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 2007  luglio 14 Sabato calendario

Qualche volta i classici ritornano. Con tutta la loro forza originaria e con, in più, il prestigio che gli ha regalato la storia

Qualche volta i classici ritornano. Con tutta la loro forza originaria e con, in più, il prestigio che gli ha regalato la storia. Ciò accade a Le conseguenze economiche della pace , l’opera che John Maynard Keynesscrisse nel 1919, e che ora esce da Adelphi. A conservarle un valore di sfida e di profezia è, tra l’altro, il ricordo delle vicende che imposero la sua composizione. L’autore è, all’epoca, un economista di trentasei anni, che si è laureato in matematica a Cambridge, è stato alle dipendenze del ministero per l’India, ed è tornato a Cambridge per quell’attività accademica che ne segnerà la vita (Keynes sarà sempre tuttavia, per propria scelta, un professore senza una vera cattedra). Dirige l’autorevole Economic Journal. Ha lavorato come consulente al Tesoro britannico e poi come responsabile delle relazioni finanziarie con gli Stati Uniti. Agli inizi del 1919 è a Parigi, dove partecipa, fra i "tecnici" del governo di Lloyd George, alle riunioni preparatorie del trattato di pace di Versailles, imposto alla Germania dalle potenze vincitrici. Ma in giugno si dimette di colpo dall’incarico. L’andamento della conferenza ha suscitato in lui un rifiuto che rasenta il furore. Una catastrofe. Ecco, ai suoi occhi, il risultato di quel lungo incontro fra i quattro Grandi: oltre al premier britannico, Georges Clemenceau per la Francia, il presidente americano Woodrow Wilson e, per l’Italia, Orlando. Le doti intellettuali di Keynes rifulgono in pieno nell’opera tornata in libreria. Non è solo un saggio d’economia. lo sfogo di uno spirito libero, il messaggio di un patriota europeo. L’ardore del linguaggio si sposa alla competenza tecnica. I ritratti che Keynes traccia dei "vincitori", soprattutto il francese e lo statunitense, che incarnano le istanze estreme di quel consesso, sono godibili come brani di alta letteratura. Clemenceau «aveva l’aspetto d’un uomo molto vecchio, che riservava le sue forze per le occasioni importanti». «Un viso inflessibile di cartapecora». Di solito parlava poco: «una breve frase, recisa o cinica, era in genere sufficiente». A tratti, una «improvvisa eruzione verbale, spesso seguita da un accesso di tosse cavernosa». Il suo stato d’animo era semplice: «Non bisogna mai negoziare con un tedesco o blandirlo, bisogna comandargli». lui trionfatore di Versailles. Il perdente è Wilson, quel «vecchio presbiteriano», quel «temperamento teologico». «Impigliato nelle reti del Vecchio Mondo», vedrà crollare quei suoi «Quattordici punti» che avevano fatto da nobile prologo alla scena di Versailles. Impulsi sinceri, non meno di quelli che all’inizio mostrava Lloyd George, travolto poi dalla necessità di soddisfare le aspirazioni revansciste del suo popolo nelle elezioni del 1918, che altrimenti avrebbe perso. Così egli finì per accordarsi con chi mirava soltanto a «impiccare il Kaiser». Orlando, Keynes lo nomina appena: è un comprimario. La denunzia, fatta dall’economista inglese, del verdetto di Versailles - nel quale ai «frutti inevitabili della guerra» vennero a sommarsi «le evitabili sciagure della pace» - ottenne allora un vivo successo. E ancora oggi quel libro offre acute conferme a chi abbia intuito che quella parte di Europa uscita vincitrice dalla Grande Guerra, umiliando Berlino e Vienna più del giusto e del verosimile, compromise a Versailles il suo stesso avvenire e quello del Continente intero. Al di là della serrata analisi dell’autore sull’inopportunità di imporre ai vinti condizioni di pace così «inique», emerge il delitto di aver fatto della Germania un’attiva continuatrice della «guerra civile europea». Della quale allora, 1919, nessuno poteva prevedere i futuri sviluppi. Tranne quell’appassionato «pamphletaire», tornato ai suoi studi nell’amata Cambridge.