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 2007  luglio 11 Mercoledì calendario

ROMA – Avere alle spalle una vita speciale come quella di Giovanna Ralli significa approdare a conclusioni umane e politiche molto spassionate, soprattutto se si arriva ai suoi 72 magnifici anni, dichiarati senza smania di nasconderli

ROMA – Avere alle spalle una vita speciale come quella di Giovanna Ralli significa approdare a conclusioni umane e politiche molto spassionate, soprattutto se si arriva ai suoi 72 magnifici anni, dichiarati senza smania di nasconderli. Prendiamo l’altra sera in Campidoglio. Si festeggiavano gli ottant’anni di Clelio Darida, ex sindaco Dc dal ’69 al ’79, nel ’93 arrestato durante Mani pulite e poi assolto da ogni accusa. In sala, con Andreotti e Casini, con Forlani e Enzo Scotti, c’era anche lei, la musa di Roberto Rossellini in «Era notte a Roma», la protagonista di «C’eravamo tanto amati» di Ettore Scola, Botteghe Oscure di Berlinguer, la compagna storica dello sceneggiatore Sergio Amidei che durante la guerra partecipava alle riunioni del Pci clandestino. Insomma uno dei volti- simbolo del cinema democratico e antifascista che mai amò la Dc, la quale mai amò quel cinema. Ma perché, signora? «Perché con Clelio Darida ci conosciamo da una vita, siamo vicini di casa al mare a Palo Laziale. Poi perché mio marito lo ha fatto assolvere. Clelio è un uomo straordinario, colto, sensibile». Il marito, sposato nel 1977, è l’avvocato Ettore Boschi, considerato un principe del foro romano. Mondo lontano da quello di Amidei: «Ettore è un liberale puro. Però anche lui come mio padre ha partecipato alla Resistenza, ma con le sue convinzioni». Comunque lontano dalle radici della stessa Ralli: «Io sono nata a Testaccio, mio padre Claudio era panettiere ed era un vero comunista, partecipò alla Resistenza, perse due fratelli in guerra...» I suoi ricordi di testaccina sono vivissimi: «Il bombardamento a Ostiense, gli ebrei nascosti in casa da mia madre, Porta San Paolo. Tutto questo appartiene alla mia cultura e alle mie radici. Ma a dire il vero io non sono mai stata comunista-comunista come papà. Mi sono sempre sentita lontanissima, per esempio, dal comunismo stalinista. Io sono soprattutto una donna cattolica, molto credente». Guardando alla Giovanna Ralli dei tempi de «Il generale della Rovere», come la definirebbe? «Una donna della sinistra di allora. Uscivamo dalla catastrofe della guerra, dai vent’anni del fascismo. Eravamo pieni di sogni, c’era un gran desiderio di ricominciare da capo e ricostruire. Insomma la motivazione per sentirsi comunisti o socialisti c’era...» Ecco la lista degli amici cari: «Giorgio Amendola, per esempio. Antonello Trombadori. Renato Guttuso. Renzo Vespignani. Ovviamente Rossellini... che non era uomo del Pci. Amavo molto Pietro Germi, regista straordinario. Ecco, quello lì, comunista davvero non è mai stato». A rivedere quell’infilata di democristiani in Campidoglio cosa ha pensato? «Che la Democrazia Cristiana è stato un grande partito, come lo fu il Pci. Che la Dc aveva un ideale diverso dalla sinistra ma altrettanto nobile. Che De Gasperi ha fatto l’Italia di oggi. E alla fine che Pci e Dc hanno lavorato insieme per questo Paese... Guardando Andreotti mi è rivenuto in mente Alberto Sordi e il suo affetto per quest’uomo, ormai una parte della nostra storia, direi delle nostre vite» Lei parlava di delusioni. C’è chi vide proprio in «C’eravamo tanto amati» quasi un atto di accusa verso i trasformisti di sinistra: nel film suo marito, Vittorio Gassman, abbandona gli ideali per sposare lei, figlia di un palazzinaro senza scrupoli... «No, non era un’accusa alla sinistra ma a un tipo italiano, ricorrente e tragico. Quello dell’opportunista ». E adesso, signora Ralli, se si guarda in giro cosa vede? «Molta confusione, molto disorientamento. Osservo una sinistra necessariamente diversa da quella di allora. So bene che il comunismo non esiste più, e meno male se penso a certi tragici eccessi. Ma adesso... » Adesso? «Adesso me ne sto un po’ a guardare, non so come dire. Non riesco a capire per esempio come potranno andare d’accordo quelli di sinistra con quelli di centro». Riecco la Ralli più verace e sincera. L’accenno è alla nascita del Partito democratico, all’incontro tra ex Pci ed ex Dc: «Io credo molto in Veltroni, ho sempre votato per lui e continuerò a farlo. Gli auguro di cuore di farcela». In quanto al lavoro? Aspetta nuovi ruoli al cinema? «Macchè. Non aspetto niente. Io, la mia carriera l’ho avuta. Ora sto girando una fiction per Raiuno, "Ho sposato uno sbirro", sarò la mamma di Flavio Insinna». Ancora una mamma, dopo quella vista ne «Il pranzo della domenica» di Carlo Vanzina che costringe le tre figlie, per colpa del femore rotto, a fare i conti delle proprie vite? «Ormai che devo fare? La mamma, la nonna...» Insomma, interpreta la Dc? Grande risata: «Già, proprio così. Faccio la Dc». Paolo Conti