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 2007  luglio 18 Mercoledì calendario

L’ACQUISTO DEL WALL STREET JOURNAL DA PARTE DI MURDOCH NEI GIORNALI DEL 18/7/2007

CORRIERE DELLA SERA
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
ENNIO CARETTO
WASHINGTON – In linea di principio è fatta, Rupert Murdoch potrà avere il «Wall Street Journal »: la sua News Corp ha raggiunto l’intesa con la Dow Jones, la proprietaria della prestigiosa testata, e in Borsa si da l’affare per scontato. Ma la famiglia Bancroft, che controlla il 64% dei voti degli azionisti, potrebbe ancora vanificare il sogno del magnate.
Mentre è certo che il consiglio d’amministrazione della Dow Jones, convocato ieri sera, l’alba in Italia, gli dirà di «sì», non è certo che i Bancroft gli daranno la benedizione. Ma Murdoch appare ottimista: avrebbe alcuni membri della famiglia dalla sua, riterrebbe gli altri in minoranza, e il placet del consiglio decisivo. La giornata cruciale sarà domani, quando i Bancroft si confronteranno.
A quanto riferito dal «Wall Street Journal» stesso, la Dow Jones, rappresentata dal suo presidente Richard Zannino, ha chiesto alla News Corp di aumentare l’offerta di 5 miliardi di dollari, 60 dollari ad azione, il 67% in più del loro valore al via delle trattative di aprile. Ma la News Corp ha rifiutato, ribadendo l’impegno a rispettare «l’autonomia editoriale» del quotidiano, il secondo d’America dopo «Usa Today », con quasi 2 milioni di abbonati (on line incluso). Il «Wall Street Journal» è conservatore, ma è ritenuto obiettivo, una dote non riconosciuta a Murdoch. Il management del Dow Jones si è consultato con i Bancroft e il consiglio, e ha deciso di procedere, sebbene la famiglia fosse divisa. Lunedì, Murdoch e Zannino hanno concluso l’accordo.
Sempre secondo il «Wall Street Journal », sono due membri della famiglia, Christopher Bancroft e Leslie Hill, ciascuno con il 15% dei voti, a fare la fronda. Con l’aiuto di alcuni hedge funds e private equity, il primo cercherebbe di comprare quanti più titoli possibili della Dow Jones. La seconda si sarebbe rivolta a Ron Burkle, il re dei supermarket della California, perché faccia una controfferta. Burkle non sembra però in grado di superare i 5 miliardi del magnate. E ormai è iniziato il conto alla rovescia.
Per Murdoch, la cui News Corp è valutata 70 miliardi, il «Wall Street Journal» sarebbe il gioiello della corona. L’ex piccolo editore australiano vanta già la casa cinematografica XX Century Fox, la tv Fox, Sky, il sito internet MySpace.com, e molti quotidiani. Ma punta sul «Wall Street Journal» per nobilitare la sua prossima impresa: il varo di una nuova tv a cavo, Fox Business, capace di competere contro la Cnbc, la leader del settore, da convertire poi in tv satellitare.
«Mister Media», com’è chiamato, crede che dopo lo sport, dove già domina, l’economia sia il futuro dell’informazione. E la Dow Jones gli fa gola, perché include riviste tra cui Barron’s, più l’agenzia e l’indice Dow Jones. Murdoch non mira solo alle sinergie e alla penetrazione nel mercato globale, né si prepara solo a competere con colossi come Bloomberg. Vuole accrescere anche il proprio potere a Washington. ciò che preoccupa una parte dell’America: i liberal e i moderati, che lo hanno visto schierato coi neocon, temono che userà il «Wall Street Journal» a loro danno.

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CORRIERE DELLA SERA
DAL NOSTRO INVIATO
MASSIMO GAGGI
WASHINGTON – Il vecchio editore che ha acquistato il suo primo giornale nel 1953 – un quotidiano di Adelaide – sostiene di essere ancora innamorato della carta stampata. Ma, con l’accordo per l’acquisto del Wall Street Journal, ora sottoposto all’approvazione della famiglia Bancroft, Rupert Murdoch conclude un affare che va molto al di là della carta. Il 76enne tycoon australiano è convinto che le due aree di sviluppo più promettenti, nel mondo dei media, siano la comunicazione via internet e la distribuzione di informazioni a quella «classe finanziaria» che sta crescendo in tutti i Paesi avanzati come conseguenza di un’economia che è sempre più dominata dalla finanza. Il quotidiano newyorkese – il diamante della corona Dow Jones, la società che dovrebbe essere rilevata dalla News Corp di Murdoch per 5 miliardi di dollari – non solo è la bibbia di questa financial class, ma è anche il giornale con la più estesa base di abbonati (circa 900 mila, tutti paganti) al suo sito web.
Per mesi i giornali americani hanno accompagnato le trattative per la cessione del Journal
con la pubblicazione di racconti coloriti delle prevaricazioni commesse per decenni da Murdoch nei confronti dei suoi giornali. Lui si è difeso con interviste altrettanto numerose nelle quali ha ammesso gli errori del passato («Non sono un santo, è vero»), ma ha anche assicurato che non li ripeterà col
Wall Street Journal il cui valore di mercato è strettamente legato alla sua reputazione di organo indipendente e di grande qualificazione professionale: rovinarla significherebbe distruggere il suo investimento.
I meccanismi di garanzia concordati con i venditori – la famiglia Bancroft – per «blindare » la redazione del quotidiano economico dalle pressioni del nuovo editore sono, probabilmente, poco più di una foglia di fico. Se l’affare verrà perfezionato, Murdoch probabilmente cambierà comunque profondamente il Journal
e la struttura stessa dell’informazione economica, ma non per un obiettivo politico preordinato né, probabilmente, per obiettivi legati agli affari dell’editore.
Murdoch è un conservatore che in passato ha finito per spingere a destra alcuni dei giornali più importanti che ha acquistato, dal New York Post al Times di Londra. Ma il Wall Street Journal ha già oggi una linea editoriale che è più a destra di quello dell’editore che nel suo proverbiale opportunismo (gli estimatori lo chiamano pragmatismo), non ha esitato a sostenere anche politici di centro- sinistra che reputava affidabili come Tony Blair in Gran Bretagna e – ora negli Usa – Hillary Clinton. Non a caso, tra i più preoccupati per l’affare News Corp-Dow Jones ci sono proprio alcuni ideologi della destra Usa che temono di perdere un giornale che oggi – nella pagina degli editoriali – è un fedele interprete del loro pensiero.
Insomma, anche se ha vissuto tutti i 54 anni della sua carriera di editore col piglio del pirata senza scrupoli, è probabile che Murdoch dica il vero quando sostiene di non aver alcun interesse a rompere un giocattolo che ha pagato 5 miliardi di dollari. In effetti col
Journal l’editore compra soprattutto credibilità. Non certo fatturato: Murdoch è già a capo di un impero editoriale ben esteso in Europa, negli Stati Uniti, in Australia e in Asia. Con 68 miliardi di dollari di valore, il suo è il terzo gruppo editoriale del mondo, ma è anche quello più globale e l’unico controllato da un uomo solo. Le sue testate – da una miriade di quotidiani alla rete televisiva Fox in America – sono molto popolari ma non autorevoli. Il canale
all-news della Fox ha molti più spettatori della Cnn, ma non ha credibilità tra gli analisti politici, visto che è abituato a costruire la sua audience
di conservatori scegliendo una tesi di parte – ad esempio quella della «conclamata » esistenza delle armi di distruzione di massa in Iraq – e sostenendola a oltranza anche quando l’evidenza suggerirebbe un ripensamento. Lo stesso Murdoch ha più volte ammesso di aver forzato la mano a qualche suo quotidiano, aggiungendo però di averlo fatto solo con i tabloid – i giornali che coi loro titoli gridati puntano più ad attirare i lettori in edicola che a incidere sulle scelte dei governi – e non, ad esempio, col Times.
In realtà, secondo molte testimonianze, in passato Murdoch ha «lavorato ai fianchi» anche il quotidiano londinese. Oggi, però, la situazione si presenta diversa, e non perché, invecchiando, lo scorpione abbia perso il suo veleno o perché, dopo oltre mezzo secolo passato a sbaragliare gli avversari con ogni mezzo, il tycoon si stia ora preoccupando della
legacy che lascerà ai posteri.
Murdoch sostiene di avere davanti a sé altri vent’anni di attività (la madre ha 98 anni) e punta, per questa nuova fase della sua carriera, a creare un sistema capace di distribuire contenuti di alta qualità e – appunto – autorevoli, su carta, via internet e sulle sue reti televisive, a cominciare dal canale finanziario che la Fox lancerà in autunno e che punta a scalzare il leader del mercato – la Cnbc – proprio grazie al marchio del Journal.
Senza escludere la possibilità di rivoluzioni più radicali. Murdoch è sempre più attratto da internet: prima ha investito in My Space e ora, usando questo asset, sta cercando di conquistare una quota rilevante di Yahoo!. Anche quando parla del quotidiano finanziario che sta entrando nella sua orbita, sembra considerare strategica proprio la sua elevata penetrazione nella rete.
Che, però, secondo lui può essere sfruttata molto meglio. Al punto che, in qualche intervista, è arrivato ad ipotizzare – probabilmente una pura provocazione – la trasformazione del Journal in una vetrina di tutte le migliori firme economiche, pubblicata solo su internet e totalmente gratuita (servizi specialistici a parte): una testa elettronica che, secondo l’editore, potrebbe attrarre pubblicità in quantità pressoché illimitata.