Enrico Bonerandi, la Repubblica 18/7/2007, 18 luglio 2007
ENRICO BONERANDI
DAL NOSTRO INVIATO
MULHOUSE - Quando si alzano gli sbarramenti, alla fine dei tre turni di lavoro, dai cancelli esce una fiumana di utilitarie che ingorgano la tangenziale che porta in città. Dopo mezz´ora, il deserto. Fino al prossimo sbocco. E´ la fabbrica che scandisce i ritmi, in questa città francese dell´Haut-Rhin: un abitante su dieci, a Mulhouse, lavora nel complesso bianco latte della Peugeot Citroen. Sono 10.500 persone, quasi uno per famiglia. Da quando si è scatenata l´epidemia di suicidi, che da febbraio a oggi ha fatto sei vittime (comprendendo l´operaio morto nella fabbrica sorella di Charleville-Mézières, nelle Ardenne), a Mulhouse si ha paura. Timori diversi e contrastanti: che ci sia un «male oscuro» che si ingoia gli operai, portandoli ad azioni assurde e disperate, come l´impiccarsi a una corda; paura che la grande stampa cavalchi la situazione, violando la tranquillità della cittadina quasi al confine della Svizzera, una cinquantina di chilometri da Basilea. E paura delle reazioni dell´azienda, che potrebbe sfoltire la manodopera del sito di Mulhouse, per convogliare gli sforzi su altre fabbriche sparse nella Francia.
Ma sei morti in pochi mesi non sono uno scherzo. Sei operai di mezza età, dai 50 ai 55 anni, che si ammazzano, appendendosi all´interno della fabbrica o subito fuori, spesso non lasciando neanche un messaggio alle famiglie. Tre di loro che lavorano nello stesso reparto e decidono, ognuno per suo conto, in modi diversi e in giorni diversi, di farla finita. Da noi, fosse accaduto a Mirafiori, Torino avrebbe vissuto giorni di mobilitazione e assemble. Qui a Mulhouse non è successo quasi niente. I sindacati fino a pochi giorni fa hanno taciuto, o almeno non hanno fatto la voce grossa. Ieri Le Monde ha dedicato alla vicenda un articolo di prima pagina, con un sindacalista della Cgt che parla per la prima volta di ritmi troppo duri e di pressioni dell´azienda: qui ha creato una reazione di fastidio. Niente di più.
A un centinaio di metri dai cancelli della Peugeot Citroen, sulla strada costeggiata da siepi verdi che sembra l´ingresso di un grande albergo e fa ottima impressione a chi si avvicina alla fabbrica, fermiamo l´auto di un operaio. «Anch´io lavoro, faccio fatica, ma non mi ammazzo», risponde. Lui non conosceva i suicidi, ma ha partecipato lo stesso alla colletta per le famiglie. Dice: «Sono stato anche in altre fabbriche. Stessa storia. Qui non è più duro. Magari è più noioso. Colpa della catena». Poi, mentre riparte, sibila: «Andate a vedere perché si sono impiccati. Magari c´è sotto qualche storia di sesso». Sei operai di mezza età, tutti quanti delusi in amore? La direzione della Psa, la holding proprietaria della Peugeot Citroen, è più cauta del suo dipendente: «I suicidi di solito hanno varie cause concatenate. Aumenteremo le strutture in grado di dare assistenza ai lavoratori che sono in sofferenza».
L´uomo che si è suicidato lunedì appena montato in turno, alle due e mezza del pomeriggio, ha approfittato di un momento in cui il vicino magazzino era deserto. Ha preso una cinghia e l´ha fissata a un gancio, facendone un nodo attorno al collo. Non era un novellino spaventato dai ritmi di fabbrica, ma un veterano di 55 anni con un´esperienza quasi trentennale. Moglie e cinque figli. Non ha lasciato l´ombra di un messaggio. I compagni di lavoro al montaggio di chassis ignoravano che avesse problemi o una depressione. Lapidaria l´azienda: «Un operaio serio che dava prova di ben adattarsi alla sua mansione». E allora, è improvvisamente impazzito? E quelli prima di lui? Solo in un caso si è scoperto che c´erano problemi sentimentali dietro il suicidio, mentre l´uomo che si è ammazzato in fabbrica a Charleville-Mézières in un messaggio ha lasciato intendere che era proprio il suo lavoro a rendergli la vita impossibile: «Non ce la faccio più a sopportare la pressione».
Per ora i sindacati non sono partiti all´assalto dell´azienda. Sarà l´aria che tira con la nuova era Sarkozy, ma si è scelta la prudenza. Salvo, concretamente, premere perché le morti per suicidio siano considerate «incidenti sul lavoro», con ovvi benefici assicurativi per le famiglie. Dice Patrick Schorr, delegato per la Psa del sindacato filosocialista FO: «Siamo seri, non si può parlare di galera per la fabbrica di Mulhouse. Però ci fossero assistenti sociali in più in azienda, gli operai in difficoltà potrebbero averne un aiuto». In effetti tra psicologi e assistenti sociali sono solo in tre. Più duro il delegato della Cgt, Vincent Duse, che attacca: «Bisognerebbe creare dei posti di lavoro supplementari invece di sopprimerne per migliorare la produttività». In effetti, negli ultimi sei mesi la fabbrica ha subìto una ristrutturazione abbastanza importante, in vista della produzione della nuova Peugeot 308, alla cui riuscita è legato il polo di Mulhouse. In particolare, sarebbe stata aumentato il carico di lavoro giornaliero, abolendo il ricorso agli interinali. Un «serrate le fila» che in città non è malvisto, perché porta più soldi in tasca alla famiglie, ma che potrebbe essere all´origine dell´aumento dello stress tra gli operai.
Difficile che la PSA cambi politica, se si pensa che il libero accesso agli straordinari (che secondo le proposte di Nicolas Sarkozy dovrebbero presto essere detassati) è uno dei temi preferiti del nuovo presidente francese. La morìa di operai, che i più gentili hanno chiamato qui «malessere», ha convinto il ministro del Lavoro, Xavier Bertrand, a sollecitare l´azienda a prendere dei rimedi. Quindici giorni fa è stato istituito un numero verde di assistenza psicologica, mentre da una settimana è stato formato un comitato per l´igiene, la sicurezza e le condizioni del lavoro. Solo burocrazia? A Mulhouse giurano di no: parteciperanno rappresentanti dello Stato, dell´azienda e dei sindacati per trovare ragioni e soluzioni. Da parte sua, la Peugeot ha smentito ieri seccamente quanto affermato da una lettera, pubblicata dal quotidiano L´Humanité, secondo cui ogni volta che un lavoratore sta in malattia per più di un certo periodo di tempo, riceve avvertimenti minacciosi. La società ha poi mobilitato il reparto Risorse Umane. Assicura il suo dirigente, Patrick Le Guyader, uomo che sembra, nonostante tutto, un ottimista: «Va fatto un lavoro sulla gerarchia. Chi sta in alto dovrà imparare a prendere in considerazione il malessere di chi sta in basso».