Stefania Tamburello, Corriere della Sera 12/7/2007, 12 luglio 2007
DUE ARTICOLI SU DRAGHI CHE DICE ALL’ABI: «LE BANCHE SONO TROPPO CARE». TUTTI DELL’11 LUGLIO, TUTTI DAL CDS
STEFANIA TAMBURELLO
ROMA – Il sistema bancario si è rafforzato e quanto a dimensioni può ormai «competere su scala europea». Ma per confrontarsi davvero con i partners esteri deve ancora migliorare, e di molto, la sua efficienza e deve impostare un più corretto rapporto con la clientela. A cominciare dai costi e dalla qualità dei servizi offerti allo sportello. il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi a sollecitare una decisa virata dei comportamenti delle banche nella scelta delle soluzioni organizzative più efficaci e nell’adozione di una maggiore cura dei bisogni del consumatore. E lo fa nel suo intervento all’annuale assemblea dell’Abi, in cui peraltro non chiama in causa i vertici dell’Associazione, ai quali riconosce invece il merito di lavorare per la trasparenza del sistema. Ma direttamente ai massimi responsabili degli istituti di credito.
Ai quali si rivolge pure il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa che nel suo intervento, a chiusura dell’assemblea dell’Abi, chiede maggiore concorrenza, che è necessaria, dice, anche «per dare alla clientela costi più bassi e migliore qualità dei prodotti».
«Sono necessari passi in avanti», dice Draghi riferendosi in particolare alle attività finanziarie delle famiglie, a cominciare da mutui e credito al consumo. «I tassi di interesse praticati dalle banche in Italia sono più elevati rispetto a quelli medi dell’area dell’euro » denuncia il Governatore. Il quale osserva pure che l’aumento dei tassi è stato maggiore sui mutui a tasso fisso, sui quali si è spostata la domanda dopo i rialzi del costo del denaro decisi dalla Bce. Ma non basta. Sul credito al consumo, prestiti personali e cessioni del quinto, il divario, dice, è ancora più consistente: «supera di circa un punto» quello medio dell’Eurozona e «non tutto il differenziale è riconducibile a fattori di rischio o all’ancora limitato sviluppo di questo mercato nel nostro Paese». Per non parlare delle finanziarie che applicano tassi ancora più alti, ai limiti dell’usura.
La cura del cliente, e l’attenzione alla propria reputazione, deve essere insomma prioritaria. E sui costi dei conti correnti Draghi annuncia che la Banca d’Italia presenterà i risultati della sua indagine in autunno, con buona pace di quella avviata successivamente dal responsabile dell’Antitrust, Antonio Catricalà che sarà pronta fra un anno.
Il Governatore, in sostanza, dichiara conclusa la fase delle grandi aggregazioni, quella che aveva esortato al momento del suo insediamento a Palazzo Koch due anni fa. Il consolidamento però «è solo un punto di partenza». Sarà compiuto quando si saranno realizzati i guadagni di efficienza e sfruttate appieno le sinergie dell’integrazione.
«Non c’è tempo da perdere », dice Draghi chiedendo al management «massimo riserbo e compattezza». E mettendo tra le cose da fare, assieme all’attenzione al cliente, la «qualità del governo societario », su cui «la Banca d’Italia continuerà a vigilare» emettendo anche norme ad hoc e l’adozione di controlli interni più efficaci sui rischi. Come quelli legati alla diffusione di prodotti innovativi e complessi, che si sono visti nel caso Italease. O quelli di cambio. A questo proposito il Governatore lancia l’allarme sull’espansione del credito nei Paesi dell’Europa centro-orientale, come Slovacchia, Polonia, Bulgaria e Ungheria dove c’è la forte presenza dei maggiori gruppi italiani da Unicredit a Intesa- San Paolo. Sono Paesi, specie la Bulgaria, con disavanzi esterni consistenti e una forte domanda di prestiti concentrata su quelli in euro che sono più convenienti di quelli in valuta nazionale, spiega Draghi. Per il quale bisogna stare molto attenti «perché la clientela è esposta a un forte rischio di cambio con potenziali ricadute per le banche in termini economici e di reputazione ». Infine spicca fra gli altri il richiamo di Draghi a portare a compimento la riforma delle Popolari. «Non si tratta di fare guerre di religione», dice ma «occorre interrogarsi sulla conformità alle regole di mercato di meccanismi di formazione della volontà sociale che consentono a esigue minoranze di condizionare decisioni strategiche per la società»
Stefania Tamburello
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S.TA.
ROMA – I dati più aggiornati sui mutui, e più in generale sui prestiti alle famiglie, li ha diffusi la Banca d’Italia nella sua relazione annuale. Mancano nel dettaglio i raffronti con le cifre degli altri Paesi europei ma le percentuali indicate non lasciano dubbi sulla situazione. E sulle differenze.
In Italia il tasso effettivo globale (Taeg) sulle nuove erogazioni di prestiti alle famiglie per l’acquisto delle abitazioni è salito dall’avvio della fase di aumento dei tassi di riferimento da parte della Bce di 1,5 punti percentuali, cioè del 5,4%. Nell’area dell’euro l’incremento, nello stesso periodo che va dall’ultima parte del 2005 a marzo scorso, è stato di 1,1, cioè del 4,9%.
Il divario è evidente. I tassi sono maggiori rispetto a quello dell’area dell’euro sia per i mutui a tasso variabile, che secondo l’Abi rappresentano circa il 70% del totale, sia per quelli a tasso fisso per i quali però l’incremento è più accentuato. Alla fine di marzo scorso, sempre secondo i dati della Banca d’Italia, escludendo le spese accessorie di istruttoria e assicurazione applicate dalle banche per concedere il mutuo, il differenziale era pari a 0,2 punti sui finanziamenti con tasso rivedibile entro un anno e a 0,8 punti su quelli a tasso fisso.
C’è da dire a questo proposito che la dinamica dei finanziamenti per l’acquisto di abitazioni nel corso del 2006 è rallentata anche se il ritmo di crescita della domanda è rimasto elevato, al 12,3%. L’effetto principale del rialzo del costo del denaro, deciso gradualmente dalla Banca centrale europea, è stato però quello di spostare le richieste sui mutui a tasso fisso. Tanto che questi ultimi sono saliti al 25% delle nuove erogazioni dal 15% del 2005. Nel resto dell’eurozona la percentuale è del 50% circa e tra i principali partners dell’Italia solo la Spagna ha registrato nel corso del 2006 una quota di mutui a tasso fisso più bassa dell’Italia (6%). In Francia e Germania la percentuale è stata rispettivamente del 77% e dell’85%. La conclusione dei raffronti tra le varie cifre è che i mutui in Italia costano più che altrove, che il divario è più ampio per quelli a tasso fisso e che, inoltre, è più ampia anche la differenza tra il costo del variabile e del fisso: nel 2006 era nella media di 0,8 punti mentre nell’area euro era di 0,3 punti.
Le banche sostengono che a far lievitare i costi italiani sono alcuni problemi strutturali. In particolare i maggiori oneri nella raccolta e i tempi più lunghi per ottenere il recupero del finanziamento nel caso di mancato rimborso. Per di più le banche sostengono, e la Banca d’Italia dà loro ragione, che l’abolizione della penale nel caso di anticipato rimborso dei mutui prevista dal decreto Bersani può comportare un innalzamento del tasso richiesto. E ciò perché l’estinzione prima del termine «rappresenta un’opzione implicita a favore del debitore e quindi ha un costo finanziario ». D’altra parte la recente emanazione in Italia della normativa sui covered bond,
che consentirà alle banche di ampliare la gamma degli strumenti di raccolta, dovrebbe consentire di diminuirne i costi e quindi portare ad una riduzione dei tassi dei mutui. Quanto al credito al consumo, che in Italia è ancora poco sviluppato rispetto al resto dell’Europa, il Taeg è aumentato di mezzo punto al 9,3% con un differenziale elevato rispetto a quello medio dell’area dell’euro che è pari all’8,2%.