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 2007  luglio 16 Lunedì calendario

Non credo di essere il solo a non comprendere la difesa a oltranza nella sinistra radicale e nei sindacati della pensione a 57 anni in nome dei diritti della classe operaia

Non credo di essere il solo a non comprendere la difesa a oltranza nella sinistra radicale e nei sindacati della pensione a 57 anni in nome dei diritti della classe operaia. Perché se è vero che un operaio in fine attività non raggiunge i 1500 euro mensili, non vedo come possa vivere con una pensione necessariamente inferiore a questa somma, tanto più che a quell’età avrà ancora i figli allo studio o in cerca del primo lavoro. Non mi meraviglierei, quindi, se una volta in pensione detto operaio andasse a incrementare la sacca del lavoro in nero, mentre la pensione a 57 anni se la godrebbero senza problemi economici ex dipendenti di Banca d’Italia, Senato, Camera dei deputati, varie Authorities e altre istituzioni che formano la galassia del divario economico e sociale dell’Italia. E, guarda caso, mai che sia stata sollevata in corso di negoziato la scandalosa divergenza dei vari trattamenti pensionistici, argomento sollevato invece da un lettore che suggerisce di limitare le pensioni a un massimo di 4.000 euro, lasciando la possibilità a coloro che beneficiano di redditi elevati di costituirsi una pensione complementare. E’ quello che più o meno avviene in Belgio, dove le pensioni variano da un minimo di 1.500 euro a un massimo di 3.000 euro. Questo ha fatto sì che nel Paese si sviluppasse una cultura della pensione complementare che i giovani affrontano sin dal loro primo lavoro. Come il caso della penalizzazione percentuale sul trattamento pensionistico maturato per ogni anno di anticipo rispetto alla data prevista, citato da un altro lettore: è il sistema che è stato introdotto presso la Commissione e le altre istituzioni europee durante la presidenza di Romano Prodi: i rappresentanti del governo ne hanno parlato ai sindacati durante il negoziato? Non sarebbe più saggio concentrare le risorse disponibili per accelerare al massimo l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro piuttosto che anticipare l’età della pensione di quelli che il lavoro ce l’hanno? Pierpaolo Merolla p.merolla@telenet.be Caro Merolla, lei si chiede che cosa faranno i cinquantasettenni quando saranno andati in pensione e osserva giustamente che molti di essi andranno a ingrossare le file dei lavoratori in nero. Ma di questo i sindacati e la sinistra massimalista non amano parlare. Se qualcuno osserva che l’Italia ha un debito pubblico pari al 105% del prodotto interno lordo e paga interessi sulle cartelle del debito, ogni anno, per settanta miliardi, i sindacati e la sinistra massimalista non battono ciglio. Se qualcuno ricorda che tutti i governi italiani, da quindici anni, si battono con le spalle al muro per evitare che le grandi agenzie di rating pronuncino un giudizio negativo sulla nostra credibilità finanziaria (un giudizio che avrebbe pesanti conseguente sui tassi d’interesse applicati ai nostri buoni del Tesoro), la terapia proposta dal sindacato e della sinistra massimalista è sempre la stessa: lotta all’evasione fiscale. Non ammettono l’allungamento dell’età della pensione perché – osservano – colpirebbe i ceti sociali più deboli a profitto di quei grassi evasori che sottraggono denaro al bene comune nascondendo al fisco una parte cospicua del loro reddito. Se è necessario ridurre il debito – continuano – occorre farlo combattendo una dura battaglia contro coloro che non pagano le tasse. Ma il guaio, caro Merolla, è che gli evasori, non soltanto in Italia, sono un gruppo sociale interclassista, composto per una buona parte da quanti hanno smesso di lavorare e sono ancora in condizioni di dedicare buona parte della loro giornata a un lavoro mediocremente retribuito, ma esente da imposte. I cinquantasettenni che arrivano ogni anno sul mercato del lavoro occulto sono il miglior carburante possibile dell’economia nera nazionale. Non si può combattere l’evasione fiscale e, contemporaneamente, alimentarla fornendo ogni anno al datore di lavoro civilmente disonesto il materiale di cui ha bisogno per continuare a ingannare lo Stato. Mi sono chiesto più volte perché la sinistra sindacale e massimalista sia prigioniera di questa contraddizione e credo che vi siano almeno due spiegazioni possibili. In primo luogo questa sinistra non crede al «mito» dei conti in ordine e alla «leggenda» dei bilanci in pareggio. Anche quando non si definisce comunista, continua a pensare che questi siano concetti capitalisti e che il capitalismo sia il nemico da abbattere. In secondo luogo, difende gli interessi di iscritti ed elettori che aspettano come una terra promessa il giorno in cui entrare trionfalmente nell’economia sommersa e non vogliono essere i primi a perdere questa prospettiva. Lascio a lei decidere, caro Merolla, quale delle due motivazioni sia la peggiore.