Maria Corbi, La Stampa 11/7/2007, 11 luglio 2007
Nancyyyy», esclamano due ragazze inglesi appena entrate nel giardino dell’Hotel de Russie. Lei, «Nancyyy», immersa nella conversazione e in un piatto di frutta, non fa una piega
Nancyyyy», esclamano due ragazze inglesi appena entrate nel giardino dell’Hotel de Russie. Lei, «Nancyyy», immersa nella conversazione e in un piatto di frutta, non fa una piega. In fondo è abituata a tanta attenzione visto che da quando nel 2002 ha seguito in Inghilterra il suo compagno Sven Goran Eriksson, chiamato ad allenare la nazionale, è diventata famosa come Sophia Loren. Una presenza fissa sui tabloid che di lei e della sua love story con Sven hanno scritto trattati. Ma da un mese basta andare in edicola per leggere la sua versione dei fatti affidata a un’autobiografia, «The Beautiful Game», da cui verrà anche tratto un film. Vista da vicino è più minuta e più bella di come non appaia in foto, ma con la stessa prorompente estetica: capelli mossi e lunghi, trucco accurato, grandi orecchini di coralli e turchesi, una blusa etnica trasparente da cui si intravede un reggiseno a balconcino. Accanto a lei il suo avvocato Gianluca Riitano pronto alla querela. «Ne abbiamo fatte e vinte tante», dice innervosito dopo aver appreso di una illazione, appena circolata, su una love story della sua cliente con Tony Blair. «Una notizia infondata e lesiva dell’immagine e del decoro della mia cliente». Lei, Nancy, è furiosa, e di questo non vuol parlare. «Una falsità assoluta», taglia corto. Vuole invece parlare del suo vero legame con Tony Blair: «Una collaborazione per una giusta causa, quella della pace», spiega. Lei collabora con Tony Blair? «Ha appoggiato la mia organizzazione, la «Truce International», il progetto di usare il calcio per sviluppare la pace nelle zone di conflitto. E Giovedì saranno lui e Gordon Brown a calciare il pallone nello stadio di Wembley, un tiro, simbolicamente verso l’Iraq. E da li un altro calcio del primo ministro fino a Gerusalemme». Quando è iniziato questo impegno? «E’ iniziato nel 2002, quando i parà hanno portato in Afghanistan i primi palloni. Poi siamo andati in Iraq, in Ghana, in Bosnia, in Palestina. A Gerusalemme abbiamo inaugurato l’anno scorso un campo da calcio dove giocano insieme palestinesi e israeliani. Simon Perez mi ha aiutato molto». Conosce anche lui? «Certo. Condivido il suo ottimismo su un futuro di pace. Quando sono andata in Israele, ho girato i campi profughi e gli ho detto: ma come fate, proprio voi, a far vivere questa gente così?». E lui cosa le ha risposto? «Che questo avviene perché in troppi non sono disposti a pagare il prezzo del compromesso che il processo di pace comporta». E in Italia nessuna partita? «Ci stiamo pensando per settembre prossimo. Ho chiesto aiuto a Veltroni». E lei crede che una partita di pallone possa veramente aiutare la pace? «Il potere di un pallone è enorme. Non c’è nulla di più internazionale e di più facile del gioco del calcio. Ci sono tanti bambini che crescono nella guerra e nell’odio, con sotto braccio un mitra, che non hanno mai giocato. La pace è un’attitudine mentale che va insegnata. Quando i bambini giocano a palla tornano nella loro dimensione e si dà loro una speranza. E’ poco? Secondo Madre Teresa ogni piccola goccia è necessaria». In molti si sono stupiti di questo suo impegno umanitario, di questi suoi rapporti con i potenti del mondo... «E perché? La stampa britannica ha dato spesso di me un’immagine che non mi appartiene. Io sono una donna che nella vita si è sempre impegnata in qualcosa. E certo non passo il mio tempo da un party all’altro». E il suo rapporto con Blair quando è nato? «L’ho conosciuto appena arrivata a Londra. In Inghilterra i personaggi importanti sono tre. La Regina, il premier e poi l’allenatore della Nazionale». Come vanno le cose con Sven? «Benissimo, grazie». Nozze? «Credo di si. Ne parliamo a giorni alterni».