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 2007  luglio 13 Venerdì calendario

Ho letto la sua risposta sugli atti di coraggio nella storia d’Italia. Condivido gli episodi e le persone, o meglio, gli statisti che hanno compiuto scelte politiche coraggiose, a volte solitarie, assumendosene la piena responsabilità

Ho letto la sua risposta sugli atti di coraggio nella storia d’Italia. Condivido gli episodi e le persone, o meglio, gli statisti che hanno compiuto scelte politiche coraggiose, a volte solitarie, assumendosene la piena responsabilità. Mi permetterei solo di aggiungere un personaggio politico controverso, ma senz’altro coraggioso nell’assumersi le responsabilità dei suoi gesti. Si tratta di Bettino Craxi e non tanto per la questione di Sigonella, quanto invece per il coraggio con cui affrontò praticamente da solo la questione dell’abolizione della scala mobile in un’epoca in cui l’inflazione in Italia viaggiava su due cifre. Rimase solo perché persino i repubblicani si defilarono. Vinse la sfida e forse da quel momento diventò un uomo pericoloso, specialmente per certe forze sindacali e politiche che avevano contrastato con ogni mezzo quel referendum. Zeffiro Ciuffoletti ciuffolettirisorgimento@ hotmail.com Ho letto il suo articolo sugli atti di coraggio nella storia d’Italia e il più recente tra quelli da lei elencati risale al primo dopoguerra. Mi piacerebbe sapere se anche negli ultimi 30 anni della storia nazionale vi siano stati atti di coraggio e quali siano, secondo lei, quelli maggiormente degni di nota. Marco Migliosi marco.migliosi@ hotmail.com Cari Ciuffoletti e Migliosi, non vorrei che questa corrispondenza sugli «atti di coraggio» apparisse agli occhi dei lettori una faticosa caccia a qualche episodica manifestazione di virtù in una storia caratterizzata da compromessi mediocri e decisioni opportunistiche. Abbiamo un sistema politico che premia la prudenza, la collegialità, la ricerca del consenso, anche quando nuoce al futuro del Paese, e scoraggia l’apparizione di personalità forti, pronte a correre qualche rischio personale di fronte a situazioni in cui l’interesse nazionale richiede decisioni forti e nette. Ma non saremmo riusciti a diventare, dopo la sconfitta, una delle maggiori economie mondiali e a dare un notevole contributo al processo d’integrazione europea se alcuni uomini non fossero riusciti a imporre una linea politica ed economica che era in quel momento alquanto impopolare. Quando Ugo La Malfa e Cesare Merzagora cominciarono a smantellare le barriere protezionistiche dello Stato fascista, molti industriali erano contrari. Quando Antonio Segni e Gaetano Martino firmarono in Campidoglio i Trattati di Roma per la creazione del Mercato comune, la Confindustria era scettica, i comunisti e i socialisti ostili. Quando il governo Andreotti, nel 1979, aderì al Sistema monetario europeo (la prima pietra nel cantiere della moneta unica), persino la Banca d’Italia espresse qualche dubbio. Ma poiché lei, caro Migliosi, desidera qualche esempio tratto dalla storia italiana degli ultimi trent’anni, ecco i primi due che mi vengono alla mente. Il primo è certamente quello suggerito da Zeffiro Ciuffoletti. Ricordo ai lettori che nel febbraio 1984 il governo Craxi dette un colpo decisivo all’inflazione tagliando tre dei dodici punti di contingenza previsti per quell’anno dal meccanismo della scala mobile. Contro quella decisione fu promosso un referendum abrogativo che venne sostenuto dalla Cgil, dal Pci, da altre forze di sinistra e dal Movimento sociale italiano. La consultazione ebbe luogo il 9 giugno dell’anno seguente e i no vinsero con una percentuale pari al 54,3%. La mossa di Craxi dette un forte contributo alla crescita dell’economia italiana negli anni seguenti. Peccato che il suo governo non abbia dato prova di altrettanto rigore in materia di debito pubblico. Il secondo episodio, nel febbraio del 1992, fu il Trattato di Maastricht. Le firme italiane in calce al trattato furono quelle del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, del ministro degli Esteri Gianni de Michelis e del ministro del Tesoro Guido Carli. Avevamo allora un debito pubblico e un deficit di bilancio che erano rispettivamente almeno due volte e quattro volte più grandi di quelli previsti dal Trattato per i Paesi impegnati nella creazione di una moneta unica. Il maggiore scoglio era rappresentato dal debito che i parametri di Maastricht fissavano al 60% del prodotto interno lordo. Ma potemmo firmare perché Carli, nelle trattative sul testo dell’accordo, riuscì a ottenere che l’obbligo fosse seguito da queste parole: «A meno che il rapporto non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini alla soglia con ritmo adeguato ». Ricordo una conversazione a Roma, qualche settimana dopo, durante la quale chiesi a Carli se non avesse fatto una scommessa impossibile. Mi rispose di avere scommesso sulla speranza che i suoi connazionali non si sarebbero lasciati escludere dall’Europa. Morì un anno dopo e non poté vedere il risultato del suo lavoro. Ma la sua formula fu la base su cui Carlo Azeglio Ciampi, negli anni in cui era ministro del Tesoro, poté realizzare la diminuzione del deficit e costituire un avanzo primario (in linguaggio per non iniziati: i soldi che restano in cassa dopo il pagamento degli interessi sulle cartelle del debito) che avrebbe permesso, in teoria, il «ritmo adeguato» negoziato da Guido Carli. Attenzione: la clausola pende ancora sulla nostra testa come una spada di Damocle. Speriamo che l’attuale governo non lo dimentichi.