varie, 17 luglio 2007
LILLI Laura
LILLI Laura Roma 1937. « Memore di quanto affermava Umberto Saba, anche Laura Lilli intende scrivere una ”poesia per tutti”. Ovvero una poesia che non insegua compiaciuti cerebralismi e non faccia uso di parole inutilmente incomprensibili, e dunque possa essere all’altezza di chiunque. Un compito davvero impervio, perché se di poesia si tratta (e questa lo è senz’altro), bisognerà perseguire il canonico trittico poetico composto da precisione, essenzialità e cantabilità, attraverso parole ”semplici” sì, ma non vuote, inerti, morte. Mentre nel frattempo si è già consumato il catastrofico distacco tra parole e cose. ”Sempre più veloce, / irreparabile. Parole / Vuote, rotolanti a / Vuoto, biglie colorate/ (Splendidi colori,/Però), giù per un piano / inclinato, verso il nulla”. Italo Calvino sosteneva che quando decade una lingua, decade anche la popolazione che la parla. La Lilli gli fa eco: ”E - peggio / - Il pubblico, furbo / E felice, si sbellica / Dal ridere e / Ci si riconosce /. Nelle parole / bolle ci / Si specchia / nuota,/ Pesce nell’acqua”. Le citazioni che ho tratto compaiono in Mongolfiera, una sorta di poemetto - intenso e struggente - attorno a cui ruota la raccolta Il buon Dio e la tartaruga (Empirìa, euro 15), ed è proprio in quel poemetto che meglio si misura come la poesia della Lilli intende tenere assieme il lirismo più intimo e l’invettiva pubblica, il lacerante conflitto interiore e la fermezza etica improntata a una fiera onestà. Gli estremi di questo amplissimo spettro d’indagine sono già indicati dalle due prime poesie, che danno il titolo al libro. Nella prima troviamo il Buon Dio che regge un catino da cui sgocciola il Tempo. E poiché il Demiurgo non è dotato della plastica, ma solo di un vecchio catino di alluminio, quello prima si crepa e poi si buca, e malgrado il Buon Dio ci metta il dito per frenare il flusso, il Tempo comunque cola. Nella seconda, l’Io della poesia ha fatto di una tartaruga la sua casa. Doppia è la natura di quel ricovero. Da una parte rappresenta un ”salvavita”, visto che l’impenetrabile carapace da cui è ricoperta protegge chi la abita dall’assalto di qualunque animale malintenzionato, sempre pronto ad azzannarla. Ma dall’altra è un carcere. Circola molto dolore in questi versi secchi e potenti, a volte composti da una sola, unica parola, che conferisce loro ancora maggior peso: è il dolore di amori perduti, della ”polverina della giovinezza” che se n’è volata via, della morte di persone care, di una vita trascorsa in esilio nella propria patria, ormai irriconoscibile. Ma assieme circola anche l’indomito desiderio di resistere, di ricreare costantemente un equilibrio appena franato. Di ridefinire comunque un nuovo ordine che può e deve presupporre un grado più alto di dignitosa, orgogliosa rassegnazione. Senza cedere mai a una facile lamentazione. E poiché, il dolore è sì una dura scuola – ”Ma fa fare passi/Da Stivali delle Sette Leghe” - non desta meraviglia che la raccolta si concluda con un ”Lieto fine”: una ballata (o una filastrocca?) che all’angolo (ottuso, aguzzo, freccia, spina) oppone il cerchio che ”respira/Lento-e- lungo,/Amando”. Due ultime annotazioni, prima di chiudere. Se non sbaglio questa è la terza raccolta di poesie di Laura Lilli e per la terza volta ci offre un libro ”doppio”, scritto al medesimo tempo in italiano e in inglese. Non so quali siano le ragioni più profonde di tale scelta. Ma da un semplice confronto dei testi, parrebbe che non vi sia una prima scrittura, da cui poi discende (in traduzione) l’altra, la seconda. Se questa sensazione è esatta, allora ho detto bene prima: il libro è doppio, con due testi omologhi, ma entrambi originali. Una ragione in più per evitare la canonica chiusa con cui si recensisce un libro di poesia: ovvero richiamando i diversi progenitori da cui quel libro avrebbe attinto. Stavolta tralascerò di compiere questo immancabile esercizio: intanto perché so bene che nove volte su dieci i poeti sgranano gli occhi quando si vedono accostati a figure del passato che magari non hanno neanche letto. In secondo luogo perché, di primo acchito, non mi viene in mente nessun padre nobile a cui rimandare con profitto. E questo, per me, altro non è che un complimento: la voce poetica di Laura Lilli è sua e solo sua» (Franco Marcoaldi, ”la Repubblica” 17/7/2007).