Alessandro Trocino, Corriere della Sera 11/7/2007, 11 luglio 2007
ROMA – Tutto comincia, o finisce, il 6 marzo 2005 a Lugano, quando Umberto Bossi, affacciandosi al balcone di Carlo Cattaneo, grida al suo popolo: «Aspettate, ora faccio gridare qualcosa a mio figlio»
ROMA – Tutto comincia, o finisce, il 6 marzo 2005 a Lugano, quando Umberto Bossi, affacciandosi al balcone di Carlo Cattaneo, grida al suo popolo: «Aspettate, ora faccio gridare qualcosa a mio figlio». E lì, coup-de-théâtre, entra in scena per la prima volta Renzo, un ragazzetto un po’ spaurito, la fotocopia dell’Umberto giovane, una massa di capelli folti e ricci a nascondere un timidezza adolescenziale. Subito dopo Renzo, braccio alzato e pugno chiuso, si trasforma nel padre e urla con voce roca: «Padania libera». Qualche metro più in là, confuso tra la folla, ignoto ai più, c’è un ragazzone robusto e alto, che parla con una ragazza e guarda la finestra. Riccardo, 28 anni, nato dal matrimonio con la prima moglie. Ascolta il padre che dice: «Faccio gridare qualcosa a mio figlio». E si rende conto che «il figlio» non è lui. Dopo oltre un anno, il distacco è diventato gelo e il gelo rancore. Riccardo – appassionato di automobili e boxe thailandese, ammiratore di Napoleone e di Carlo Cattaneo – lo esibisce tutto, in un’intervista a Chi, nella quale accusa: «Ero candidato all’Isola dei famosi, ma mio padre, dopo aver parlato con il direttore di Raidue, Antonio Marano, si è opposto». La risposta del Senatùr arriva, come in una soap opera, attraverso Gente. Che, si immagina, edulcora un po’ il titolo: «Mio figlio dalla Ventura? Ma gli tiro un calcio nel sedere». Una saga familiare che volge al peggio, con un figlio che si dice trascurato e che qualche settimana fa si era spinto fino a definire il Senatùr «un cattivo nonno », perché non si era presentato al battesimo della nipote. Ora Riccardo lo dice chiaramente: «Ho sempre accettato tutto da mio padre, ma ora mi sono stufato. Gli ho spiegato che il mio cognome non deve essere un ostacolo, non infangherò la sua reputazione andando sull’Isola ». La moglie Maruska interviene di rincalzo: «Bossi fa il padre-padrone. Se Riccardo fosse stato uno dei figli che ha avuto dalla seconda moglie, Manuela, l’avrebbe aiutato». Riprende Riccardo: «Mi aveva detto: la vita è tua, fai quello che vuoi. Poi ho saputo che ha parlato con Marano e hanno bloccato tutto». E pensare che era quasi fatta, «avevo già parlato con la Ventura, una persona splendida». Riccardo mastica amaro, anche perché non è la prima volta che il padre lo costringe a uno stop. Era già successo nel 2004, quando approdò al Parlamento europeo come assistente di Francesco Speroni, insieme a Franco, fratello di Umberto. Si parlò di nepotismo, di favoritismo dei parenti. «Dopo che Gianantonio Stella scrisse sul Corriere della Sera che mio padre aveva favorito la mia assunzione e quella di mio zio, lui mi fece tornare da Bruxelles e mi fece chiudere con la politica ». Ora c’è un’altra opportunità e salta pure quella: «Non solo non mi ha favorito, ma mi ha pure penalizzato: mi ha controraccomandato. Il mio cognome certe volte è stato un peso, capisco la scelta di Lapo Elkann di fare la propria strada, di rinunciare ai privilegi». E ora la sua carriera muore sul nascere, proprio mentre stava diventando sempre più promettente: «Io e Maruska andiamo in vacanza in Sardegna e abbiamo la villa vicino a Lele Mora: lui ci ha già invitati a cena». Ma, ambizioni televisive a parte, a Riccardo pesa soprattutto essere considerato un figlio di serie B. A Stella disse: «Il titolo "Ci sono anch’io"? Bello, me pias». E questa volta, ammette non solo la voglia di esserci, di contare qualcosa in famiglia, ma la rabbia di non esserci più, di essere stato escluso: «Quando mio padre disse che Renzo sarebbe stato il suo erede politico, la cosa mi ferì. Poi me ne sono fatto una ragione ». Non del tutto, se è vero quel che dice, in bilico tra rancore e rassegnazione: «Per parlare con mio padre, devo prendere un appuntamento». Intanto a Gente Bossi dice: « In questi anni ho dedicato poco tempo ai miei figli, ma ora voglio recuperare». L’altro figlio Renzo, nel frattempo, è cresciuto. Si è appassionato di informatica e ha accompagnato il padre in Senato, il giorno del varo del federalismo. In quell’occasione disse che la politica era nel suo futuro: «Voglio portare avanti le battaglie di mio padre». E, a differenza di Riccardo, Renzo non ha bisogno di prendere appuntamenti. Vive con il padre nella villetta di Gemonio e anche ieri Umberto se l’è portato con sé, nel viaggio a Strasburgo. Ironia del destino, lo stesso luogo dal quale Riccardo fu cacciato, tre anni fa, con ignominia.