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 2007  luglio 13 Venerdì calendario

Dicono che ricorda Vladimir Horowitz: come lui, si rivelò al mondo sostituendo all’ultimo momento il solista malato nel primo concerto di Ciaikovskij

Dicono che ricorda Vladimir Horowitz: come lui, si rivelò al mondo sostituendo all’ultimo momento il solista malato nel primo concerto di Ciaikovskij. E, come lui, lasciò tutti a bocca aperta: virtuoso, irruente, passionale. «Il più grande talento pianistico degli ultimi tempi» scrisse la Chicago Tribune. Accadeva nel ”99 nell’Illinois: Lang Lang aveva 17 anni e debuttava sotto la bacchetta di Christoph Eschenbach. Da allora ha suonato con tutte le grandi orchestre e i grandi direttori, ha registrato sei cd e, primo al mondo, ha tenuto un concerto su Second Life. Il suo destino è già nel nome: Lang Lang in cinese significa «uomo brillante». E’ nato in Manciuria e, se la leggenda è vera, ha cominciato a suonare prima di Mozart. Aveva due anni quando sentì la Rapsodia ungherese di Liszt nel cartone animato The Cat Concert con Tom&Jerry e decise che da grande avrebbe fatto il pianista: a 5 anni vinceva il primo concorso e dava il suo primo recital. A 9 il padre lo portò a studiare a Pechino, dove la maestra lo escluse dalla classe perché inadeguato. Non si scorò, cambiò insegnante, andò negli Stati Uniti e già a 11 anni vinceva, in Germania, il concorso per giovani talenti. Oggi è un’icona pop. I capelli rigidi di gel, il rifiuto di portare frak e papillon - «uno stringe le spalle, l’altro il collo» - l’aria ora sfrontata ora rapita, ha cambiato il modo di essere pianista. Ha un’apertura di mani straordinaria, copre dodici tasti quando normalmente si arriva a dieci. «Suona come un gatto con undici dita», dice di lui Daniel Barenboim. A Lang Lang piace suonare nei grandi spazi all’aperto. E anche così fa il tutto esaurito: centomila l’anno scorso nel parco di Schoenbrunn, a Vienna, quando suonò con i Wiener Philarmoniker diretti da Zubin Mehta. Ormai è una star, che al ristorante fa mettere un paravento davanti al tavolo, ai concerti si fa proteggere da venti guardie del corpo, riceve migliaia di lettere d’amore e registra 300 mila contatti al giorno sulla sua pagina web. Ma è anche un ragazzo che viaggia sempre con il padre, è ancora single - «non ho tempo per corteggiare le ragazze» - e quando ha un po’ di tempo gioca a ping pong e calcetto. Ha una casa a Berlino e suona solo su pianoforti Steinway, che si fa costruire su misura con supporti per la lattina di coca cola e l’iPod e cambia ogni tre anni perché le corde saltano. Le sue mani sono assicurate per 70 milioni di dollari e se le massaggia ogni giorno per dieci minuti. E’ ascetico - non beve e non fuma - e generoso: è il più giovane ambasciatore Unicef. E’ amato e odiato con la stessa intensità. Dopo gli entusiasmi iniziali, sono arrivati i giudizi pesanti: noioso, immaturo, volgare, privo di sensibilità, una popstar. Tra i critici musicali tedeschi è diventato chic dirne male, lodare l’ottima tecnica ma sottolineare che gli mancano profondità e passione. L’hanno soprannominato Bang Bang perché pesterebbe troppo sui tasti, e considerano una scivolata lo spot per una linea di abbigliamento e la colonna sonora del film Il velo dipinto. Lang Lang replica: «Non suono per i critici, ma per la gente». Ha un motto per rincuorarsi: «Devi avere fiducia nel tuo talento e non avere mai paura». Ha due angeli custodi, Eschenbach e Barenboin, che lo rincuorano quando i critici, dopo aver sentito il suo Beethoven nella tournée e nell’ultimo cd, gli consigliano di prendersi una vacanza. L’anno scorso non ne ha avuto il tempo: solo quattro giorni sulla spiaggia di Tel Aviv. Quest’anno magari lo farà. Ma prima c’è il Festival di Salisburgo, dove i biglietti per il suo concerto sono esauriti da mesi.