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 2007  luglio 11 Mercoledì calendario

 quasi l’alba. La nonna Hena, i tre bambini Shabnam, Mollah e Mariam, l’intera famiglia Hossein di nove persone è ferma lungo le rotaie, di fronte a casa

 quasi l’alba. La nonna Hena, i tre bambini Shabnam, Mollah e Mariam, l’intera famiglia Hossein di nove persone è ferma lungo le rotaie, di fronte a casa. In attesa del treno che sta per arrivare a Mymensingh, tranquilla città sulle rive del Brahmaputra, nel nord del povero e dimenticato Bangladesh. Poi il fischio dell’espresso che si avvicina, il piccolo clan sui binari. L’impatto con la locomotiva. Una carneficina, dicono i testimoni accorsi ieri sul posto. I passeggeri, i vicini di casa, il conducente del treno sconvolto che giura di esserseli visti davanti all’improvviso, hanno raccontato ai media locali l’orrore di quei corpi devastati. E le loro certezze su quell’«incidente ». Le due bambine, 10 anni, e il bimbo, di 8, erano legati da stracci ai parenti più grandi. Il macchinista insiste nel suo racconto. Nessuno ha dubbi: gli Hossein si sono gettati sui binari, hanno voluto morire. «Suicidio di massa», ha annunciato poco dopo il canale tv Cbs News. La polizia indaga ancora ma ha ammesso che sì, è stato un suicidio. Il motivo? Per ora si sa che gli Hossein erano «strani». Dalla morte di nonno Anwar, anni fa, «vivevano isolati», dicono i vicini. Ma si sa anche che gli Hossain si erano da tempo convertiti al Cristianesimo. Ataul Karim, giornalista della capitale Dacca, sostiene che qui va cercata la chiave del mistero: dalla rinuncia all’Islam, la sfortunata famiglia era stata boicottata dalla comunità, a maggioranza musulmana. Non ne potevano più, gli Hossein: prima di fermare il treno con i loro corpi avevano preparato in giardino fosse e bare, accanto a un diario che forse dirà qualcosa di più. Non è vita facile quella dei cristiani in Bangladesh. Lo Stato che nel 1947, proprio su base religiosa, si staccò dall’India e formò l’«ala orientale » del Pakistan, che 24 anni dopo si scisse anche da quest’ultimo per diventare indipendente, è per l’88% musulmano. Gli induisti, in forte calo, sono il 10% dei 150 milioni di abitanti. Gli «altri», buddhisti, sikh e appunto cristiani, meno dell’2%. E anche se la Costituzione e le autorità garantiscono piena libertà di fede e diritto ad erigere e frequentare chiese e templi, gli attacchi alle minoranze sono frequenti. Motivate, sostiene il governo e le organizzazioni umanitarie concordano, da problemi economici e politici che usano le fedi come scusa. Ma è così quasi ovunque nel mondo, e comunque gli attacchi restan tali. I più perseguitati – denuncia tra gli altri il Dipartimento di Stato Usa nel suo ultimo Rapporto sulla libertà religiosa – sono in realtà gli Ahmadiyya: setta messianica fondata in India a fine Ottocento, considerata musulmana dai suoi 200 milioni di seguaci sparsi per l’Asia, bollata come eretica quasi ovunque. Ma anche per i cristiani non è vita facile. E qui, come ovunque in terra d’Islam, è difficile, difficilissima per i convertiti, rei di quell’apostasia che divide gli studiosi su come vada punita (la condanna a morte immediata è da molti respinta), ma sempre rifiutati, aggrediti, perseguitati dalle comunità. Pochi giorni fa, sempre nel nord, il battesimo di 42 convertiti in un fiume è stato attaccato da uomini armati. Le autorità locali non sono intervenute, poi hanno offerto «protezione» e aperto un’indagine. Come stanno facendo a Mymensingh. Per capire davvero cosa abbia spinto quell’intera famiglia sulle rotaie.