazienti provenienti da altre regioni pari al sedici per cento. Crede che possa bastare?». /