Daniele Mastrogiacomo, la Repubblica 10/7/2007, 10 luglio 2007
Sudafrica, la sfida dei ricchi assalto al partito di Mandela di Daniele Mastrogiacomo. Johannesburg
Sudafrica, la sfida dei ricchi assalto al partito di Mandela di Daniele Mastrogiacomo. Johannesburg. la violenza, una violenza diffusa, capillare, impunita, a minacciare il futuro del Sudafrica. Il paese-simbolo della lotta al razzismo sembra soccombere sotto l´attacco della criminalità. Lo riconosce a malincuore anche il capo della polizia di Johannesburg, il commissario Jackie Selebi. Alza le braccia in segno di resa, si siede sulla poltrona di pelle nera, allunga le gambe sotto la scrivania del suo ufficio e ammette: «In Sudafrica i reati sono aumentati del 20 per cento in sei mesi. Il governo ha stanziato altri 30 milioni di rand (3 milioni di euro) per la sicurezza, mobilitato 180 mila agenti e li ha sguinzagliati in tutti i quartieri. La sfida è in corso: abbiamo perso una battaglia, non ancora la guerra». Ogni giorno nel paese vengo uccise 50 persone per rapina, violentate 150 donne, assaltati 200 negozi, rubate con la forza 80 auto, scassinate e depredate 130 case. La gente protegge le case con inferriate, fili spinati, telecamere, fasci di cavi elettrici che di fronte all´ingegno e alla determinazione delle gang restano dei palliativi. «Almeno una volta nel giro di un anno», commenta chi ci accompagna in questo viaggio nella violenza, nella povertà e nella ricchezza di Johannesburg, «ti capita di subire un furto in casa o una rapina per strada». Mercoledì scorso il commissario Selebi e il ministro per la Sicurezza Charles Nqakula si sono presentati davanti ai media per rendere noto ciò che molti vivono quotidianamente. Sulla violenza che si consuma lungo le strade di Johannesburg, di Città del Capo, di Durban e di Bloemfontein il Sudafrica gioca la sua credibilità e i Mondiali di calcio del 2010. Le cifre fanno impressione: quest´immenso paese, abitato da 47 milioni di persone, grande quattro volte l´Italia, ogni giorno deve fare i conti anche con 1400 nuovi contagiati dal virus dell´Aids, l´arrivo di 10 mila rifugiati e la presenza di 8 milioni di disoccupati. Una massa allo sbando, senza prospettive, a cui fanno da contraltare i nuovi miliardari: le statistiche dicono che ogni 24 ore nel paese ne spuntano 16. Grazie all´"empowerment law" che, per riequilibrare le ingiustizie dell´apartheid, prevede che le società in affari con lo Stato abbiano almeno sette dipendenti di colore ogni 10, un´inedita classe media nera sta diventando ricca e potente marcando un solco sempre più profondo con le masse di diseredati che affollano le baraccopoli delle periferie nelle grandi città. Tra i miliardari spiccano quattro nomi: Cyrill Ramaphosa, Saki Macozoma e Mosima Gabriel Sexwale e Patrice Motsepe. Gabriel Sexwale, conosciuto come Tokyo per la sua passione per le arti marziali, è un uomo di 54 anni, elegante, amabile conversatore dotato di un´ironia che lo rende simpatico al primo impatto. padrone di un impero valutato in centinaia di miliardi di dollari. Con gli altri tre, tutti ex guerriglieri antiapartheid oggi massimi dirigenti dell´African national congress (Anc), forma quella che dentro al partito al potere viene chiamata la "Banda dei quattro": uomini d´affari accusati di monopolizzare i grandi appalti pubblici e di essersi arricchiti a scapito della popolazione. Nato nel quartiere-ghetto di Soweto, a 22 anni Tokyo viene addestrato all´uso delle armi insieme a quasi tutto l´attuale gruppo dirigente dell´Anc nell´ex Unione sovietica. Dopo un anno rientra clandestinamente in Sudafrica, ma la sua libertà dura poco: viene arrestato nel corso di un conflitto a fuoco e, dopo una condanna a 18 anni di detenzione, nel 1978 viene incarcerato a Robben island, l´"Isola delle foche" davanti a Città del Capo trasformata nella prigione politica che accoglie anche Nelson Mandela. Come molti suoi compagni di cella, trascorre il tempo a studiare Economia. Tornato libero nel 1990, Tokyo Sexwale si butta in politica, sale tutti i gradini dell´Anc e a soli 41 anni diventa primo ministro della provincia di Gauteng (ex Johannesburg e Pretoria). Quattro anni dopo però, Mandela designa come suo successore alla presidenza dell´Anc Thabo Mbeki, l´attuale capo di stato sudafricano. Sexwale abbandona il partito e si dedica agli affari. Oggi è presidente della "Mvelaphanda holdings", terzo produttore mondiale di diamanti, ma ha anche rendite petrolifere. Nella battaglia che si consuma dentro l´Anc, l´ultimo miliardario rappresenta l´anima dei nuovi ricchi, una generazione nata dal basso, cresciuta tra guerriglia e carcere, che ha messo a frutto la propria intelligenza, il senso degli affari e le mutate condizioni politiche del paese. Il presidente Thabo Mbeki, dopo lo scontro per la presidenza dell´Anc nel 1994, li ha richiamati nel partito, ma la loro presenza ha aumentato il disagio dei più poveri. Le township, le città dove vivono i neiri, sono rimaste identiche ai tempi dell´apartheid: l´assenza dei muri divisori non ha eliminato la miseria, la disoccupazione e soprattutto la violenza. Il fossato tra le due sponde ha finito per allargarsi. Tokyo Sexwale gira il mondo, sfoggia vestiti alla moda, ostenta un tenore di vita che suscita ammirazione e rabbia quando si reca nelle periferie degradate per raccogliere consensi. Molti gli rimproverano di pensare solo ai diamanti e mettono in dubbio la sua lealtà. Lui si difende con foga: «Si può essere ricchi e di sinistra». Sa che la sua fortuna è legata all´Anc. «Ma», come osserva Max du Preez, giornalista-scrittore e fine analista politico, «si tratta di un attaccamento formale. Tokyo in realtà ama solo gli affari. la sua natura. Resta nel partito per opportunismo». Chi si distingue nella "Banda dei quattro" è Cyrill Ramaphosa, 54 anni, anche lui ricchissimo, ma considerato un vero animale politico: in questi mesi di preparazione per il congresso di dicembre dell´Anc, che designerà il candidato alle presidenziali, è rimasto lontano dalla mischia che ha già fatto le sue vittime. «Sono pronto a scommettere che alla fine», prevede Du Preez, «salterà fuori il suo nome. Ha fondato il Cosatu, la potente centrale dei sindacati di cui l´Anc non può fare a meno e che rappresenta la base del partito. Ma soprattutto è il meno esposto a scandali e critiche. Sexwale è tagliato fuori». Secondo lo scrittore, il «più gettonato» Jacob Zuma, ex vicepresidente e naturale candidato a sostituire Mbeki è «compromesso»: è stato coinvolto in un procedimento per stupro chiusosi con una assoluzione e in uno per corruzione archiviato per mancanza di prove. «L´Anc alla fine non lo candiderà», osserva con pragmatismo Du Preez, «Il partito si trova davanti ad una scelta che non ha compiuto in 13 anni: da movimento di guerriglia deve diventare partito di governo». Johannesburg è uno specchio delle contraddizioni che agitano il Sudafrica ancor più di Città del Capo. Metropoli senza un vero centro, attraversata da autostrade che la collegano a centinaia di isole, oggi la capitale commerciale sembra scivolata di nuovo ai tempi dell´apartheid. Solo che questa volta ad essere chiusi nei ghetti non sono più i neri a favore dei bianchi, ma i ricchi a discapito dei poveri. Molte società hanno trasferito i loro uffici lontano dal vecchio centro, ora in mano ai 2 milioni di nigeriani illegali che gestiscono il traffico di droga, e obbligano i dipendenti a lunghi spostamenti in auto. La City finanziaria ha traslocato a Sandton, una volta aperta campagna adesso dominata da grattacieli futuristici e ville sontuose. A due chilometri sorge Alexandra, considerata una delle più pericolose township: una distesa di baracche in lamiera dove vivono 3 milioni di persone. Gli abitanti di Johannesburg hanno lasciato i vecchi quartieri che sorgevano attorno alla statua dei minatori, simbolo della "città dell´oro", e si sono chiusi nei loro nuovi ghetti. Al loro posto sono arrivati i rifugiati, gli ex abitanti delle baraccopoli, i boss del narcotraffico e della prostituzione. Dominano le notti della grandi metropoli e si stanno appropriando anche del giorno. Le strade sono appannaggio solo di chi non ha nulla da perdere o di chi sbarca il lunario offrendo ogni tipo di mercanzia. Tra gli ambulanti ai semafori, abbiamo visto anche chi si è improvvisato netturbino delle macchine. Reggeva un grosso sacco di plastica trasparente dove gli automobilisti in fila sempre all´erta, abbassato leggermente il finestrino, buttavano cartacce, bicchieri e lattine. Sul petto mostrava un cartello con una pistola sbarrata dal segnale di divieto e una scritta rassicurante: «Non voglio rapinarvi».