Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  luglio 11 Mercoledì calendario

Riguardo alla possibilità di celebrare la Messa secondo il rito Tridentino che ha suscitato grandi entusiasmi da parte di cattolici non proprio moderati, vorrei chiedere se si salvaguarderanno le preoccupazioni che avevano portato alla sua abolizione

Riguardo alla possibilità di celebrare la Messa secondo il rito Tridentino che ha suscitato grandi entusiasmi da parte di cattolici non proprio moderati, vorrei chiedere se si salvaguarderanno le preoccupazioni che avevano portato alla sua abolizione. In particolare la possibilità per tutti i fedeli presenti di comprendere la liturgia, soprattutto le letture e la predica. Proviamo a immaginare che paradossalmente un vescovo autorizzi la celebrazione dei riti in latino per tutte le messe nella diocesi e che tutti i sacerdoti decidano di dire messa in latino: al tempo stesso, vista la mia esperienza, dubito che molti sacerdoti siano in grado di celebrare una messa in latino, se non a pappagallo. Matteo Triossi Trippone@gmail.com Caro Triossi, ho l’impressione che la celebrazione della messa in latino sarà richiesta da un numero limitato di sacerdoti e fedeli. In un articolo apparso su «la Repubblica » dell’8 luglio, Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose, si chiede: «Ma per chi è stata promulgata questa nuova legislazione?». Dopo avere ammesso che la risposta non è semplice, il priore azzarda tuttavia una cifra e scrive che «in tutto il mondo questi cattolici con sensibilità tridentina sono circa 300.000 con circa 450 preti (...) e di essi circa la metà appartiene alla porzione scismatica dei seguaci di mons. Lefebvre». Per Vittorio Messori, invece («Corriere» dell’8 luglio) i fedeli di Lefebvre sarebbero più numerosi (circa mezzo milione). Ma anch’egli, come Bianchi, sembra convinto che il motu proprio di Benedetto XVI sia il gesto generoso con cui la Chiesa di Roma cerca di chiudere un capitolo difficile della sua storia post-conciliare. Il problema, dunque, sembra essere principalmente quello dei rapporti con una piccola «chiesa», costituita quasi quarant’anni fa, a cui il Papa dedicò molta attenzione sin dagli anni in cui era Prefetto per la Congregazione della fede. Il suo fondatore, Marcel Lefebvre, fu uno dei maggiori esponenti del clero francese. Nacque nel 1905, divenne sacerdote nel 1929, vescovo nel 1948, arcivescovo di Dakar nel 1955 e vescovo di Tulle nel 1962. Quando cominciò il Concilio Vaticano II, monsignor Lefebvre era superiore generale della Congregazione dello Spirito Santo. La storia della sua rottura con la Chiesa di Roma fu raccontata da lui stesso in una serie di conversazioni pronunciate nel 1990, un anno prima della sua morte, per le suore della Congregazione della Fraternità di San Pio X nell’ Abbazia di Saint Michel. Terminato il Concilio, Paolo VI chiese che ogni congregazione religiosa convocasse il proprio capitolo e modificasse il proprio statuto per adattarlo alle nuove disposizioni e allo spirito del Vaticano II. Quando si riunì il vertice della sua congregazione, Lefebvre dovette far fronte a una sorta di insurrezione, guidata soprattutto dai sacerdoti olandesi. Sapevano che era contrario alle riforme liturgiche approvate dal Concilio e lo misero immediatamente di fronte a una serie di richieste imperative: abolire immediatamente gli Statuti vigenti e delegare a un triunvirato la presidenza del capitolo. Vi era in queste richieste, implicitamente, un voto di sfiducia per l’uomo che era stato sino a quel momento il loro superiore generale. Lefebvre dovette piegarsi alla richiesta del triunvirato, ma non volle partecipare ai lavori e avallare con la sua presenza le decisioni del capitolo. Cercò aiuti e consigli in Vaticano dove gli fu suggerito, a quanto pare, di assentarsi per qualche settimana, in attesa che questi umori «sessantottini » si placassero. Non accettò il suggerimento, indirizzò una lettera a Paolo VI per dimettersi dalla sua carica di superiore generale e si rifugiò nella foresteria dei preti lituani di Roma. Ma nelle settimane seguenti, secondo il racconto di Lefebvre, cominciarono a fargli visita alcuni sacerdoti del seminario francese di Roma per raccontare che in quella venerabile istituzione non vi era più disciplina, i seminaristi uscivano di notte, non portavano la tonaca e avevano instaurato una commissione liturgica che ne inventava ogni settimana «una di nuova». Passarono alcuni mesi, durante i quali Lefebvre fu avvicinato, soprattutto in Svizzera, da preti e seminaristi che gli chiedevano di «fare qualcosa». Cominciò la ricerca di una casa e vi fu infine la creazione a Ecône, alle pendici del Gran San Bernardo, di una Fraternità intitolata al nome di Pio X, il Papa che aveva lanciato contro il modernismo il fulmine dell’enciclica Pascendi dominici gregis. Vi furono contatti e trattative con la Chiesa romana in cui il cardinale Ratzinger ebbe una parte importante. Ma si ruppero nel giugno 1988 quando Lefebvre volle consacrare quattro vescovi. Fu quello il momento in cui la Fraternità venne giudicata scismatica e Lefebvre, con altri vescovi, scomunicato. Forse il motu proprio di Benedetto XVI sulla messa in latino non è che l’ultimo episodio di una lunga marcia, attraverso il diritto canonico e la diplomazia vaticana, per il recupero di una «pecora