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 2007  luglio 18 Mercoledì calendario

ARTICOLI USCITI SUI GIORNALI NEL GIORNO DEL FALLIMENTO DELLA GARA PER ALITALIA (18/7/2007)

CORRIERE DELLA SERA
• LA CESSIONE
L’1 dicembre 2006 il governo decide la cessione di una quota di controllo di Alitalia. In febbraio, il giurista Berardino Libonati ( nella foto) viene nominato presidente di Alitalia
• I CONCORRENTI
All’inizio sono 5: Ap Holding di Carlo Toto, patron di Air One, con l’appoggio di Intesa-Sanpaolo; il fondo Management&Capitali di Carlo De Benedetti; MatlinPatterson Global ADvisers; Texas Pacific Group Europe; Unicredit Banca Mobiliare. Poi restano Tpg con Matlin; Aeroflot con Unicredit; Air One
• P•O•OGA
Il Tesoro proroga al 23 luglio la presentazione delle offerte vincolanti: ad oggi resta in gara solo Tpg Matlin (si ritirerà la mattina del 18, ndr)

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CORRIERE DELLA SERA
A.BAC.
ROMA – Anche l’ultimo concorrente in grado di fare un’offerta per Alitalia abbandona la gara. Air One, la compagnia di Carlo Toto, ha annunciato, nella tarda serata di ieri, che non presenterà un’offerta il 23 luglio prossimo, termine per la presentazione delle proposte. «Le attuali condizioni della versione definitiva del contratto di vendita ricevuto nei giorni scorsi dalla Procedura non consentono la realizzazione di un piano forte di risanamento e rilancio di Alitalia» è quanto si legge nella lunga nota che riepiloga punto per punto le linee del piano di risanamento proposto.
Ma la partita non si chiude qui, visto che Air One «ribadisce la propria disponibilità a impegnarsi per il rilancio della compagnia» evidentemente in una nuova fase della privatizzazione. Purché ci siano «condizioni di acquisto diverse, che rendano possibile una crescita sostenibile e competitiva di Alitalia».
Allo stato dei fatti in gara resta formalmente la cordata Tpg-Matlin-Mediobanca che, pur non avendo uno dei requisiti fondamentali per fare l’offerta, cioè l’italianità, potrebbe approfittare dell’impasse per riproporsi al Tesoro, come aveva lasciato intendere di voler fare qualche giorno fa. Teoricamente dunque la proceduta potrebbe essere lasciata invariata fino a lunedì prossimo.
Intanto la notizia del ritiro di Toto è stata comunicata al presidente del Consiglio dal ministero dell’Economia nei termini, anche duri, in cui Toto l’ha fatta pervenire. «AP Holding (società veicolo per la privatizzazione, ndr),
dopo un’attenta analisi del contratto di vendita e con grande disappunto, rende noto che allo stato attuale non presenterà il prossimo 23 luglio l’offerta vincolante per la privatizzazione di Alitalia».
Le cause che hanno portato al ritiro sono state spiegate da Toto a alcuni sindacalisti. L’imprenditore avrebbe spiegato loro che la lettera del ministero dell’ Economia, ricevuta nel pomeriggio di ieri, respingeva le sue richieste di cambiamenti al contratto, non aprendo alcun margine di negoziato. Toto si sarebbe detto «amareggiato » per la decisione di abbandonare la gara per Alitalia. Non solo. Avrebbe raccontato di aver percepito «resistenza » al suo progetto sia da parte della maggioranza che dell’opposizione. Un particolare che non si concilia con l’assoluta assenza di critiche da parte del fronte politico che ha caratterizzato questa settimana di trattativa strisciante. Ma è vero anche che il clima all’interno della maggioranza è andato peggiorando.
Da parte del principale sostenitore di Toto, Intesa- Sanpaolo, non vi sarebbero stati invece tentennamenti, tant’è che l’istituto si stava apprestando a portare in consiglio di gestione l’operazione. Non altrettanto si può dire delle altre banche che erano state coinvolte. Finora da Nomura, Morgan Stanley, Lehman e Monte Paschi non era stato assunto alcun impegno.
«Venendo meno l’ipotesi di privatizzazione per Alitalia si profila un avvenire estremamente fosco» ha commentato il leader di An, Gianfranco Fini. «Il governo ha gestito assai male la vicenda - è il parere di Daniele Capezzone, esponente della Rosa nel Pugno - : tempi, modi e caratteristiche dell’operazione sono stati tali da scoraggiare e far scappare ad uno ad uno i soggetti interessati». Lo scenario che si apre, secondo Mauro Rossi (Filt-Cgil) è «quello dei falchi pronti a ricapitalizzare la compagnia prendendosela a prezzo di svendita», un larvato riferimento a Air France. Per Claudio Claudiani (Fit-Cisl) il fallimento della gara è «frutto di scelte impraticabili del governo che ha lasciato deperire Alitalia».

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CORRIEDE DELLA SERA
MASSIMO MUCCHETTI
Alla fine, dopo i fondi di private equity americani e la russa Aeroflot, anche Carlo Toto ha deciso di lasciar perdere. Il patron di Air One e i suoi soci finanziari, si sono ritirati dalla gara per Alitalia. La mesta conclusione del tentativo di privatizzare la compagnia di bandiera fa emergere le contraddizioni del governo Prodi, stretto tra le velleità riformiste del ministero dell’Economia e i ricatti del sindacalismo corporativo e della sinistra radicale. Il principale challenger privato di Alitalia ha cercato fino all’ultimo di allargare le maglie di un bando di gara scritto per vendere un’impresa normale e non una del tutto speciale, con una storia che è un concentrato di errori senza eguali e con un presente fallimentare. Il bando, per andare al sodo, non prevedeva il negoziato preliminare con i sindacati e la revisione degli accordi con Az Service, la società che fornisce molti servizi di terra e che è partecipata per metà da Alitalia e per metà dallo Stato, tramite Fintecna. La storica collusione tra compagnia e sindacati ha bruciato miliardi di euro di ricchezza pubblica, e ha infine soffocato la possibilità estrema di un rilancio. Il governo aveva due strade: affrontare direttamente i sindacati da azionista di Alitalia ponendoli davanti all’aut aut oppure lasciare che lo facesse il vincitore della gara subordinando il closing dell’operazione ai due accordi cruciali.
Non ne ha scelta nessuna, sperando nello stellone. Ma i salvataggi delle grandi imprese in crisi esigono realismo e senso di responsabilità: nessuno rischia quattrini al buio, e chi vuol vendere non può non saperlo. Si son persi così sette mesi. Alitalia ha bruciato altri 2-300 milioni. E, più ancora, gli ultimi centesimi del capitale più prezioso, che si chiama fiducia: quella che Romano Prodi e Tommaso PadoaSchioppa avevano suscitato annunciando l’intenzione di privatizzare il simbolo dei fallimenti dello Stato imprenditore.
Ora, con 700 milioni di obbligazioni in giro, l’azienda parastatale Alitalia si avvicina al lavacro delle procedure concorsuali, che potrebbero rimescolare ancora le carte e, forse, far riemergere i pretendenti del passato, Air France e Lufthansa.

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CORRIERE DELLA SERA
ANTONELLA BACCARO
ROMA – «Alitalia verrà privatizzata». Le parole pronunciate pochi giorni fa da Carlo Toto, patròn di Air One, assumono alla luce del suo ritiro dalla gara per Alitalia un significato nuovo. Toto, sentito dal Corriere, non aveva voluto rispondere alla domanda se il 23 luglio avrebbe presentato o meno l’offerta. Si era limitato a ripetere con un sorriso: «Alitalia verrà privatizzata...». Probabilmente l’imprenditore abruzzese sapeva già che il Tesoro non avrebbe potuto accordargli le particolari condizioni da lui richieste, se non abbattendo i paletti più importanti e quindi rinnegando la procedura scelta. Già metà del Comitato per le privatizzazioni si era schierato contro tali concessioni, cioè la possibilità che Toto potesse rinunciare all’acquisto in due casi: 1) se l’Antitrust avesse posto alla fusione Alitalia-Air One condizioni troppo onerose; 2) se i sindacati non avessero accettato l’accordo loro sottoposto. Toto immaginava già forse che l’unica via d’uscita per il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa- Schioppa, sarebbe stata smettere la finzione della gara, che ormai non convinceva più nessuno, e aprire una nuova fase. Già ma quale?
L’ipotesi più accreditata è che a questo punto si vada alla trattativa privata. E nel comunicato emesso in serata da Air One si capisce che Toto in questa fase vuole esserci, in prima fila: «Ap holding - vi si legge - ribadisce la propria disponibilità a impegnarsi per il rilancio della Compagnia. Il rinnovato interesse imprenditoriale - si prosegue - richiede tuttavia condizioni di acquisto diverse».
E proprio questo è il punto: la gara come procedura è stata una scelta sovradimensionata perciò è fallita. A questo punto verranno meno tutti i paletti indicati dal bando e si potrà trattare più liberamente. Starà al governo decidere con chi sedersi al tavolo. Se ammettervi solo Toto, se farvi accedere gli altri due concorrenti che avevano presentato l’offerta preliminare: Tpg-Matlin-Mediobanca e Aeroflot-Unicredit. O se, più facilmente, aprire la trattativa a chiunque. Questa ipotesi prevedrebbe una discesa in campo delle compagnie fin qui rimaste alla finestra, da Air France a Lufthansa. Ed è possibile che sia stato proprio un riavvicinamento di Air France al dossier a convincere il Tesoro a rimettere tutto in discussione.
Gli altri due motivi del ripensamento starebbero nell’Antitrust e nei sindacati. Né Antonio Catricalà, presidente dell’Authority, né le sigle presenti in Alitalia, avrebbero manifestato disponibilità a concedere a Toto particolari favori. Il loro atteggiamento rigido avrebbe convinto il ministero a non accedere all’accordo «condizionato» richiesto da Toto.
Al Tesoro sta anche la decisione se commissariare intanto la compagnia o meno. Le condizioni per passare a una amministrazione straordinaria al momento non ci sarebbero: i soldi in cassa ci sono ancora, almeno sino alla fine dell’anno. Ma non è detto che si voglia aspettare l’ultimo momento per farlo, preferendo affidare la compagnia, nelle more della trattativa che si preannuncia lunga, a un comando forte e motivato visto che da settimane l’attuale presidente Berardino Libonati va dicendo di voler mettere fine al suo mandato.
L’ultima ipotesi che resta in campo è quella di far fallire la compagnia e ricominciare da capo. Ma il peso sociale di questa scelta appare politicamente insostenibile.

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LA REPUBBLICA
MASSIMO RIVA
La cronaca di un fallimento, annunciato ormai da anni, si arricchisce di un ultimo – chissà se definitivo? – capitolo. Anche il solo rimasto dei già non tanti e non troppo entusiasti pretendenti di Alitalia (il patron di Airone, Carlo Toto) ha gettato la spugna. La motivazione ufficiale della rinuncia è che i termini del contratto proposto dal Tesoro non sarebbero stati tali da consentire un valido piano di ristrutturazione e di rilancio della compagnia. Ma forse questa è soltanto una parte della verità. Perché in più occasioni il governo Prodi si era dichiarato disposto a garantire ponti d´oro – soprattutto sul nodo spinoso del personale in eccesso – a chiunque si fosse fatto avanti per cavargli una simile scottante castagna dal fuoco. L´altro pezzo di verità intuibile è che l´ambizione di Toto aveva un suo vulnerabilissimo tallone d´Achille sul piano finanziario. Nel senso che Airone ha incontrato robusti ostacoli a trovare banchieri disposti a impegnare denaro per un´operazione che si presentava comunque come un´impresa a rischio elevato.
Messe assieme queste due parti di verità si può tirare una prima e poco allegra conclusione sullo stato dell´arte attorno al problema Alitalia e che si può sintetizzare così: chi avrebbe voluto o potuto prendersi la compagnia non ha i soldi per chiudere l´affare, mentre chi il denaro lo avrebbe – basti pensare ai maggiori gruppi europei, quali Air France o Lufthansa – se ne è stato e se ne sta alla larga, probabilmente speculando sull´ipotesi che l´Alitalia o comunque le sue rotte sarebbero finite a vil prezzo sul mercato alla fine di una procedura fallimentare.
Questa, del resto, è al momento la prospettiva più probabile che sembra incombere sulla vicenda. Poche settimane fa gli attuali amministratori dell´azienda hanno assicurato che in cassa c´è ancora liquidità sufficiente per reggere fino alla fine di quest´anno o poco più oltre. Ma è chiaro che se la macchina continua a produrre solo perdite anche questa dilazione del redde rationem finale servirà soltanto a bruciare un altro po´ di pubblico denaro sull´altare dell´irragionevole difesa di un´impresa che da lunga pezza ormai ha smesso di essere quella prestigiosa compagnia di bandiera che il paese avrebbe meritato di conservare. Difficile prevedere ora quali altre trovate possano scaturire da una classe politica che, tanto coi governi di centrodestra quanto con quelli di centrosinistra, ha per decenni lasciato marcire la situazione di Alitalia senza mai prendere a tempo debito quelle drastiche decisioni che avrebbero potuto scongiurare un simile sventurato epilogo.
In ogni caso, il passo più razionale da attendersi dovrebbe essere quello della nomina di un commissario con ampia delega di poteri, compreso quello di mettere in liquidazione la società prima che il rischio di bancarotta possa configurare anche non lievi risvolti penali.
L´idea dell´asta lanciata dal governo Prodi sarà stata magari anche generosa, ma oggi si deve constatare che anche questo estremo espediente si è rivelato inutile di fronte alla gravità del problema. Tornano così di piena attualità i moniti di coloro che, al momento dell´avvio del bando di gara, avevano suggerito la via maestra di una procedura fallimentare pilotata al fine di far nascere dalle ceneri di Alitalia una nuova più leggera e più sana compagnia. In ciò seguendo l´esempio straordinario di quanto felicemente realizzato dagli svizzeri con il crac di Swissair e dai belgi con la crisi di Sabena. Purtroppo da noi troppi medici pietosi – nel mondo politico come in quello sindacale – hanno voluto evitare la soluzione chirurgica e ora l´inevitabile risultato è che la ferita è diventata infetta e purulenta.

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LA REPUBBLICA
ETTORE LIVINI
ETTORE LIVINI
MILANO - La privatizzazione di Alitalia – dopo sei mesi d´asta – riparte da zero. O quasi. Gli undici concorrenti che si erano presentati al via, uno alla volta, si sono sfilati dalla gara. E l´uscita di scena di Air One (l´ultimo superstite vista che di Matlin Patterson non si hanno più notizie da giorni) lascia ora il cerino in mano al Tesoro. La strada per Tommaso Padoa Schioppa è però molto stretta. E sul tavolo di via XX settembre – visto il flop di questo primo tentativo di vendita – rimangono in sostanza due sole soluzioni: il commissariamento della compagnia di bandiera e quella (più gettonata) di una trattativa diretta con i potenziali acquirenti già usciti allo scoperto ma respinti dalle condizioni dell´asta. Un´ipotesi che riaprirebbe le porte non solo alla cordata Tpg-Mediobanca – da tempo in stand-by in attesa di novità – ma anche agli altri ex-concorrenti e ai veri convitati di pietra della partita Alitalia: Air France e Lufthansa, che malgrado le strizzate d´occhio a Iberia (in vendita e più sana del nostro vettore) non hanno mai spento i fari sul dossier italiano.
La strada del commissariamento – forse la più lineare dal punto di vista operativo – ha numerose controindicazioni. Certo il management della compagnia, su pressione dei revisori, sta già lavorando a un piano industriale triennale (l´ennesimo) per rilanciare la società. E in cassa ci sono soldi per andare avanti almeno 12 mesi. Ma sul tavolo rimarrebbero i cronici problemi di Alitalia: i costi esorbitanti rispetto ai concorrenti, la conflittualità sindacale, la mancanza di strategie e una flotta "vecchia" e a un passo dalla pensione. Non solo: in questo caso il Tesoro dovrebbe mettere mano al portafoglio – sotto l´occhio vigile della Ue – per ricapitalizzare il gruppo dopo le perdite 2006.
Più facile quindi che Padoa Schioppa decida di rompere gli indugi e riaprire la partita a tutti abbassando l´asticella. I nodi da sciogliere, viste le critiche degli ex-partecipanti all´asta, già li sa. Alitalia ha bisogno di soldi – almeno 1,5 miliardi secondo fonti di settore – per risanare il bilancio e rinnovare il parco velivoli. E i potenziali acquirenti non vogliono spendere quattrini per pagare il 49% del Tesoro e per l´Opa sul flottante. La via maestra potrebbe essere quella di un aumento di capitale che consenta l´ingresso dei nuovi soci (dribblando l´Opa). Una sorta di vendita al miglior offerente che potrebbe prevedere garanzie sul fronte occupazionale molto più blande di quelle richieste fino a oggi. Una partita complessa, a maggior ragione in un momento in cui i sindacati sono già in fibrillazione per la delicatissima partita sul fronte delle pensioni.

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LA STAMPA
FRANCESCO SPINI
MILANO. AirOne dà il benservito alla gara per Alitalia e la procedura di privatizzazione entra tecnicamente in un cul de sac. L’annuncio di Ap Holding, la società che controlla AirOne, arriva in serata e dice a chiare lettere che il gruppo guidato da Carlo Toto, «dopo un’attenta analisi del contratto di vendita e con grande disappunto, allo stato attuale non presenterà il prossimo 23 luglio l’offerta vincolante». Un gran rifiuto che il gruppo motiva con le «attuali condizioni della versione definitiva del contratto di vendita ricevuto nei giorni scorsi dalla procedura» e che «non consentono la realizzazione di un piano forte di risanamento e rilancio di Alitalia».
Fine del primo round, quindi. Con polemiche. Con la gara «praticamente fallita - come osserva il segretario nazionale della Filt-Cgil, Mauro Rossi - lo scenario che si apre è quello dei falchi pronti a ricapitalizzare la compagnia prendendosela a prezzi di svendita». Un riferimento ad Air France-Klm che, in futuro, potrebbe riaccendere il proprio interesse. Anche più drastici i commenti politici sulla vicenda, soprattutto dall’opposizione. Il leader di An, Gianfranco Fini è il più drastico: «Viene meno l’ipotesi di privatizzazione dell’Alitalia, ora si profila un avvenire certamente fosco. Per Alitalia si rischia di portare i libri in tribunale».
La gara il cui termine era già stato prorogato al 23 del mese, allo stato è deserta. Fuori AirOne, in lista - ma solo sulla carta - resta solo Matlin Patterson, originaria compagna di cordata del fondo Usa Tpg, che da tempo si è messo a bordocampo. Ma anche quella di Matlin è una presenza pressoché simbolica mantenuta solo per accedere alla data room, ma che non porterà ad alcuna offerta. Molti ex partecipanti alla gara ora si aspettano un’evoluzione di questa privatizzazione. Non più una gara come quella di questi mesi, magari una trattativa privata. E con meno paletti. E’ ciò a cui puntano, ad esempio, gli americani di Tpg. Ma, con nuove regole, nemmeno AirOne esclude un ritorno. Anzi. «Pur trovandosi attualmente nell’impossibilità di procedere a concorrere alla privatizzazione di Alitalia, Ap Holding ribadisce la propria disponibilità ad impegnarsi per il rilancio della Compagnia». «Il rinnovato interesse imprenditoriale per l’operazione richiede, tuttavia, condizioni di acquisto diverse, che rendano possibile una crescita sostenibile e competitiva di Alitalia».
Fino all’ultimo Carlo Toto aveva tentato di salvare il salvabile di questa gara che lo vedeva in pole position. Ma negli ultimi giorni i problemi si sono moltiplicati. Dal muro contro muro con i sindacati, fino all’insoddisfazione sui dati riguardanti Az Servizi. Questi, con i mille paletti contenuti nel contratto hanno fatto saltare i nervi a Toto che con i sindacati si è detto «amareggiato» per la «resistenza» percepito sul suo progetto.
Ma AirOne non rinuncia a candidarsi per il prossimo round di questa tormentata privatizzazione. Nel lungo comunicato di ieri presenta il piano industriale elaborato per il rilancio di Alitalia. Si tratta di un piano quinquennale «non solo di risanamento - spiega la società di Toto - ma anche di rilancio attraverso significativi investimenti». Tra i punti nodali del piano, la crescita a livello intercontinentali della compagnia, «attraverso lo sviluppo dei collegamenti con le destinazioni maggiormente richieste da e per l’Italia. Il piano prevede una crescita dopo 5 anni di 1,5 milioni di passeggeri intercontinentali e di sette destinazioni transoceaniche», con il mantenimento dei due hub di Malpensa e Fiumicino. Seguono altri punti come il rinnovamento della flotta, per cui AirOne ha un ordine fermo di 90 nuovi Airbus A320 «che potrebbero sostituire ed integrare la flotta dei 77 Md80». 20 aerei in 5 anni andrebbero a rinnovare la flotta a lungo raggio, mentre per i collegamenti regionali «AirOne ha finalizzato già nel 2006 un ordine di 10 nuovi aerei regional a 90 posti (Bombardier CRJ900)».
Toto, insomma, vuole «raggiungere una struttura di costi e una produttività allineata a quella dei migliori concorrenti del settore», i soldi, attraverso il piano finanziario firmato Intesa Sanpaolo non sono un problema. Ma al prossimo round Alitalia, Toto potrebbe non essere più solo.

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LA STAMPA
GIANLUCA PAOLUCCI
Stop di Consob ai furbetti del trading. La commissione presieduta da Lamberto Cardia ha sanzionato una serie di operatori per le vendite allo scoperto sui titoli Alitalia, durante l’aumento di capitale che la compagnia aerea ha effettuato alla fine del 2005. Alle cinque Sim - Banca Profilo, Banca Leonardo, Mediobanca, Sivori & partners e Cofin sim - beccate dalla commissione con le mani nella marmellata tutto sommato è andata anche bene. Le multe comminate superano oscillano tra 22 mila e 25.800 euro, ma con la direttiva sulla market abuse le sanzioni sarebbero state ben maggiori. Le multe applicate rappresantano infatti l’ammontare massimo applicabile con il vecchio «tariffario», mentre a leggere le motivazioni si capisce che per Cardia il fatto non è da poco. La storia merita di essere raccontata. Cinque operatori delle suddette sim, durante l’aumento di capitale, hanno fatto la seguente mossa: venduto «allo scoperto» (cioè senza la proprietà effettiva dei titoli) grandi quantità di azioni Alitalia, con il risultato che il titolo ha subito dei discreti scossoni al ribasso. Contemporaneamente hanno comprato i diritti di opzione, che avevano un prezzo di esercizio di 0,80 euro, molto più favorevole rispetto al prezzo di mercato. Quindi hanno pensato di chiudere i contratti di prestito con le azioni incamerate con l’aumento di capitale. Solo che quei titoli sarebbero stati disponibili solo a partire dal 2 dicembre 2005, ovvero alcuni giorni dopo rispetto alle date di regolamento previste dai contratti di presitito titoli. Ed è qui che la divisione Mercati di Consob si arrabbia e fa partire gli accertamenti, chiusi con le sanzioni decise dalla commissione alla fine di giugno e disponibili da ieri sul sito della Consob. Per Cardia, la gravità oggettiva «è da qualificarsi come elevata» per una serie di ragioni. Se non si rispettano le regole del sistema di regolamento - non chiudendo i contratti di prestito alla data di valuta - non viene garantito il sistema, di per sé del tutto legittimo, delle vendite allo socperto. Nel caso in esame inoltre, le vendite hanno riguardato volunmi consistenti e ha prodotto profitti anche a favore dei suddetti intermediari, o di soci e promotori degli intermediari in questione. Comportamento che è da qualificarsi come «doloso» e privo di attenuanti. Di qui le multe, contestate agli intermediari con obbligo di regresso nei confronti dei singoli operatori responsabili del fatto.

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AGENZIE DELO 18/7/2007 COME RACCOLTE DA DAGOSPIA
1 - COMMISSIONE EUROPEA: IMPOSSIBILI ALTRI AIUTI DI STATO PER ALITALIA…
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - La Commissione Europea ha dato nel 2004 il via libera all’operazione salvataggio sulla base del principio ’one time last time’, "cio’ impedisce che vengano approvati altri aiuti di Stato". E’ questa la posizione della Commissione Europea espressa dal portavoce del responsabile dei Trasporti Jaques Barrot.

2 - P. CHIGI SU ALITALIA: SI VALUTANO IPOTESI, AZIENDA HA LIQUIDITA’…
(Ansa) - Il governo ’’sta valutando il da farsi’’ e prende in considerazione ’’tutte le ipotesi’’ sulla vicenda Alitalia. Lo riferiscono fonti di Palazzo Chigi spiegando che, comunque, ’’c’e’ tempo fino al 23 luglio’’, data di scadenza della presentazione delle offerte vincolanti. Sul rischio di un eventuale ricorso alla legge Marzano, le stesse fonti spiegano che ’’bisogna comunque tener presente che si tratta di un’azienda che ha liquidita’’’. Per quanto riguarda la possibilita’ di una trattativa privata ’’il governo valuta tutte le ipotesi’’.
(Alessandro Bianchi - Foto U.Pizzi)

3 - BIANCHI: INTENZIONATI A LAVORARE PER PIANO ”A”…
(Adnkronos) - L’auspicio e’ che per Alitalia, fino all’ultimo, possa avere successo il piano A. Anche perche’ la scadenza della gara e’ prevista per il 23 luglio. Ad affermarlo, ai microfoni di Radio 24, e’ il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi che ha detto di aver lavorato e di voler ’’continuare a lavorare per il piano A’’. Dopo, ha detto il ministro, ’’immagineremo un’altra soluzione: c’e’ un ventaglio di soluzioni, capiremo quale e’ quella piu’ utile se questa non dovesse concludersi positivamente. Il che non e’ ancora detto’’. Dopo il ritiro di Air One della gara per Alitalia, Bianchi ha spiegato che ci saranno maggiori consultazioni con altri ministri e con il premier Romano Prodi per capire come procedere in questa vicenda. Per quanto riguarda, invece, Air France, il ministro si e’ detto scettico anche perche’ la compagnia francese, nelle ultime settimane, ha ribadito di non essere interessata.

4 - TPG RIBADISCE: NON SIAMO PIU’ IN GARA…
(Adnkronos) - Tpg ribadisce ’’di non essere nelle condizioni di ottemperare puntualmente’’ alla procedura di vendita di Alitalia. ’’Contrariamente a quanto riportato oggi da un organo di stampa ovvero che il Consorzio formato da Tpg-Matlin Patterson-Mediobanca, sarebbe ’formalmente in gara per l’acquisto di Alitalia’ -si legge nella nota- si rimanda al comunicato emesso in data 29 maggio 2007 che qui di seguito viene riportato in forma integrale affinche’ non possano sussistere ulteriori dubbi o strumentalizzazioni circa la posizione del Consorzio stesso’’. Il 29 maggio scorso, infatti, si leggeva nella nota, ’’il consorzio formato da Tpg, Matlin Patterson e Mediobanca, esaminata la procedura che regola la Fase delle Offerte Vincolanti della vendita di Alitalia, ritiene di non essere nelle condizioni di ottemperare puntualmente a quanto da essa prescritto.Pertanto, il consorzio, pur apprezzando l’ammissione alla fase finale della gara da parte del Ministero dell’Economia, si trova, al momento, nell’impossibilita’ di procedere oltre’’.