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 2007  luglio 16 Lunedì calendario

Nello stadio di Sikasso le banderuole e gli striscioni del summit dei poveri sono ancora al loro posto, appena sciupati dal vento e dal sole implacabile: «Debito dei paesi poveri: noi non dobbiamo nulla, noi non paghiamo nulla»

Nello stadio di Sikasso le banderuole e gli striscioni del summit dei poveri sono ancora al loro posto, appena sciupati dal vento e dal sole implacabile: «Debito dei paesi poveri: noi non dobbiamo nulla, noi non paghiamo nulla». Si è appena riunito qui, nella capitale dell’«oro bianco», il cotone, a 370 chilometri dalla capitale del Mali, il G8 dei disperati, dove i paesi africani raccontano le loro miserie con una rabbia che cresce in proporzione alla inutilità delle denunce. Adesso gli operai stanno già tirando a lucido lo stadio perchè domenica sul campo gioca lo «Stade malien», squadra di casa, contro il Bamako. Annata maledetta, nonostante il pubblico tifosissimo: penultimi in classifica, ogni partita è decisiva. All’esterno, sotto la chioma grigia e polverosa delle acacie, spuntano ragazzini, a bande, a gruppi, a torme, come se la città fosse un grande asilo infantile. Si affrontano già in cento partire di calcio di cui solo loro possono decifrare il punteggio e lo svolgimento. I quaranta campioncini di monsieur Bernard Yao Assouman non hanno visto né lo stadio né letto gli slogan vendicatori. Di Sikasso conoscono solo le pareti anonime del commissariato, le domande brusche dei poliziotti che frugano nelle borse dove le madri avevano stipato poche povere cose: i portafortuna, quelli sì, perché l’Africa è una grande ragnatela di spiriti e streghe; e qualche ghiottoneria del paese «perché il viaggio verso l’Europa è lungo assai». Eppure monsieur Assouman era stato categorico: «Tranquilli, non hanno bisogno di niente, nel mio centro è già tutto pronto, scarpe, tute, ve li porto in paradiso, io, i vostri ragazzi». E aveva aggiunto: non prendete neppure i documenti, il passaporto ve lo faccio rilasciare collettivo. Siete o non siete campioni?». Qualcuno la foto, ritagliata dal giornale, se la teneva in tasca, mentre i chilometri sfilavano noiosi verso la frontiera del Mali, ogni tanto la guardava di soppiatto, per prender lena e coraggio: sì, duella di lui Didier Drogba, l’Africa del pallone che ha colonizzato Londra. Il Chelsea gli da l’equivalente di 100 milioni di franchi CF (la moneta dell’Africa occidentale) la settimana ci pensate cento milioni, al suo villaggio non li hanno mai visti cento milioni, si fa fatica persino a contarli. Assane Diomande, che di anni ne ha sedici, uno dei più vecchi del gruppo, come ciascuno dei suoi compagni di viaggio era strasicuro che un giorno avrebbe calpestato anche lui quell’erbetta verde londinese che gli sembrava il giardino di Semiramide, proprio come Didier che aveva sulle scarpe la polvere delle strade di Abidjian accumulata tirando calci al pallone prima di diventare miliardario. Assane si fidava di «monsieur», fin dal giorno in cui quello l’aveva adocchiato mentre con brio scansava piedi e caviglie degli avversari. Aveva chiesto di parlare a suo padre, El Hadj, che è un maestro in pensione e per questo al paese è considerato quasi un sapiente: «Quel ragazzo ci sa fare, dia retta a me che ne ho scoperti tanti, me lo lasci, ne faccio un campione e poi lo vendo a un grande club, non qui, in Europa». E il padre aveva chiesto aiuto ai vicini e ai parenti; in Africa, si sa, si è poveri ma c’è sempre qualcuno che ti tende la mano, le famiglie sono grandi apposta. E aveva raccolto i soldi necessari per pagare la scuola di calcio e «i contatti»: «In Europa il football vuol dire denaro» aveva strizzato l’occhio Assouam; e il vecchio El Hadj in fondo era stato rassicurato dal sapere che il mondo della tangente è tutto uguale, ad Abidjan e a Parigi. Adesso, chissà perché, quel bravo signor Assouman era ammanettato e i poliziotti maliani lo guardavano storto e volevano sapere dove aveva intenzione di abbandonare quei bambini senza passaporto e denaro. Perché l’Europa era una bugia, nessun contatto, nessun club che aspettava a braccia aperte nuovi talenti. Per caso si è scoperchiata un’altra piaga dell’Africa indifesa, scalza, indigente. Per trasformare 40 bambini in campioni il simpatico procuratore ivoriano ha ottenuto dai parenti quindicimila euro: ha dato qualcosa a un complice maliano che doveva abbandonarli in un posto sperduto del paese o affidarli a trafficanti di braccia per la raccolta del cotone, magari con un’altra commissione. Nessuno ci fa caso, si scomoda in denunce o ricerche. I «vilamègbo», come chiamano i piccoli schiavi in Africa occidentale, sono 400 mila in Togo, mezzo milione in Bénin. Undicimila euro, il suo presumibile guadagno, non sono l’ingaggio di Drogba, d’accordo, ma in Costa di Avorio costituiscono una piccola fortuna. E questo non era il suo primo viaggio. La scuola di calcio a diciassette chilometri da Abidjan è una baracca polverosa, «l’allenatore» che dovrebbe formare i campioni per venderli in Europa confessa che l’incontentabile Assouman non lo paga da due anni. Ci sono solo in Costa d’Avorio 262 scuole come questa, in una paese che conta sedici milioni di abitanti. La stessa Federazione ammette che al massimo due o tre lo sono davvero, le altre servono come copertura. La materia prima per i loro traffici non manca. Perché mezza Africa sogna dietro a un pallone, sogna di sfuggire alla fame facendo come Drogba e Eto’o ed è disposta a tutto perché i suoi figli abbiano la stessa possibilità. Quante centinaia, migliaia di bambini e ragazzi hannno pagato i signor Assouma e sono stati abbandonati senza risorse e senza documenti? I genitori dei 40 ragazzi perduti a Sikasso sono tornati al Centro, piangendo, invocando che li facciano almeno tornare a casa. Implacabili, hanno risposto: costa, dateci altri tremila euro.