Chiara Beria d’Argentine, La Stampa, 14/7/2007, 14 luglio 2007
CHIARA BERIA DI ARGENTINE
INVIATA A CAPRI
«Ci ha mandato una lettera: ”Dovete lasciare il bar”. Tre anni per sgomberare. Abbiamo messo un avvocato, parlato con il Comune. I nostri amici e clienti hanno organizzato una raccolta di firme: tutto inutile. Sono andata a parlargli. Mi ha ricevuto nel suo studio, in via delle Botteghe. ”Mi dispiace, mi serve il locale”, mi ha detto. Gli ho chiesto che cosa ne vuol fare visto che come dice lui ”è un signore”. Ha tante di quelle proprietà a Capri da mettersi le mani in testa. Mi ha risposto che a me non doveva interessare. Così, a giugno dell’anno prossimo abbiamo lo sfratto. Mio figlio dice che devo reagire, non credo che ce la farò. Vede queste mattonelle? Vede questi chiodi per appendere i limoni? Li ha messi mio padre. Capri non sarà più la stessa senza il bar Scialapopolo». Ha le lacrime agli occhi, Vittoria Spataro. Per la proprietaria del piccolo bar Scialapopolo, locale storico di Capri in via Vittorio Emanuele, vicino alla piazzetta del Quisisana, questa rischia di essere l’ultima estate dopo più di 40 anni passati a deliziare i vacanzieri.
Le origini
«Scialate popolo! Non badate alle spese e agli affanni». Oltre le lussuose vetrine, contese a colpi di milioni di euro dalle più prestigiose griffe della moda e dell’oreficeria, al fondo di una stradina ignorata dalla fiumana di turisti c’è la casa (soggiorno, cucina, camera da letto e terrazzino) di Vittoria. Erede orgogliosa di una famiglia amata da tutta Capri, i Costanzo, detti «gli Scialapopolo» da quando il nonno Francesco vendeva alle donne dell’isola, senza mai tirare sul prezzo, cotone ed elastici per le mutande. La fine del bar di Vittoria narra del tramonto della Capri autentica, ormai sconfitta dall’insensibilità dei troppo ricchi e dagli affari dei «bouticcari».
«Nel 1949 - racconta la barista - mio padre Costanzo, che a Capri era un numero uno, per far campare i suoi sette figli e i sette figli di sua sorella chiese all’avvocato Adinolfi di poter affittare un suo piccolo deposito di legna per farci un bar». Due anni di lavori, un prestito da restituire. Nel 1952 Costanzo inaugura il suo minuscolo capolavoro, non più di un metro e mezzo per due dietro il bancone, 15 ripidi gradini per scendere nel locale laboratorio. E’ un suo grande amico, Mario, ad aiutarlo a decorare il bar con disegni, lumini e tralci di limoni.
Tutto il loro mondo è in quel piccolo bar, più ingenuo che kitch. Ricorda Vittoria: «Mamma Carmelina aiutava a fare i gelati. Tonino e Anna, i miei fratelli, stavano al banco, l’altra sorella doveva accudire alla casa. Dopo la terza elementare io andavo a cucire in un negozio: mi pagavano 50 lire la settimana». Un anno, per la processione di san Costanzo («E’ bellissimo. Abbiamo dato un sacco di soldi alla chiesa per farlo restaurare», dice), voleva comperarsi un paio di scarpe rosse. «Erano bellissime - prosegue Vittoria - costavano 500 lire. La padrona non mi diede il salario. Allora andai anch’io a lavorare al bar, mamma diceva che ero un ”maschio-femmina”: sapevo farmi rispettare».
Le star
Per Alberto Sordi una spremuta d’arancio, per Vittorio Gassman un gelato di pesca, a Lucia Bosè il cocomero. Sfoglia, Vittoria ”Scialapopolo”, i suoi album di fotografie, tante serate capresi, tanti volti famosi: da Danny De Vito a Renzo Arbore, da Liza Minelli a Naomi Campbell con Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Tutti flash di assoluta golosità. Il bicchiere usato da Jacqueline Kennedy per bere un’aranciata lei lo ho conservato come una reliquia. «Il bar è tutta la mia vita» e si commuove.
Su e giù da quei 15 scalini all’età di 26 anni s’innamorò di un loro lavorante, venuto da Pompei, di nome Franco. Fra sorbetti e gelati sono nati due figli e tre nipotini. Nel 1962, il padre Costanzo muore, dell’amato bar di famiglia si occupa lei. «Con Franco abbiamo portato avanti il bar come voleva mio padre. Se un bambino aveva solo 15 lire per un gelato che costava 20 glielo davamo lo stesso. A san Costanzo, come ha sempre fatto papà, regaliamo i gelati con i palloncini». Nostalgia. «La mia vita è passata così. Al bar fino alle 6 di mattina. Ai nottambuli prepariamo i nostri panini con una famosa salsetta al basilico. Altro che hot-dog. Quanti bei vestiti, quanti bei gioielli ho visto nelle mie lunghe notti capresi. Alla mia generazione quando si parla di Capri vengono le lacrime agli occhi», confessa Vittoria.
Proprio non gli è piaciuta («a Capri ci siamo tutti arrabbiati») la fiction tv della Rai intitolata all’isola. Lei conosce altre storie d’amore. E tratteggia quella di Carmelina. «Era la donna più bella di Capri - racconta - dicevano fosse l’amante di re Vittorio Emanuele. Un giorno, si tolse la sopragonna con i merletti, rimase in camicia e mutandoni e si buttò in mare». Fu Carmelina che insegnò a suo padre a suonare la tamburra («ha un suono diverso dal tamburello, è femmina non maschio») e i passi della tarantella, l’altra grande passione del clan Scialapopolo (tra fratelli e nipoti sono quasi cento). La ballano alle feste nelle ville e, d’inverno, sulle navi in crociera. «La tarantella come il bar non deve morire, l’abbiamo nel sangue. Sono le nostre tradizioni», dice Vittoria. Un manipolo di pallidi e affannati turisti giap passa davanti al bar Scialapopolo (un gelato costa 2 euro, 5 euro per una vodka al limone). Clic, una foto molto folk e via. «I giapponesi non mangiano gelato, arrivano con le loro bottigliette di minerale e ripartono».
Le eredità
Fine della storia. Versione di Vittoria: «L’avvocato Adinolfi amava molto papà. ”Scialapopolo, ma chi ti caccia, questa è roba mia”, rispose quando papà gli chiese di rinnovare il vecchio contratto del 1952. Poco tempo dopo morì mio padre e anche l’avvocato, d’infarto. I suoi beni passarono alla moglie, una Rodriguez della famiglia degli aliscafi. Non avevano figli, così quando anche la signora è scomparsa ha ereditato tutto, compreso il nostro bar, un suo nipote, Eugenio Rodriguez. E’ lui che ci ha dato lo sfratto». Chiude, Vittoria, l’album dei suoi ricordi. «Aprire da un’altra parte? E chi ci dà tanti soldi? Dovremmo vendere la casa», dice sconsolata. Per il bar dei generosi Scialapopolo non c’è più posto a Capri.Salvo per un miracolo di san Costanzo./