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 2007  luglio 15 Domenica calendario

DAL NOSTRO INVIATO

PADOVA – «La mia casa appartiene a Gesù. Diavolo, sta fuori». Courage Esenude, nigeriana, ha appeso questo adesivo alla porta e il diavolo deve averla presa in parola, perché fuori è l’inferno. La puzza è così forte che sembra solida, in grado di sporcare pelle e vestiti. Le suole restano attaccate a uno strato di sporcizia sul quale corrono grassi insetti. Un ragazzo dorme su una branda in pianerottolo, tra cocci, scarpe, resti di cibo e di oggetti privi di forma riconoscibile. Da basso, nell’androne del civico 29, un paio di maghrebini hanno steso quattro strisce di cocaina e portano al naso le banconote arrotolate. In cortile i pusher aspettano clienti.
Sono le 2 del pomeriggio, in pochi minuti quattro padovani vengono a comprare droga. Poi entrano i carabinieri.
Questa è via Anelli, e fa schifo. Daniela Ruffini, assessore alla casa del Comune di Padova, ci è abituata: si presenta leggiadra, vestito e sandali, sui capelli il cerchietto che indossava un mese fa quando si è sposata. «Stiamo salendo» avvisa, urlando per le scale. Controlla che tutti siano pronti per il trasloco. Courage e il fidanzato hanno preparato gli scatoloni: saranno fra i primi ad andarsene, domani alle tre. Entro giovedì o venerdì li seguiranno gli altri. Gli ultimi abitanti di via Anelli, una sessantina, stanno per essere trasferiti. Chi è in regola avrà una casa in città; i clandestini forse spariranno prima.
Chiude il «ghetto» di Padova, il quadrilatero dello spaccio passato alla storia per «il muro », che poi è una barriera di lamiera lunga 70 metri a protezione delle case di via De Besi. «Poca cosa – dice il sindaco Flavio Zanonato – eppure non si è parlato d’altro. Anche se abbiamo smantellato un ghetto, dato case dignitose a tanti cittadini e, speriamo, tolto un punto di aggregazione per chi spaccia». Zanonato è un diessino convinto che le politiche di accoglienza possano sposarsi con la repressione del crimine. Qualcuno lo chiama sceriffo rosso. Non raccoglie: «Faccio ciò che ritengo giusto ». Fra pochi giorni sigillerà con un portone d’acciaio di oltre 800 chili l’ultimo palazzo del complesso «Serenissima». Prima di diventare famoso come «via Anelli» questo posto si chiamava così. Negli anni ’80 ci vivevano gli universitari fuorisede, poi arrivarono le prostitute quindi, negli anni ’90, le famiglie di immigrati, seguite dalle bande di spacciatori. La prima retata risale al novembre ’95. Il 26 luglio 2006 fu una notte di guerriglia tra nigeriani e maghrebini: feriti, arresti, espulsioni, ad agosto venne alzato «il muro». Ma gli sgomberi erano già in corso: la prima palazzina ha chiuso a febbraio del 2005, e da allora sono state portate via di qui e ridistribuite in città decine di famiglie. In tutto circa 600 persone. Abitano case comunali o di privati presso i quali il Comune ha fatto da garante, sono «sparse», perché si è voluto evitare concentrazioni di extracomunitari, e sono «accompagnate» da una cooperativa che ne facilita l’insediamento. Genny ha lasciato via Anelli il 23 ottobre 2006, dopo sette anni. Pagava 500 euro per 28 metri quadri, ora ha una casa di 55 metri, spende 270 euro e non ha più paura. «Stavo al primo piano – dice ”. Hanno bucato il pavimento del bagno. Ho chiesto "fratello, perché?", mi ha detto "non preoccuparti". Non potevo discutere... ». Perché il buco serviva a nascondere le dosi e il «fratello» spacciava.
I pusher non sono contenti della chiusura di via Anelli: era un’ottima base. Ma fra chi protesta ci sono anche i proprietari di alcuni dei 276 mini-appartamenti. L’ingegner Michele Donati, 54 anni, è stato l’ultimo italiano a traslocare, giovedì. Assieme ad altri ha denunciato il Comune per appropriazione indebita: «Ringrazio per la casa in comodato, ma quella di via Anelli era mia. Che ne sarà? Qui invece di mandare via i delinquenti hanno sloggiato noi». In realtà, solo una dozzina di proprietari abitavano in via Anelli. Tolti i 94 appartamenti acquistati dal Comune nell’ultimo anno, la maggioranza delle case appartiene a società immobiliari e a privati che spesso non vivono a Padova, alcuni nemmeno in Italia. Da mesi sui contratti di locazione delle sei palazzine indaga la Guardia di Finanza, alla ricerca di irregolarità, magari di affitti in nero. Qualcuno di certo ha speculato su quelli che il Comune definisce «soggetti deboli e ricattabili: i lavoratori migranti». Loro hanno accettato canoni altissimi, dividendo spese e spazi: in 28 metri quadri si sono stretti in 7 o 8, è nato il ghetto che poi è diventato habitat per lo spaccio. «Ma la droga gira anche altrove – dice Luigi Tarzia, del comitato per la chiusura dell’area ”. Ma lì mancava il rispetto delle regole: escrementi in strada, urla tutta notte, degrado. Lo sgombero è un sogno».
I sei palazzi, porte murate, sbarre alle finestre fino al secondo piano, rimarranno deserti e saranno resi inaccessibili. Un’idea è circondarli con un’alta grata d’acciaio, ma ce ne vogliono 500 metri e costa molto. «Il preventivo è 70 mila euro – dice Zanonato ”. Troppi per noi. Ci metto una rete da cantiere». La polizia rinforzerà la vigilanza. «Per impedire che chi perde quella porzione di territorio si radichi altrove » spiegano in Questura. Un giorno, forse, verrà la riqualificazione. Il nuovo piano regolatore prevede che almeno il 51% degli spazi sia destinato ad abitazioni. A Padova girano voci su compratori americani.