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 2007  luglio 15 Domenica calendario

INCHIESTA SUI CRISTIANI PERSEGUITATI (4)

di FEDERICO RAMPINI. ZAMBOANGA (Filippine) - «Sono nato 65 anni fa ad Aci Trezza, sa, quella dei "Malavoglia". Ma ormai quasi metà della mia vita l´ho passata qui nelle Filippine. Ci arrivai nel 1977 e fui costretto a lasciarle due volte. La prima volta volevano farmi fuori i militari, la seconda ero nel mirino di un movimento islamico. Il pericolo oggi è ancora superiore. In certe zone non posso più andare, anche chi mi conosce bene ora mi guarda con paura. Il risultato è che qui ci sono sempre meno missionari stranieri, tanti di noi hanno finito per partire».
Padre Sebastiano D´Ambra è sereno, sceglie le parole con cura. Non vuol dare l´impressione di considerarsi un crociato di Cristo schierato su uno dei due fronti nello «scontro di civiltà». Tutto quello che ha costruito finora dimostra il contrario. Mi accoglie nel centro spirituale di Zamboanga City che ha fondato nel 1984 per promuovere la comprensione tra musulmani e cattolici. un uomo del dialogo, ha studiato l´arabo e il Corano, parla il tagalog filippino e i dialetti di queste isole meridionali, compreso il curioso creolo ancora impastato di parole spagnole. La sua vita ormai è tra la gente di Mindanao, l´isola dove c´è la maggiore concentrazione di musulmani nelle Filippine, e capire gli islamici è diventata la sua seconda vocazione. Non ha la minima intenzione di fare le valigie. Ma non può dimenticare che a poche centinaia di metri da qui è tenuto prigioniero il suo confratello Giancarlo Bossi, rapito più di un mese fa. Quelli che lo hanno sequestrato sono forse «ragazzacci» - il sacerdote parla come un maestro di scuola alle prese con i discoli della classe - un gruppo che potrebbe essere ai confini della criminalità comune. Su quest´isola anche la delinquenza può tingersi di ideologia, trovare coperture e alleanze negli ambienti dell´integralismo. D´Ambra continua a sperare che i suoi contatti nella comunità islamica possano contribuire a liberare padre Bossi. «Anni fa ho salvato la vita a un capo guerrigliero - racconta - subito dopo uno scontro a fuoco in cui era stato ferito a una gamba. Perdeva tanto sangue, aveva bisogno di una trasfusione, fui l´unico a farsi avanti. Qui è un gesto che conta, crea un legame simbolico, e lui mi promise che non avrebbe dimenticato. Voglio credere che sia vero. Forse mi illudo: nella popolazione c´è ancora una forma di rispetto verso noi religiosi, ma anche tra le persone più miti cresce il disagio perché sentono messaggi di odio da certi leader. L´identità musulmana diventa sempre più dura. Si tira avanti, però il clima è cambiato profondamente in pochi anni. In alcune zone di Zamboanga non posso più farmi vedere, sono gli stessi capi delle comunità a dirmelo. Devo stare attento a come mi muovo, a come parlo. Se vado sulle altre isole sono veloce e torno subito: coi telefonini basta un attimo perché qualcuno segnali i tuoi spostamenti dalle barche».
In passato il missionario si è salvato per miracolo. Nel 1981 tentò di mediare tra il gruppo islamico Moro National Liberation Front (Mnlf) e il governo. I militari lo minacciarono, per loro era troppo vicino ai musulmani, il suo tentativo di riconciliazione era sgradito al dittatore Ferdinando Marcos. Partì per due anni, in Italia e nei paesi arabi, si dedicò allo studio del Corano, al ritorno fondò qui il suo centro per il dialogo. Nel marzo 1992 un comandante del Mnlf gli disse: «Ho l´ordine di rapirti», lo sequestrò per poche ore e lo lasciò fuggire. Tre mesi dopo il sacerdote Salvatore Carzeddu mentre era in auto sulla strada per l´aeroporto di Zamboanga veniva affiancato da due moto e ucciso da una raffica a bruciapelo. Il gruppo terroristico Abu Sayyaf proclamò: «Come lui ne uccideremo altri». L´indagine fu aperta e insabbiata subito, un´inchiesta giudiziaria protratta a lungo sarebbe stata pericolosa per l´incolumità dei missionari.
D´Ambra fu "esiliato" per tre anni in Italia. Tornò e riprese il lavoro dove lo aveva lasciato.
Silsilah si chiama il centro fondato dal missionario qui a Zamboanga. In arabo vuol dire catena, legame, lo usavano i sufi (il movimento mistico musulmano sviluppatosi in India). Dà l´immagine di una catena spirituale che lega tutti gli esseri umani nella loro ricerca di Dio. Per D´Ambra vuole significare il legame che si può costruire tra "noi" e "loro", tra Occidente cristiano e mondo islamico. Il centro è immerso in una bella collina verde che si affaccia sul mare. All´ingresso si passa sotto una lunga tettoia, le pareti sono illustrate da citazioni dei Vangeli e del Corano: sono state scelte con cura per sottolineare tutto ciò che nelle due religioni spinge alla comprensione, esalta la tolleranza. L´auditorium del centro è dedicato a padre Santo di Guardo, missionario cattolico morto nel 1975, e al leader spirituale musulmano Hadji Jainudin Nuno. I manifesti didascalici invocano la Grande Jihad, un concetto del Corano che è distante mille miglia dalla guerra santa contro gli infedeli: la Grande Jihad è la guerra interiore che si combatte per purificare il proprio cuore. Dentro Silsilah c´è una scuola dove studiano assieme bambini cristiani e musulmani, un miracolo in questa zona ad alta tensione. «Quando la aprimmo - dice la maestra Aminda Sanho - le famiglie erano sospettose. Pochi genitori mandarono i loro figli. Anche se noi accogliamo gratis tutti i poveri di questa periferia degradata che non possono permettersi le scuole di città, i genitori temevano che volessimo convertirli. Poi hanno visto che non era vero, si sono rassicurati, ora i nostri istituti misti si stanno diffondendo in tutta l´isola. Li chiamiamo i Programmi della Solidarietà».
La biblioteca di Silsilah ospita in pari quantità i commenti dei Vangeli e gli studi coranici, libri di storia sull´Occidente e sul mondo musulmano scritti da autori di ogni tendenza. Nei weekend Silsilah manda gruppi di giovani seminaristi cattolici ad abitare presso famiglie musulmane che hanno accettato di ospitarli.
«Conoscersi di persona - spiega D´Ambra - è un antidoto contro l´odio».
Risulta difficile conciliare il mestiere che sta facendo questo siciliano sbarcato a Mindanao trent´anni fa, con l´etichetta di «missionario». Questa parola evoca secoli di proselitismo, conversioni di massa spesso sospinte dalla forza economica e militare dell´uomo bianco, sull´onda delle conquiste coloniali.
«Essere missionario - precisa D´Ambra - vuol dire prima di tutto accettare la diversità, amare la cultura dell´altro. Io non sono qui per imporre la mia religione. la lezione del Concilio Vaticano secondo». un bel cambiamento, purtroppo in controtendenza rispetto all´evoluzione recente del mondo islamico.
L´interpretazione che D´Ambra dà del suo ruolo in fondo coincide con il grande pentimento dell´Occidente, il senso di colpa per i crimini dell´imperialismo che ormai studiamo anche sui banchi di scuola. molto politically correct, ma mentre in Europa e in America è consentita la proliferazione delle moschee e delle madrasse nel cuore delle nostre città, in molti paesi arabi la pratica del cattolicesimo è vietata. Chissà cosa succederebbe se nelle Filippine i musulmani fossero la maggioranza. «La questione della reciprocità esiste certo - replica D´Ambra - e ne so qualcosa. Ho vissuto anche in Arabia saudita per motivi di studio. Là potevo celebrare messa solo come un clandestino, nelle case private degli occidentali. Un giorno uno straniero mi riconobbe all´aeroporto di Ryad e mi chiamò padre: ebbi i sudori freddi, nessuno doveva sapere chi ero. Ma la reciprocità possono chiederla i governi, non credo che sia un compito della Chiesa. Certo non mi nascondo il problema dei nostri tempi: mentre l´Islam trae forza dalla presenza di Dio che afferma in ogni gesto della vita quotidiana, l´Occidente ha perso fiducia nei suoi valori, è incerto di tutto, questa è la sua fragilità».
A Silsilah D´Ambra sceglie un altro approccio: «Qui ognuno è libero di perseguire la spiritualità che ha dentro. Anche i non credenti, perché chi non crede in Dio può aver fede in qualcos´altro: la filantropia, il pacifismo, la salvezza dell´ambiente».
Seguo la maestra Aminda Sanho giù verso una spiaggia trasformata in baraccopoli e discarica di rifiuti. Tra le povere palafitte diroccate dei pescatori, immerse nel sudiciume, e il fetore immondo, senza acqua potabile, l´insegnante cattolica riunisce le donne del quartiere più povero di Zamboanga. Non è una lezione di catechismo, Aminda fa il lavoro dell´assistente sociale (che non c´è): spiega alle giovani mamme le regole essenziali dell´igiene alimentare, l´importanza di usare cibi naturali, di tener lontani i figli denutriti dai veleni del junk-food. Tra il gruppo che l´ascolta ci sono donne col volto completamente coperto dal velo; rispettano la loro maestra cattolica. Si sono portate i figli, bambini e bambine dalle facce smunte, che seguono la lezione muti, con grandi occhi spalancati. Cresceranno musulmani, un giorno incroceranno l´odio dei loro fratelli maggiori che in questo momento tengono prigioniero padre Bossi. Il ricordo di Silsilah forse li fermerà prima che imbocchino quella strada? «Non lo so - ammette Aminda Sanho - a volte temo che il nostro lavoro è solo una goccia nel mare, circondato da forze ostili molto potenti».
(4 - Fine)