Varie, 13 luglio 2007
MONDINELLI Silvio
MONDINELLI Silvio Gardone Val Trompia (Brescia) 24 giugno 1958. Alpinista. Il tredicesimo nella storia ad aver raggiunto la vetta dei 14 Ottomila (terzo italiano dopo Reinhold Messner e Sergio Martini, sesto al mondo senza far uso di ossigeno supplementare). « E sono quattordici. [...] l’ultimo degli Ottomila [...] Broad Peak, a 8047 metri [...] la “Cima Larga” al confine tra Cina e Pakistan, nella catena del Karakorum. [...] l’11 ottobre ’93 [...] toccava la vetta del primo Ottomila, il Manaslu [...]» (Marisa Poli, “La Gazzetta dello Sport” 13/7/2007) • «[...] detto Gnaro, che significa bambino nel dialetto della bresciana Val Trompia, dove è nato. [...] la montagna di Gnaro non è più quella di Messner, aspra e drammatica, sofferta e tragica, secondo tutta una tradizione alpinistica. Lui ha cambiato le carte in tavola, è l’anti-Messner: coltiva l’idea che la montagna, anche estrema, deve essere divertente e rilassante. Infatti non si definisce un alpinista ma un atleta o un “pestaneve”. Infrange i tabù della cultura alpina, al punto da posare nudo per la pubblicità, come il ciclista Cipollini, ma sulle riviste del Cai. Ha raccontato di sé in un libro che ha intitolato Lazarùn (2003). Fisico asciutto, di normotipo che a cinquant’anni ne dimostra trenta, correva gli 800 metri e non sapeva nulla di moschettoni, né di Messner né dell’Everest. Fino a quando, arruolatosi volontario nella Guardia di Finanza, partecipa a vent’anni a un corso per istruttore di roccia, risulta fra i migliori e finisce alla stazione del soccorso alpino aperta dai finanzieri a Alagna sotto i ghiacciai del Rosa, dove la passione per le vette diventa un lavoro, cinque giorni la settimana per otto ore al giorno. Poi capita che una volta porta sul Cervino un colonnello e una guida alpina rimane impressionata dalla scioltezza con cui sale e scende fra roccia e ghiaccio, tanto da prenotarlo per una spedizione extraeuropea. Così comincia la sua vita sulle grandi montagne. I suoi ottomila li ha saliti tutti senza ossigeno, e sono soltanto in sette a esserci riusciti (di italiani solo Messner e lui). È famoso per i salvataggi in alta quota. La moglie bresciana gli organizza gli impegni professionali e si occupa della rete degli sponsor - hanno fatto la luna di miele su un ottomila. Ha un figlio e una bimba [...] “Io mi considero un montanaro non un alpinista. Da ragazzino mi mandavano due mesi a pascolare le mucche. Vedevo i cittadini salire con i calzoni alla zuava sui sentieri dove andavo a prendere le vacche. E mi domandavo: ‘Ma dove vanno così conciati?’. Adesso ho i caprioli davanti a casa [...] le sfide sono dappertutto: a scuola, in fabbrica, nella vita e nello sport. Per me il mondo è diviso fra chi s’accontenta e chi no. Io non mi accontento. Però la montagna deve essere soddisfazione: se ci andiamo è perché ci piace. L’idea che se ne aveva una volta è tutta da rifare [...] La mia non è la montagna dei superuomini. E dei grandi nomi non m’importa niente. Ammiro quello che hanno fatto i Bonatti e i Messner, ma era un’altra stagione in cui dominava un’idea di fatica e sofferenza. Non ho letto i loro libri. Io vado in montagna perché mi diverto, per soffrire non ci andrei [...] Preferisco considerarmi un atleta, che sale la montagna in velocità: niente portatori, stile alpino, stare in quota il meno possibile [...] Sono molto metodico: corsa e salite sempre sugli stessi percorsi, sul Monte Rosa. Conosco i miei tempi e li tengo sotto controllo. Da giovane riuscivo a fare 60 mila metri di dislivello al mese. Da giovane… Adesso faccio ogni giorno 1200 metri di dislivello. Però non corro mai in discesa, per salvare le ginocchia. I bastoncini? Sì, li uso sempre in salita, in Himalaya al posto della piccozza [...] In Perù ho conosciuto una suora di Trecate che dava da mangiare a 200 bambini, tutti i giorni. Così ho deciso: quando avrò due lire in tasca farò qualcosa anch’io. Abbiamo fondato una Onlus di Amici del Monte Rosa e abbiamo costruito la scuola nella valle che va all’Everest e l’ospedale sulla strada per l’Annapurna [...] La paura è quella cosa che ti fa imparare a vivere. Fra i compagni di avventura ho avuto 27 morti in 30 anni. Fa bene un po’ di paura, mi piace [...] Mi fa sentire che sono vivo [...] Mio figlio un giorno mi ha detto: ‘Non m’importa niente di avere un papà che ha fatto gli ottomila. M’importa che stia a casa a giocare con me’. Dopo una cosa del genere hai le orecchie basse tutto il giorno [...] Darei tutti i miei ottomila per saper suonare il sassofono. Suonare i blues, come li suonava Sonny Rollins [...]» (Alberto Papuzzi, “La Stampa” 5/9/2007).