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 2007  luglio 15 Domenica calendario

Memphis Undici del mattino. Una voce stentorea annuncia il loro arrivo, l´ascensore si apre: le cinque anatre escono precedute da un valletto

Memphis Undici del mattino. Una voce stentorea annuncia il loro arrivo, l´ascensore si apre: le cinque anatre escono precedute da un valletto. Attraversano altere due ali di folla e si tuffano nella fontana centrale, dove rimarranno a sguazzare fino alle cinque del pomeriggio, quando, con una cerimonia non meno pomposa, i blasonati pennuti saranno riaccompagnati nella loro suite. La marcia delle anatre va in scena al Peabody di Memphis da più di settant´anni. una tradizione dell´hotel, due volte al giorno l´attività della hall si paralizza per accogliere i visitatori che non vogliono perdersi un attimo della surreale parata. In una città dove non c´è molto da fare, ogni occasione è buona per creare l´evento: di notte il blues che schizza fuori dai locali di Beale Street, di giorno le anatre superstar del Peabody. Memphis non era molto diversa, quando i Presley arrivarono da Tupelo, Mississippi, nel 1948: Gladys e Vernon in cerca di una vita migliore in quell´America povera, baluardo della segregazione razziale; il giovane Elvis già perduto nel suo sogno di gloria, sfondare nel mondo dello spettacolo. Tutto quel che il Re del rock´-n´roll ha toccato, o soltanto sfiorato, nei suoi vent´anni di trionfi oggi è sacro. La casa dove abitò appena sbarcato in città, i leggendari studi della Sun dove immortalò la sua voce, l´Orpheum Theater dove stava rinchiuso notti intere a rivedere lo stesso film, i saloni del Peabody dove bighellonava con gli amici, ma soprattutto Graceland, la magione che acquistò nel 1957 dopo il primo milione di copie vendute. Il santuario, al numero 3734 dell´Elvis Presley Boulevard, con le spoglie del primo martire rock tumulate nel giardino suggestivamente battezzato "Meditation Garden", è da trent´anni meta di incessanti pellegrinaggi. Priscilla e Lisa Marie, rispettivamente moglie e figlia di Elvis, hanno costruito intorno alla memoria della star un giro d´affari che frutta 150 milioni di euro all´anno, grazie ai 600mila visitatori che fanno incetta di gadget e acquistano il biglietto per entrare nella villa georgiana che per due decenni fu il rifugio dorato del mito (senza contare i proventi di un miliardo di copie vendute). Quest´anno saranno molti di più: Memphis e Graceland si preparano a celebrare il trentennale della morte di Elvis, che ricorre il prossimo 16 agosto. Ci saranno la veglia al lume di candela, la processione notturna davanti alla tomba, la visita rituale all´Heartbreak Hotel, già da mesi tutto esaurito, e infine il concerto di mezzanotte al FedEx Forum, dove cento tra musicisti e coristi che si sono esibiti con Elvis, sono pronti ad accompagnare la sua voce registrata per un pubblico che per due ore non la smetterà di esultare e piangere. «Presley, fai vedere ai signori come si fa». Il bambino avrà cinque o sei anni, imbrillantinato e tirato a lucido come un rocker in miniatura. arrivato con i genitori dalla provincia inglese e davanti alla tomba del Re mima con impressionante energia il movimento pelvico che fece arrossire l´America. Sua madre, crudele coreografa che sbandiera in ogni gift shop la sua Visa oro con l´immagine di Elvis, lo incita: «Dai Presley, avanti la gamba destra, su le braccia, fai roteare il bacino». Il piccolo s´impegna diligentemente in quella farsa che l´assenza di una base musicale rende grottesca. Alla fine non avrà neanche un applauso: davanti alla tomba di Elvis i visitatori arrivano storditi, dopo aver vagato per le stanze della villa, ebbri della vista dei cimeli, del lugubre letto viola di Gladys e Vernon, della Jungle Room dove il divo faceva bisboccia, della cucina che sfornava manicaretti a tutte le ore. Perché a Graceland il giorno si confondeva con la notte. A forza di eccitanti e tranquillanti, Elvis aveva perso la cognizione del tempo. Erano le 7,30 del mattino, 16 agosto 1977, quando disse a Ginger Alden, la sua ultima fidanzata: «Tesoro, non riesco a dormire, vado in bagno a leggere un po´». Ginger si addormentò e solo più tardi scoprì che Elvis non era tornato a letto. Trovò il corpo riverso sulla moquette del bagno, accanto ai due libri che stava divorando, A Scientific Search for the Face of Jesus e Sex and Psychic Energy. L´autopsia evidenziò tracce di quindici farmaci diversi nel suo sangue e un colon ingrossato di sei volte rispetto alla norma. Le stanze del piano di sopra non sono aperte ai visitatori: né il bagno dove Elvis morì né la sua camera da letto. Il fatto che Vernon Presley, morto due anni dopo suo figlio, abbia disposto di non rendere noti i particolari emersi dall´autopsia fino al 2025, ha reso la morte di Elvis più misteriosa e controversa di quella di JFK e Lady D. C´è chi sostiene che si sia tolto la vita e chi, con un pizzico di follia, che abbia scientificamente architettato la sua scomparsa, che non fosse suo il corpo composto nella bara: il volto era quello del giovane, angelico Elvis, non quello di un quarantaduenne obeso e sfibrato. C´è addirittura chi assicura che il Dna di Elvis non corrisponda a quello del cadavere, adducendo prove non troppo convincenti legate a un fazzoletto intriso di sudore afferrato al volo durante un concerto a Las Vegas e a un capello strappato alla salma durante il funerale. George Nichopolous, "Dr Nick" come lo chiamava Elvis, il medico che prescriveva psicofarmaci come fossero mentine, è ancora vivo. Ha 79 anni ed è consulente di una compagnia di assicurazione. stato radiato dall´ordine per aver prescritto farmaci in esubero a un altro cliente illustre, il rocker Jerry Lee Lewis. « vero, c´erano una grande quantità di medicinali nel sangue di Elvis», ammette, «ma nessuno a livelli di tossicità, soprattutto per un paziente che aveva sviluppato una certa tolleranza a quelle sostanze». Fin dall´inizio Dr Nick ha cautamente alimentato, a sua parziale discolpa, la teoria del suicidio sulla quale il velenoso Albert Goldman basò nel 1991 la più inquietante di tutte le biografie, Elvis: The Last 24 Hours. Celso Mezzetti arrivò negli Usa da Valdottavo, provincia di Lucca, il 29 dicembre del 1946, tre giorni prima che il governo americano chiudesse definitivamente Ellis Island. Trovò lavoro come sarto nella boutique di Julius Lewis, tra Beale e Main Street, a Memphis. «A Elvis piacevano i bei vestiti, e io gli confezionai la prima giacca cangiante», racconta Mezzetti, che per comodità si fa chiamare Charlie. Ha 78 anni, i capelli candidi e oggi lavora nel negozio di James Davis, uno dei più esclusivi della città. Parla italiano con accento toscano, indossa un Rolex tempestato di diamanti e un anello in parure degno di una star di Vegas. Si accarezza fiero la vistosa cravatta Brioni, la cosa più vicina all´Italia che ha a portata di mano. «Elvis venne da me quando ancora non era famoso. Lo avevano scritturato per l´apertura della farmacia Katz, qui a Memphis. Mi confidò, battendosi il palmo della mano sulla fronte: "Sai Charlie, non ho mai studiato musica, ma ho tutto qui dentro". Lo guardai da vicino, gli dissi: "Elvis, ma tu ti trucchi. Hai il fondotinta e le sopracciglia curate e l´eyeliner". Lui arrossì: "Ma no, ma che dici, che ti viene in mente?". Quando lo vidi in azione sul palco, rimasi sbalordito dalla trasformazione. Era un ragazzo bellissimo, generoso, troppo generoso. Sa che quando morì non aveva più una lira? Aveva dilapidato una fortuna. Una volta, sotto Natale, mi diede appuntamento in una concessionaria. Per ringraziare quattro ragazze che gli avevano ceduto il posto, regalò a ognuna di loro un´automobile. Quando lavorava a Hollywood, ordinava giacche per tutti i suoi amici. Una volta gliene consegnai una partita per trentamila dollari, che allora era una cifra da capogiro». Fu Charlie a confezionare la camicia che Elvis indossò per l´ultimo viaggio. «Mi chiamò Vernon: "Elvis è morto, porta una camicia con una cravatta bianca qui alla camera mortuaria". Quando arrivai, mi chiese se volevo vedere il corpo. Non ebbi la forza di entrare». «La più grande bugia che sia mai stata scritta è che Elvis è ancora vivo», esclama George Klein. Il vecchio dj ha 72 anni, l´età che oggi avrebbe il suo "capo". Klein faceva parte della cosiddetta "Memphis Mafia", gli inseparabili di Elvis, quelli che avevano accesso ai suoi segreti più delle amanti, dei parenti, della moglie Priscilla, che, parole di Mezzetti «era una presenza muta al suo fianco». Klein cura le pubbliche relazioni del casino Horseshoe di Tunica, Mississippi, una piccola Las Vegas nascosta tra campi di mais e un´ansa del fiume a circa cinquanta chilometri da Graceland e a trenta dal confine col Tennessee. Ingioiellato come si conviene a uno del suo rango, i capelli troppo neri per la sua età, Klein, come quasi tutta Memphis, si è costruito una reputazione all´ombra del Re. E cerca di trarne profitto. «Quanto mi frutterà questa intervista?», esordisce col tono spavaldo di Al Pacino in Profumo di donna. «Ok, ok, scherzavo», minimizza quando capisce che questa volta non avrà un centesimo. «Vuol dire che chiederò un completo di Armani al mio buon amico Charlie Mezzetti. Insieme a una cravatta Brioni, s´intende». Klein sta preparando il suo primo libro su Presley, si chiamerà Elvis, My Best Man (il titolo allude al fatto che il Re fu suo testimone di nozze). «Ho aspettato tanto, perché sono state scritte troppe balle su Elvis e io, a 60 anni dal nostro primo incontro, voglio far chiarezza. Questo, poi, è un anno pieno di ricorrenze: trent´anni dalla morte, quaranta dal matrimonio con Priscilla, cinquanta da Jailhouse Rock, il secondo e il più glorioso dei suoi 33 film», aggiunge Klein, mentre spalma un formaggino sul cracker, nel ristorante a due passi dalla selva di slot machine che producono un rumore infernale. Prevedibilmente, Klein è assai protettivo nei confronti dell´amico scomparso: «Elvis era sovrappeso, ma ancora in gamba negli ultimi giorni. La storia del suicidio è la seconda più grande bugia che sia stata scritta su di lui». Mezzetti non la pensa allo stesso modo: «Mi chiamò a Graceland tre giorni prima che morisse per ordinarmi alcune camicie. Il guardaroba doveva essere continuamente rinnovato, perché Elvis ingrassava a vista d´occhio. Aveva lo sguardo spento, era in uno stato pietoso. Mi si aggrappò letteralmente addosso. Disse: "Charlie, non mi lasciare altrimenti cado"». Perché gli inseparabili non fecero nulla per strapparlo a quella vita d´inferno? Klein diventa più sincero, e più triste: «Perché Elvis era una star, e quando sei una star nessuno può dirti quello che devi o non devi fare. Non l´avrebbe accettato né da me né da suo padre né da Priscilla. Da sua madre sì, ma Gladys era morta nel 1958. Il colonnello Tom Parker, suo manager, era l´unico che avesse voce in capitolo». Gladys e Parker sono le due figure chiave che hanno condizionato tutta la vita e la carriera di Elvis. Lei, autoritaria e ubriacona, diventò un modello di donna che suo figlio non si scrollò mai di dosso (spregiudicati biografi hanno anche insinuato l´incesto), al punto che non riuscì mai a fare l´amore con Priscilla né prima del matrimonio né dopo il concepimento di Lisa Marie. Lui, scaltro e con il vizio del gioco, costrinse Elvis nella gabbia dorata di Las Vegas, scegliendo per lui copioni di serie B che non gli consentirono mai di diventare un numero uno a Hollywood (gli impedì, ad esempio, di partecipare a un provino per West Side Story, un film che avrebbe avuto un impatto decisivo sulla sua carriera d´attore). « vero», borbotta Klein, «ma è altrettanto vero che senza il colonnello, Elvis non sarebbe mai stato Elvis. Non dimentichiamo che dopo la morte di Brian Epstein, i Beatles chiesero a Parker di occuparsi di loro. Lui accettò, a patto che Presley fosse rimasto il suo cliente privilegiato. McCartney, a quel punto, si tirò indietro. E sbagliò». Mike Freeman, 51 anni, una laurea in storia all´università di Memphis, non ha mai incontrato Elvis da vivo, ma dopo la sua morte ha incominciato a collezionare in maniera maniacale tutto quello che era stato scritto su di lui. Cindy Hazen, la ex moglie con la quale ha scritto il libro Memphis Elvis-Style, arrivò in pellegrinaggio a Graceland dal Massachusetts venticinque anni fa. Il motore del suo vecchio van andò in panne proprio sull´Elvis Presley Boulevard, e da allora non è più tornata indietro. Nel 1998, la coppia acquistò la prima casa che i Presley abitarono a Memphis, al 1034 di Audubon Drive. L´anno scorso, in un´asta su eBay, Uri Geller ha offerto 750mila euro per entrarne in possesso, «ma non avendo i requisiti per acquistare una casa nel Tennessee, è stato il discografico Mike Curb ad aggiudicarsela. Credo ne farà un museo», racconta Freeman, che sbarca il lunario organizzando viaggi a Tupelo, Mississippi, nel secondo luogo sacro della "chiesa" di Elvis, la casupola dove il Re vide la luce. «Elvis nacque sul lato sbagliato della strada», esordisce Freeman non appena varca la soglia dell´umile dimora in legno, sottolineando che i Presley vivevano allora in uno stato di estrema indigenza. Una coppia della Repubblica ceca in viaggio di nozze si segna come se stesse entrando in un luogo di culto. Farà lo stesso in tutte le altre tappe del pellegrinaggio: alla Tupelo Hardware Company, dove Gladys comprò a Elvis la prima chitarra; nel cimitero dove è sepolto (senza nome) il gemello Jesse Garon morto subito dopo la nascita; nella modesta casa di Becky Martin, scomparsa nel 2004, che per anni si è sostentata snocciolando ai fan aneddoti sul giovane Elvis, suo compagno alle elementari e primo fidanzatino. «Le racconterò un paio di cose che nessuno sa», dice George Klein in un eccesso di generosità. «Elvis era sonnambulo. E aveva una mania tutta sua: beveva sempre dalla parte della tazza vicino al manico, "così nessuno ci ha messo la bocca", diceva». L´italiano Mezzetti brontola: «Mi hanno rubato tutti i cimeli che tenevo qui, sul mio tavolo di lavoro. Ormai non ho più niente che appartenga a Elvis». Apre il cassetto, mostra qualche fotocopia sbiadita, accarezza una vecchia foto di lui e Elvis nel negozio Julius Lewis: «Se investi un uomo semplice con un successo come quello, lo uccidi», dice, gli occhi gonfi di lacrime. Perché piange? «Per gli anni che passano, per tutti i ricordi che mi si affollano in testa, per l´Italia, per mia sorella Santina che non vedo da trent´anni. E per Elvis, che era un bravo ragazzo».