Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  luglio 16 Lunedì calendario

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

MADRID – L’ultimo ad averci pensato davvero seriamente, 426 anni fa, era stato il re di Spagna Filippo II, sovrano (per pochi anni) dell’ intera penisola iberica. Un pioniere, se ha ragione lo scrittore José Saramago e la fusione tra Spagna e Portogallo è ormai soltanto questione di tempo. Oggi, come allora, a saldare i due Paesi sarebbe un matrimonio d’interessi: alla fine del sedicesimo secolo, per unire le forze nelle dispendiose ma proficue avventure coloniali d’oltremare; all’inizio del ventunesimo, per i crescenti interessi economici spagnoli nell’attiguo territorio lusitano.
«Con appena dieci milioni di abitanti – valuta il premio Nobel portoghese per la Letteratura, in un’intervista al quotidiano Diario de Noticias
di Lisbona ”, il Portogallo avrebbe tutto da guadagnare, in termini di sviluppo, da un’integrazione territoriale, amministrativa e strutturale con la Spagna».
Per stemperare il brivido di raccapriccio che sa bene di infondere nei nazionalisti del suo Paese con queste parole, Saramago, 84 anni, si affretta ad assicurare che «non si smetterà di parlare, pensare e sentire in portoghese » e che, certo, per non offendere l’orgoglio dei compatrioti «la Spagna dovrebbe cambiare il suo nome e passare a chiamarsi Iberia». Ipotesi che non mancherà di far sussultare i nazionalisti dall’altra parte del confine.
Il letterato portoghese, invece, non vede controindicazioni nella sua proposta: «Esistono già le regioni dell’ Andalusia, della Catalogna, della Galizia, dei Paesi Baschi, della Castiglia La Mancia, avremo anche quella del Portogallo». Può darsi che, messa così, agli spagnoli l’idea possa andare bene, ma i portoghesi come la prenderanno? «Non è una cessione territoriale, né la fine di una nazione – risponde Saramago alla domanda del perplesso intervistatore lusitano ”, continueremo a esistere in un altro modo». E una volta chiariti i termini, secondo il premio Nobel, cadranno le obiezioni, perché l’integrazione non comporterebbe la sottomissione: la Spagna non governerebbe anche i vicini occidentali, ma formerebbe con loro un parlamento comune.
Inoltre, nella visione di Saramago, il Portogallo conserverebbe, come tutte le province autonome spagnole, una propria assemblea legislativa: «Non saremo governati dagli spagnoli, avremo rappresentanti dei partiti dei due Paesi in un Parlamento unico con tutte le forze politiche».
A dire il vero finora nessun partito spagnolo o portoghese si è sbilanciato in una campagna o anche soltanto in caute allusioni a questa possibilità, ma i giornali di Lisbona hanno pubblicato un sondaggio, qualche mese fa, che rivelava il sorprendente consenso di un quarto degli intervistati a un «pacs», se non proprio a un matrimonio, con i cugini iberici. Se il campione rappresenta il totale, è vero anche che il 75 per cento dei portoghesi sarebbero contrari o, perlomeno, indifferenti alla proposta. Ma le conclusioni dei ricercatori danno ragione a Saramago: sono i giovani i più aperti a un’eventuale fusione con la Spagna e, in tal caso, basterebbe aspettare un ricambio generazionale per arrivare alla nascita della Nuova Iberia.
Ad attirare la pragmatica gioventù portoghese sarebbe un calcolo delle opportunità, più che una naturale empatia per i coetanei spagnoli: a Madrid la disoccupazione è più bassa, si guadagna di più e si prospettano migliori possibilità di carriera e di qualità della vita. anche sempre più evidente quella che i nazionalisti portoghesi temono come una strisciante «colonizzazione» economica della Spagna in terra lusitana: interessi immobiliari, finanziari, commerciali, agricoli hanno attirato capitali sempre più consistenti dalla monarchia nella vicina Repubblica. A cui resta qualche rivincita, almeno culturale, sul vicino peninsulare: per esempio, ha un titolo portoghese, Las Meninas, il quadro simbolo del Museo del Prado, dipinto da Diego Velázquez mezzo secolo dopo il ritiro delle truppe spagnole da Lisbona.
Nonostante la sponsorizzazione di Saramago, il connubio tra i due Paesi appare un’utopia agli osservatori di entrambe le parti. Il celebrato autore della Zattera di pietra continuerà probabilmente soltanto a sognare una penisola iberica unita e incantata, che si stacca per magia dal resto del continente e naviga, libera dal guinzaglio della Grande Madre Europa, nelle acque dell’Atlantico alla ricerca di un futuro diverso. Meno problemi così per re Juan Carlos, che ieri si è potuto dedicare, nei giardini della Zarzuela, alla festa per il battesimo della sua ottava nipotina, l’Infanta Sofia, secondogenita dell’erede al trono, il principe Felipe. Che, a sua volta, quasi certamente non dovrà marciare su Lisbona come il suo lontano predecessore e omonimo, Filippo II, proprio un 27 luglio di oltre quattro secoli fa.
Elisabetta Rosaspina