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 2007  luglio 12 Giovedì calendario

DI LELLO Giuseppe

DI LELLO Giuseppe Villa Santa Maria (Chieti) 24 novembre 1940. Magistrato (fino al ”93, tra l’altro giudice istruttore del pool di Giovanni Falcone). Nel ”94 fu eletto alla Camera col Pds, nel ”99 al parlamento europeo con Rifondazione comunista, dal 2006 al Senato (Rc). Relatore del ddl sull’ordinamento giudiziario. « Una serpe in seno per gli ex colleghi giudici, un osso duro e una spina nel fianco per il Guardasigilli Mastella. Quando facevano i magistrati erano tutti e tre famosi, Gerardo D’Ambrosio come procuratore di Milano, Felice Casson come pubblico ministero a Venezia, Giuseppe Di Lello come giudice istruttore del pool di Giovanni Falcone. Tutti e tre indubitabilmente collocabili a sinistra. Ma adesso che sono in politica, i primi due con i Ds, il terzo con Rifondazione, sono diventati la vera carta a sorpresa nello scontro tra politica e magistratura sulla riforma dell’ordinamento giudiziario. Gli esponenti più di punta dell’Anm, anche se cauti nelle dichiarazioni ufficiali - mai una citazione con nome e cognome, solo allusioni a ”colleghi che evidentemente hanno perso la testa, si sono dimenticati che roba è questo mestiere, non hanno mai saputo nulla di ordinamento” - li vedono come il fumo negli occhi e li considerano all’origine delle loro disgrazie. Su D’Ambrosio, Casson e Di Lello pesa la ”colpa” di aver peggiorato la proposta originaria del ministro della Giustizia con un paio di modifiche considerate dei pessimi colpi bassi. Due gli emendamenti incriminati: innanzitutto l’obbligo di cambiare regione se la toga decide di passare dalla giudicante alla requirente (e viceversa). Poi la disponibilità ad un’altra modifica proposta dal diellino Roberto Manzione, quegli avvocati nei consigli giudiziari che finirebbero per ”giudicare” e determinare la carriera del magistrato con cui hanno a che fare per lavoro. L’Anm li attacca e li etichetta come ”traditori”. Loro vanno diritti per la loro strada. [...] Che lo scontro tra l’Anm e le ex toghe fosse destinato a crescere ed esplodere s’era capito sin da quando l’ordinamento è approdato al Senato. La scelta del relatore cade su Di Lello, e il sindacato dei giudici rumoreggia. ”Quello lì? Ma ormai è da tempo contro di noi. Vuole la separazione delle funzioni”. Di Lello fa spallucce e va avanti. Le punzecchiature continuano ed esplodono quando salta fuori la faccenda del cambio di regione. [...] ”In imbarazzo? Ma quando mai. Conosco molti magistrati che non si riconoscono per niente nei vertici dell’Anm. Ce ne sono molti che vogliono la separazione delle carriere, altri che, memori di vecchie battaglie di Md, vedono con favore la presenza degli avvocati nei consigli giudiziari. E poi io sono fuori dalla magistratura dal 1992, mi sono confrontato con la gente, ho guardato la giustizia dalla parte degli imputati e dei cittadini”. La sua è una linea inflessibile. Con l’Anm e con il Csm. Quando gli comunicano che al Consiglio sono in rivolta per via della norma che fissa in otto anni la permanenza massima in un ufficio direttivo sbotta: ”Cosa vorrebbero? Una norma transitoria? Sei mesi per scegliere i nuovi capi sono più che sufficienti. Che si siedano con il culo sulla sedia senza sfogliare le figurine, una a me e una a te (un’allusione al meccanismo delle scelte correntizie, ndr.). Gliel’ha detto anche Napolitano, basta con le mediazioni defatiganti”» (Liana Milella, ”la Repubblica” 12/7/2007).