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 2007  luglio 17 Martedì calendario

DUE ARTICOLI

MILANO – Il miglior arciere del mondo? Un non vedente. Il miglior ciclista? Un amputato totale di gambe. La migliore golfista? Una atleta completamente amputata di braccio. Non sono fantasie. La tecnologia applicata allo sport abbatterà le differenze. Cambiano le prospettive. La scienza ribalta i luoghi comuni. Una disabilità diventa una nuova abilità. Magari più grande. «Attenzione: se uno non è un campione non c’è tecnologia che tenga. Quello che fa la differenza è la testa, lo spirito, l’allenamento », ammonisce Paola Fantato, campionessa mondiale e paralimpica di tiro con l’arco, prima al mondo a partecipare nella stessa edizione a Olimpiadi e Paralimpiadi. Successe nel ’96 ad Atlanta e venne accusata di avere un vantaggio dallo stare in carrozzina perché più stabile. «Per fortuna lo sport è superiore a queste cose », dice ora. Viaggio nel futuro reale, non immaginato, quello che già vi è e potrebbe essere.
Rudy Garcia Tolson ha 19 anni. nato con una sindrome che i primi anni di vita lo ha portato a vivere su una carrozzina a causa di difetti alle gambe. Dopo 15 operazioni, venne scelto di amputargliele. Completamente. campione paralimpico di nuoto, pratica corsa, football americano, karate, va in skateboard. Soprattutto, è appassionato di triathlon. Ora vuole fare l’Ironman delle Hawaii: 180 km in bicicletta, 3,8 km nell’oceano, una maratona per finire. Lo può fare grazie a protesi sofisticate, che gli permettono anche di pedalare. Domani, fra qualche anno, grazie a ginocchia alle quali si potrà impostare un movimento definito con una serie di moda-lità diverse, sarà l’arto artificiale a modulare la pedalata. E Rudy sarà ancora più forte.
Pistorius ha anticipato il futuro. Ginocchia bioniche, caviglie propulsive, sensori guidati da raggi laser che puntano al bersaglio invisibile al non vedente, gambe artificiali che scandiscono i movimenti su una bicicletta, protesi che muovono la mazza da golf con più forza e precisione delle braccia. Lo sport diventa test per l’utilizzo nella vita di tutti i giorni e viceversa, in una alternanza di ruoli continua. Oscar Pistorius non può camminare con le protesi che ha per correre e neanche stare in piedi fermo, deve continuamente muoversi per non cadere, mentre le protesi che usa normalmente non lo fanno distinguere da un qualsiasi altro ventenne. un italiano il primo e, per ora, unico, in Europa (gli altri 26 sono negli Stati Uniti) a testare delle protesi per amputati completi di gamba con un ginocchio «bionico». Potrebbero rivoluzionare la vita di chi ha perso un arto. E permettere prestazioni sportive oggi neanche immaginate. Non a caso è uno dei più grandi atleti amputati sopra il ginocchio del mondo, Stefano Lippi. Ha 26 anni. A 17, investito da un’auto a Trieste, la sua città, ha perso la gamba sinistra. Per fortuna ha incontrato Alessandro Kuris, altro triestino, il primo in Italia a usare le protesi che poi sarebbero diventate quelle che usa Pistorius. Ha vinto un argento paralimpico ed è stato campione mondiale nel salto in lungo. Oggi si sta laureando in ingegneria elettronica a indirizzo biomedico con una tesi sullo sviluppo delle protesi in ambito sportivo.
«Si è passati da arti meccanici ad arti con controllo elettronico: questa è la strada che rivoluzionerà lo sport e, soprattutto, la vita di un amputato », dice. Il suo è un ginocchio bionico: ha all’interno un motore, collegato con dei sensori al piede della gamba sana, dal quale riceve impulsi derivanti da una soletta collegata a tallone e avampiede. In questo modo, il ginocchio sa come muoversi. «Spinge come un ginocchio normale e imita perfettamente il passo fisiologico», spiega Lippi. Le possibili applicazioni nello sport vanno dai 100 metri alla maratona, con risultati che potrebbero essere clamorosi: «Il problema di noi amputati transfemorali di gamba è il passo non simmetrico e la velocità di ritorno, con questo si risolvono». Il futuro non lontano potrebbe essere (il condizionale è dovuto solo a sponsor e risorse economiche) Argo, una barca a vela con velisti disabili e al timone Lars Grael, fratello del famoso Torben, amputato di gamba dopo un incidente di barca quando era uno dei migliori al mondo (e lo è ancora), portare la sfida alla Coppa America. Senza barriere. Grazie a protesi che permettono di stare in equilibrio in mezzo alle onde durante una gara. «Il futuro è già qui – continua Lippi ”. Si sta lavorando sulla completa personalizzazione delle protesi, in modo che siano il più possibile aderenti alla persona e alle sue caratteristiche. Pistorius o Shirley, per citare i due più forti del mondo, avranno protesi completamente differenti ». Miglioreranno i loro risultati. «La vera frontiera da superare, però, sarà l’integrazione del sistema nervoso con l’arto artificiale ». Non serve ancora a Camilla Bernini, che negli Stati Uniti qualche anno fa fece polemica perché lei, completamente amputata di braccio, tirava meglio (e con il braccio artificiale) di molti normodotati. «Un arto con maggiore potenza e stabilità», dice Lippi.
All’inizio degli anni ’90, negli Stati Uniti, nasce il tiro con l’arco per non vedenti. In Italia arriva nel ’92, grazie in particolare a Cecilia Trinci, ex arciera. «Il tiratore cieco è il tiratore assoluto, un non vedente può tirare meglio di un vedente, il movimento non si impara con gli occhi, la vista può migliorare la prestazione, ma non è fondamentale», dice. E si stupisce se ci si stupisce. Un metodo usa un mirino elettronico: un sensore acustico è collegato a un laser che parte da attrezzo e bersaglio. Quando si toccano, l’arciere sente il suono più acuto. La tecnologia migliorerà ancora laser e suono. «Se nascesse un campionissimo non vedente potrebbe non sbagliare mai», spiega Cecilia. Nell’atletica un fenomeno come Pistorius è nato. Non siamo nella fantascienza. Tutto questo già esiste o sta cominciando a esistere. Occorreranno forse regole nuove. Forse no. « la tecnologia che va verso l’uomo, non viceversa», ammonisce Cecilia.
Il futuro non è solo scienza. Alle Olimpiadi del futuro potrebbero arrivare invece due atlete amputate che non usano protesi: nuotano. Natalie Du Toit, sudafricana, amputata a una gamba dopo aver sfiorato la qualificazione per Sydney, punta ai 10 km. Jessica Long, quindicenne americana nata in Russia, amputata bilaterale, nuovo fenomeno del nuoto Usa, fa incetta di voti all’Espn Awards. Quando, se si qualificheranno, non ci saranno polemiche per gli aiuti che gli altri atleti, normodotati, hanno dalle loro gambe, dalle loro mani buone. Lo sport è anche questo.

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VALERIO VECCHIARELLI (CdS, 17/7/2007)
ROMA – L’emozione nel vederlo aggrappato alla vita girare a tutta a bordo delle sue gambe tecnologiche sull’anello in gomma dell’Olimpico, rimarrà nella storia dello sport. Oscar Pistorius correndo i 400 metri al Golden Gala ha affidato al vento un messaggio di speranza, ha gridato con tutte le proprie forze che in fondo non ci sono limiti alla volontà. Poi è andato a Sheffield e sotto al diluvio è deragliato, uscito di corsia perché troppo stanco per aver vissuto una settimana a rincorrere il traguardo della sua giovane vita e perché troppo forti gli avversari che aveva osato sfidare. Terminata la fatica ai microfoni della Bbc si è lasciato andare a uno sfogo, lui che vuole giocarsi la chance di partecipare all’Olimpiade di Pechino tra le gente normale, quella che cammina, salta, lancia senza dover chiedere aiuto ai maghi del carbonio: «I signori della Iaaf (la Federazione Internazionale di Atletica Leggera, ndr) non si sono ancora fatti vivi, non mi hanno contattato. Dovrebbero lavorare insieme a me per capire, valutare: non hanno nessun rispetto dei paraplegici sportivi ». Il fatto è che quei signori hanno chiesto tempo per sezionare la corsa di Pistorius, vogliono capire per non sbagliare, sono stati colti di sorpresa perché il ragazzo sudafricano impersona un salto nel futuro al quale nessuno aveva mai pensato.
Sorge il dubbio sul perché ci sia tanto timore di mandarlo in corsia al fianco di atleti normodotati, lui che a Roma è arrivato secondo in una serie riservata ad atleti italiani di livello nazionale e che in Inghilterra ha guardato da lontano il gruppo dei più forti. Il fatto è che Pistorius impersona una frontiera difficile da esplorare, lui potrebbe essere un punto di partenza; il punto di arrivo è disegnato nell’ignoto. Dieci anni fa nessuno si sarebbe sognato di dover affrontare il problema di un ragazzo senza gambe che chiede di correre contro gli uomini più veloci del pianeta. Oggi il fatto che le sue protesi potrebbero offrirgli dei vantaggi, che la sua falcata innaturale sviluppi più metri di quella di un ragazzo che abbia le sue stesse misure morfometriche, che in fondo due pezzi di carbonio offrono meno resistenza all’aria di due polpacci pieni di muscoli, sembrano solo dei dettagli facilmente interrabili sotto al carico di ottimismo, di splendida umanità che Pistorius sta traghettando in giro per il mondo. Ma domani che potrebbe succedere? Si potrebbe arrivare a un incontrollabile doping tecnologico? Il quesito sta mandando in tilt chi per compiti istituzionali deve salvaguardare i regolamenti in cui c’è scritto che nessuno può avvalersi di strumenti per correre su una pista di atletica. Alla Iaaf hanno solo chiesto tempo per decidere. Ma un ragazzo che ha passato la sua esistenza a sognare di camminare non può pensare che qualcuno gli neghi la gioia di correre.