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 2007  luglio 11 Mercoledì calendario

Laqueur Walter

• Wroclaw (Polonia, all’epoca Breslau, Germania) 26 maggio 1921 • «[...] lo storico del nazismo, del comunismo e del terrorismo [...] un ebreo tedesco rifugiatosi nel 1938 in Palestina, che perse entrambi i genitori nell’Olocausto, ha pubblicato la più bruciante critica dell’Ue mai uscita in America. Intitolato Gli ultimi giorni dell’Europa — sottotitolo Epitaffio di un anziano continente — il libro descrive una Ue “in declino irreversibile”. E ne attribuisce l’involuzione a tre fattori: la disunione tra i 25 Stati membri; l’eccessivo onere del welfare state; e la incontrollata immigrazione, soprattutto dai Paesi islamici. Rifacendosi al declino dell’antica Roma, lo storico ammonisce che “è finita l’età dell’illusione” e per evitare un crollo “l’Europa deve cominciare a dibattere quali dei suoi valori e delle sue tradizioni conservare”. Per Laqueur, l’Ue è vittima “dell’eurocentrismo e della fissazione dell’America” vista come il grande fratello; della conseguente cecità ai nuovi squilibri economici mondiali provocati dai giganti asiatici; della mancanza di “una minaccia chiara e presente” (il terrorismo non le sembra tale) che la cementi, riconciliando le istanze nazionali; della presunzione che nel secolo XXI non sia più necessaria la forza militare. Soprattutto è vittima del relativismo, della erosione della famiglia, della perdita della fede religiosa e della propria identità culturale. Trenta, venti anni fa, aggiunge lo storico, l’Europa dava un senso di vitalità, al punto da far credere che potesse scavalcare gli Stati Uniti. L’ottimismo era giustificato dalla sua spettacolare ripresa del dopoguerra, si parlava di eurosclerosi solo in relazione al mercato del lavoro. Ma oggi, “è ridicolo pensare che il XXI secolo possa essere il secolo europeo”. Dal 1953, quando si trasferì in Inghilterra, una lunga tappa prima del passaggio in America, Laqueur è un cittadino dei due mondi. Ma le ultime visite in Europa lo hanno allarmato. Anziché una superpotenza, vi ha trovato una società che antepone una mitica qualità della vita al profitto, assistita e protetta, inebriata dal tempo libero. Una comunità dove il salto da 15 a 25 Stati membri “ha creato altre spinte centrifughe” e ha reso insostenibile il peso del welfare. Ovunque le tasse sono troppe e troppo alte, le pensioni troppo anticipate, la sanità troppo onerosa, sottolinea lo storico. [...] Nel suo libro, il ventesimo, Laqueur si sofferma sul “fattore D”, demografico. Mentre l’immigrazione dilaga, gli europei, rileva, non fanno più figli, e rischiano di diventare stranieri in patria: presto nella Ruhr metà dei giovani sotto i trent’anni non saranno tedeschi, e a Bruxelles il 55 per cento dei bambini appartiene già a famiglie di immigrati. Lo storico cita gli allarmi lanciati dal noto demografo francese Alfred Sauvy con La vecchiaia delle nazioni nel 2000, e dal tedesco Frank Schirrmacher con La congiura di Matusalemme (Mondadori) nel 2004. Lamenta che siano rimasti inascoltati: “Di questo passo, tra 40-50 anni l’Ue vedrà dimezzarsi le etnie autoctone”. A tal proposito, l’analisi di Laqueur della questione islamica si differenzia però da quella di molti studiosi americani. A suo parere, l’Ue non si trasformerà in una “Eurabia”, come denuncia Daniel Pipes. “A medio termine potrà darne l’impressione, ma essa sarà transitoria”, ha dichiarato lo storico con una punta di cinismo: “In prevalenza, i musulmani finiranno per lasciarsi assimilare, le loro donne si emanciperanno, e i giovani prenderanno quanto di più negativo vi è nella civiltà occidentale”. A breve termine, ha invece sostenuto, c’è il pericolo che in Europa il radicalismo islamico dia luogo a torbidi e sommosse su vasta scala. Quindi l’Ue deve cacciare gli estremisti e limitare l’immigrazione. Gli ultimi giorni dell’Europa, il cui sottotitolo originale era molto più morbido — “il volto che cambia” non “l’epitaffio” dell’Ue — contraddice i precedenti lavori di Laqueur, come L’Europa del nostro tempo (Rizzoli), uscito nel ‘92. Ma lo storico ribatte che la decadenza europea non era prevedibile: “Nel ’70 — ha scritto — diedi alle stampe L’Europa dopo Hitler. Nel ’91 quel libro venne tradotto in tedesco con il titolo L’Ue sulla strada della grande potenza. Non obiettai perché pareva ancora verosimile, ma commisi uno sbaglio”. Lo studioso contesta il filoeuropeismo di pensatori come Charles Kupchan, che nel 2005 pubblicò La fine dell’era americana (Vita e Pensiero) e come Mark Leonard, che nello stesso anno pubblicò Perché l’Europa dominerà il XXI secolo (trad. it. Europa 21, Bompiani). “Sono accecati — obietta — dalla loro ostilità al presidente Bush e alla sua politica interna ed estera, in particolare alla guerra in Iraq”. L’euroscetticismo di Laqueur spacca in due l’intellighenzia Usa. L’ex re della diplomazia Henry Kissinger e lo storico britannico Niall Ferguson, l’autore di Colossus (Mondadori) sulla incipiente crisi dell’impero americano, lo condividono. L’altro storico inglese Tony Judt, l’autore di Dopoguerra. La storia dell’Europa dal ’45, invece lo respinge. Stando a Judt, l’Ue attraversa una crisi di crescita, e il braccio di ferro sulla Costituzione europea era ed è inevitabile. Nell«Ue, Judt identifica una comunanza di valori talora assenti in America, il modello per un mondo multipolare. Il cammino europeo, dichiara, sarà tortuoso e difficile come lo fu quello degli Stati Uniti. Ma non è detta l’ultima parola: il secolo XXI potrebbe ancora appartenere all’Europa». (Ennio Caretto, “Corriere della Sera” 11/7/2007).