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 2007  luglio 11 Mercoledì calendario

Bossi ha deciso: è Maroni l’erede Storia (e miracoli) di Bobo da Lozza di Gianluigi Paragone. «Dopo di me, penso a Roberto Maroni

Bossi ha deciso: è Maroni l’erede Storia (e miracoli) di Bobo da Lozza di Gianluigi Paragone. «Dopo di me, penso a Roberto Maroni. nato come politico nella Lega e lo stimo molto». Parole di Umberto Bossi, in una intervista a Gente. Di successioni annunciate in Lega ne ho viste e sentite parecchie. Tutte ovviamente precedute da quel «intanto ci sono io». Maroni, che non è uno sprovveduto, la prenderà per quella che è. Una frase pronunciata sotto l’ombrellone. Però stavolta potrebbe non essere così. La storia è molto lunga. La racconto, svelando anche qualche retroscena inedito. A Roberto Maroni mancava soltanto il sigillo ufficiale. Il timbro bossiano. Nella quotidianità, invece, il Bobo (come lo chiamano gli amici) non ha bisogno dell’incoronazione del Senatur. Ufficialmente è solo il presidente dei Deputati. Nei fatti, è il segretario della Lega. Lo smentirà, ovvio; mica scemo il ragazzo. Non può smentire però che a Roma è colui che muove i fili del movimento. Lui prende le decisioni in tempo reale. Lui pensa la tattica e pure la strategia. Decide le nomine. il leghista che va in tv e la cosa gli riesce pure bene. Ministro di destra, riforme di sinistra Va riconosciuto, Maroni è bravo. Ha un pessimo carattere. Ma questo in politica non conta. Senza voler comporre un peana, Maroni è il più politico della combriccola leghista. Cinque anni andò al ministero più di sinistra che ci possa essere - quello del Welfare - e sbrigò le più importanti riforme della legislatura berlusconiana. Non era facile. Gli è riuscito, forse aiutato dall’indole di esserlo anche lui, uno di sinistra. L’ho sfottuto per questa sua attitudine. Una volta - erano i tempi in cui dirigevo la Padania - mi rispose tra il serio e il faceto che le riforme più di sinistra le ha fatte il governo di destra. Per il Bobo, la legge Biagi è una legge di sinistra, riformista, proiettata al futuro. La riforma delle pensioni idem, è una legge di sinistra. Di una sinistra moderna. Blairiana. Dalemiana ...Maroniana. Poi venne l’11 marzo 2004. Il Capo si ammalò. Maroni capì subito la pericolosità del momento. A costo di vedersi additato per la seconda volta come traditore, si accollò l’impresa di agire. Non solo di piangersi addosso. Cinico. Così come cinico è sempre stato l’Umberto. In assenza del Capo, assai malconcio in un letto d’ospedale, doveva pur toccare a qualcuno di guidare la Lega. L’ha fatto lui. Inventandosi l’asse con Calderoli e Castelli, lasciando soprattutto al primo il compito di presidiare il territorio. Fare comizi, andar per feste, tirar tardi a firmare autografi non gli è mai garbato: nel week end gli piace andare in barca e vedere i figli giocare a calcio. Sempre che la moglie non gli ordini di tagliare il prato. dal giorno della malattia che Maroni non è più il numero due del Carroccio. un Uno bis. Non è il leader, certo. Leader si nasce. Leader della Lega, poi... Bossi è Bossi. Bossi è la Lega. Non si discute neanche su questo punto. Chi lo ha fatto o lo fa finisce nel dimenticatoio. In passato in tanti ci avevano provato, a discostarsi dalla linea dell’Umberto. Ma l’hanno pagata con espulsione e pubbliche prese per i fondelli. Oltre che con l’isolamento politico. Di cadaveri sotto le ruote del Carroccio ne sono passati tanti. Pure eccellenti. Gianfranco Miglio, per esempio. Prima di essere recuperato nel Pantheon bossiano, il professore federalista era stato anch’egli un traditore del popolo. Alle persone, Bossi ha sempre anteposto il suo progetto politico. Per quanto stimasse l’Ideologo, non poteva tollerare la sua stizza e la sua ribellione dopo che lo stesso Senatur decise di mettere il fedele Speroni come ministro delle Riforme. Al posto di Miglio appunto. Era il primo governo Berlusconi. Il Professore ne soffrì parecchio. Anche Umberto. Quando il Senatur fece cadere Silvio Ricordo il giorno della votazione finale della devolution, ero con lui (e la sua bella famiglia) sulla balconata del Senato. Mi disse, commosso: «Dedico questo giorno a mia moglie Manuela e ai miei figli. E poi non scordo tutti quelli che sono stati con noi nei momenti difficili. Oggi è il giorno anche del professor Miglio e di Daniele Vimercati». In un colpo solo, aveva recuperato tanti condottieri della primissima ora. Cavolo, quanti ne ha espulsi, l’Umberto. Perdonati solo pochissimi. Roberto Maroni da Lozza, per esempio. Erano i giorni della crisi del primo governo Berlusconi. Umberto aveva deciso che era arrivato il momento di staccare la spina al Cavaliere. Temeva che Forza Italia fagocitasse la sua Lega. Pensò cinicamente. Fu crisi di governo. Roberto Maroni, allora ministro dell’Interno e vicepremier, non capì quella mossa. Vedeva buio. Credeva che stavolta il Capo stesse facendo una sciocchezza. E lo disse apertamente. Bossi lo cacciò, indicandolo alla folla leghista come un traditore, uno attaccato alla cadrega. L’allontanamento dell’amico Roberto, fu uno degli atti più dolorosi per il Senatur. Maroni significa tante cose. Significa l’esordio clandestino. Le nottate a bordo della Cinquecento della mamma del Maroni, con un secchio di vernice bianca a scrivere sui muri e sui ponti delle autostrade "Lega Lombarda". «Ci beccò la polizia, dovemmo scappare e rovesciammo il barattolo di vernice dentro la macchina. Che ramanzina, si beccò Maroni», racconta spesso il Senatur. legato a quei giorni, Bossi. Non a caso sta dicendo ai suoi che i muri devono tornare a parlare. «Sui muri del Nord c’è la storia della Lega, le nostre battaglie». Alla fine, fece rientrare il figliol prodigo nella casa paterna. Non solo per affetto. Anzi, non fu affatto per affetto. Come dicevo, Bossi è un calcolatore. Aveva bisogno di Maroni per giocare sui tavoli della politica. Il Senatur ha sempre apprezzato le doti di quel giovane avvocato varesino. Per questo lo ha mandato spesso allo sbaraglio. Poi però lo ha sempre premiato. La prima scelta istituzionale è lui. A Bossi il partito. A Maroni l’esecutivo. Quando nel 2001 la Casa delle Libertà vinse le elezioni, Bossi prenotò la presidenza della Camera. «Ci va Maroni», disse a Berlusconi mentre ancora si stava facendo lo spoglio. Fu una nottataccia, quella. La Lega sfiorò il 4 per cento, ma si fermò un pelo sotto non superando così lo sbarramento. L’alleanza con Berlusconi costò carissima al Carroccio. Bossi sentì puzza di bruciato e minacciò che se non fosse stato ben ricompensato la Lega sarebbe stata fuori dal governo. Solo appoggio esterno. Per istinto di sopravvivenza, Bossi decise così di pigliarsi la guida della Camera. Quella casella gli avrebbe garantito l’esatta osservanza del programma. il presidente che detta l’agenda dei lavori. Bossi non lo dirà mai, ma io sono convinto che quella poltrona rappresentava per lui anche un’assicurazione politica sul futuro del Carroccio nei cinque anni a seguire. Uno della prima ora Non se ne fece niente. Nonostante il placet di Berlusconi. Fu l’allora Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, a mettersi di traverso per la condanna definitiva sulla testa di Maroni, per i fatti di via Bellerio. Comunque, mai Ciampi avrebbe consentito di affidare una delle più alte cariche istituzionali a un secessionista. Per lo stesso motivo non gli fu data la Giustizia, che era la seconda scelta del Bobo. Alla fine si prese il superministero del Welfare. Lo convinse proprio Bossi, con questa motivazione: «Lì passano le pensioni del Nord e il lavoro dei nostri giovani. Pensaci, poi fammi sapere». Era un ordine. Fu invece Berlusconi a convincere il Senatur a entrare, anche lui, nel governo. «Voglio tutti i segretari dei partiti alleati». Così accadde, eccetto per Casini che andò a presiedere la Camera (voleva gli Esteri). Bossi si prese le Riforme, ma non smise di guidare il partito. Fino al giorno di quel maledetto ictus che ha cambiato un po’ tutto e tutti. Vi ho raccontato il ruolo che ha avuto Maroni. Di Bossi non c’è molto da dire: la sua voglia di vivere e di masticare la politica sono stati il miglior farmaco possibile. Ha ancora un ruolo, che è quello del leader. Carismatico nonostante tutto. Ma le grane da sbrigare sono troppe. S’è perfino aggiunta quella del figlio Riccardo - quello nato dal primo matrimonio -, che s’è messo in testa di andare all’Isola dei Famosi come concorrente. «Papà, ti prego fammi andare», ha dichiarato in una intervista al settimanale "Chi". Sta ancora in mezzo alla sua gente, Bossi. Va alle cene di Arcore e dirige ancora l’orchestra. Ma... c’è sempre un maledetto ma di troppo. Se n’è accorto anche lui, forse. Ecco perché ha ufficializzato la scelta del successore. Roberto Maroni da Lozza. Un varesino. Uno della prima ora. «Uno di cui mi fido».