Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  luglio 11 Mercoledì calendario

MEMORIALE CONSORTE/3

Consorte: quella volta che vidi Bazoli... Libero 11 luglio 2007. Nella seconda puntata del memoriale di Giovanni Consorte l’ex capo di Unipol ci ha raccontato il giuramento su un letto di morte dal quale cominciò il suo impegno di risanamento di Unipol Finanziaria. Poi le traversie per salvare le grandi Coop dai contraccolpi di Tangentopoli. E i primi segni di una parte del vertice cooperativo che non gradiva troppo l’autonomia di Consorte. Infine, come la strategia di crescere nel segmento banco-assicurativo fosse una stella polare per Bnl fin da quando nel 2000 assunse da Generali il 51% di Bnl Vita. Ma Generali e Mediobanca fecero sempre gli indiani di fronte alle richieste pressanti dei bolognesi di crescere ancora. Di lì l’alleanza naturale con Chicco Gnutti e i bresciani di Hopa, anche loro "gente nuova" rispetto ai salotti dei patti di sindacato che contano. Oggi con Consorte iniziamo a entrare nel merito di una delle accuse che più gli bruciano. Quella di aver agito in concerto con Fiorani e la sua ex Popolare di Lodi, nella scalata ad Antonveneta. Ma Consorte prima vuole ribadire la sua amarezza. «Sono passati ormai due anni esatti», esordisce, «da quando Unipol decise di lanciare l’opa obbligatoria su Bnl. In questi due anni sono stato indagato, accusato, dileggiato. stata violata la mia privacy, non solo professionale, ma anche personale; è stata fatta della facile ironia, si sono sollevati i moralisti e non credo vi sia un precedente analogo a un tale accanimento giudiziario e mediatico. In questi anni abbiamo intanto ampiamente dimostrato che nelle indagini, e ci tengo a ribadirlo, che venivano condotte, non c’è nessun danneggiato. bene che i lettori sappiano che nell’operazione Bell (2001-2002), il Gruppo Unipol ha realizzato un utile di circa 150 milioni di euro. E per i rapporti di collaborazione che erano stati stabiliti con Hopa, e in particolare con Gnutti, in quattro mesi (agosto 2001-novembre 2001) il Gruppo Unipol ha avuto la possibilità di eliminare dai propri bilanci, attraverso operazioni perfettamente lecite eseguite in Borsa, oltre 50 milioni di euro di potenziali perdite, che alla luce degli eventi successivi si sarebbero rivelate certe. Tutto ciò nell’ambito di una scelta strategica che il patto di sindacato aveva assunto, cioè riprendere posizione sulle azione Olivetti. Torneremo nel merito di questi aspetti. Ribadisco solo che le operazioni effettuate da me e Ivano Sacchetti sono esattamente le stesse che poi ha svolto il gruppo Unipol. Da sottolineare che nessuna querela è stata avanzata nei confronti miei e di Sacchetti, così come non c’è da parte di nessuno alcuna richiesta di risarcimento. Tra l’altro nessuna transazione diretta è mai avvenuta tra me o Sacchetti e Hopa. Per quanto riguarda l’opa obbligatoria Bnl, dove una vera e propria congiura impedì al Gruppo Unipol di portare a termine l’operazione, Unipol ha guadagnato 80 milioni di euro. Per quanto riguarda lo spin-off immobiliare per il quale sono indagato a Roma, Unipol guadagnò 91,7 milioni. Le indagini su tutte le operazioni sono tutte d’ufficio, quindi senza alcuna querela, non c’è nessun danneggiato, e l’attore delle operazioni è Unipol, che da ciò ha guadagnato lecitamente 350 milioni di utile». Lei sostiene di non essere Fiorani, indagato per aver truffato risparmiatori. «Tutte le indagini riguardano comunque Consorte e Sacchetti non come persone fisiche, ma in quanto amministratori che hanno fatto guadagnare la propria azienda. In tutta questa vicenda sono parte danneggiata, e chiedo perché l’esposto presentato alla Procura di Bologna fin dal 12 dicembre 2005 non abbia avuto corso. L’indagine da condurre deve riguardare anche tutto ciò che è avvenuto dal 16 luglio al 31 dicembre 2005. una questione non solo di interesse personale, ma che riguarda tutti quelli che hanno a cuore la libertà». Veniamo ad Antonveneta. «Nell’operazione Antonveneta (gennaio-aprile 2005) condotta esclusivamente con l’obiettivo di sviluppare l’attività industriale di banca-assicurazione, poi purtroppo fallita, avevamo comunque adottato le debite precauzioni», inizia Consorte. «Dall’operazione Unipol ha poi guadagnato 60 milioni di euro nella cessione delle azioni di Antonveneta ad Abn Amro». Ma è stato Fiorani a invogliare la sua Unipol in Antonveneta? Consorte si inalbera: «Neanche per idea. Il nostro interesse in Antonveneta data al 2003. Nessuno allora parlava di un’opa su Antonveneta. Nel corso dell’intero 2004, come abbiamo ricostruito ai magistrati, con il dottor Piero Montani di Antonveneta, con Francesco Spinelli che era espressione degli olandesi di Abn, per Unipol io e Sacchetti, il direttore generale Cimbri, Di Matteo e Castellina dialogano incessantemente con Antonveneta per due aspetti specifici: l’acquisto di filiali di Antonveneta, in conseguenza del piano triennale di Unipol Banca adottato il 20 febbraio 2004, piano che puntava all’acquisizione di ben 100 sportelli bancari; e la possibilità di un accordo strategico banco-assicurativo con Antonveneta stessa, chiunque la controllasse». Niente Fiorani e bresciani, dunque? «Procediamo per ordine, e vedrà che non c’è nessun concerto nostro con loro. Il 3 febbraio del 2004 alle 13.30 mi incontro al ristorante "Rodrigo" di Bologna con Spinelli, e nelle settimane successive lavoriamo al piano industriale di Unipol Banca, quello per acquisire 100 sportelli. Lo presentiamo di conseguenza al dottor Carosio, in Banitalia». Non a Fazio? «No, a chi allora era a capo della vigilanza». E Carosio? «Rispose con qualche sufficienza. Tanto che dovetti dirgli che io stesso chiedevo a Bankitalia un’ispezione per verificare la solidità delle nostre basi patrimoniali, ma aggiunsi che se fossimo risultati in ordine non spettava certo a Bankitalia sindacare nel merito i nostri piani industriali». Venne l’ispezione? «Puntuale, cominciò il 29 marzo 2004. Nel frattempo il 26 febbraio avevamo già avuto anche un primo incontro con Piero Montani, di Antonveneta, e con lui affrontammo il problema sia della possibile alleanza banco-assicuativa con la banca padovana dopo l’amara esperienza che avevamo appena avuto con la Noricum, che Imi Sanpaolo ci aveva obbligato a retrocedere ai torinesi, a pena altrimenti di vedercela svuotata - sia il nostro interesse ad acquisire filiali come conseguenza del piano triennale di Unipol Banca. Antonveneta aveva deciso di cedere 50 filiali affidando a Rotschild, nella persona di Daffina, la trattativa. Iniziammo a trattare di conseguenza con lui per quelle 50 filiali: quattro in- contri, fino a quello del 26 maggio 2004... L’ispezione di Bankitalia, nel frattempo, come procedeva? «Andò avanti fino a fine estate. Il 13 aprile 2004 incontrai Carollo in Bankitalia, era un sottoposto di Carosio, a conferma del fatto che non parlavamo certo con Fazio. Interloquimmo anche col dottor Conigliani, della sede Bankitalia di Bologna». Ma con Antonveneta, in quei mesi, non si sbloccava né la richiesta di acquisire filiali né l’intesa banco-assicurativa? «Tanto per farle capire quanto fossimo protesi al nostro obiettivo di crescita, le dico anche che il 14 aprile 2004 mi recai a incontrare il professor Giovanni Bazoli, presidente di Intesa». Ah, caspita, questa è una novità mai sentita, o sbaglio? «Non sbaglia. Ma guardi che l’intera ricostruzione puntuale di tutti gli incontri che stiamo facendo non è mai uscita. Comunque, anche con Bazoli fu un nulla di fatto». Ma perché andare da Bazoli? «Perché in precedenza, nel 2003, avevamo acquisito 56 filiali bancarie che Intesa doveva dismettere per ragioni di antitrust, a seguito delle sue incorporazioni. Dunque anche a Bazoli andammo a chiedere se per caso aveva filiali da cederci». La risposta? «Fu un incontro formalmente cordiale, ma anche di gran gelo. Nessuna possibilità di cederci neppure uno sportello, da parte di Bazoli». Conosceva Bazoli in precedenza? «No, avevamo trattato con altri, per gli sportelli rilevati in precedenza. Con l’ad che allora era espressione in Intesa dell’Agricole, Merle, e con il dottor Auletta. Il dottor Desiata aveva interposto i suoi buoni uffici. Nulla di ciò si replicò con Bazoli, nell’aprile 2004». Parlaste di politica? «No. Ascoltò il nostro proposito, e signorilmente ma fermamente risposte picche. Tenga conto che in quegli stessi giorni, il 16 aprile 2004, Minucci e Perissinotto di Generali continuarono a non darci risposte per le nostre richieste di crescere analogamente in Bnl Vita, senza dirci una sola parola sul fato che di lì a due settimane in Bnl Generali sarebbe entrata in un patto di sindacato con Della Valle e gli spagnoli del Bilbao. I signori che insegnano etica di mercato tanto al chilo quando si tratta di Unipol, con noi si comportavano così». Così come? «Diciamo con una certa disinvoltura. Per non dire altro». Dunque, niente crescita. «Iniziammo a prendere in considerazione ad aprile 2004 anche un’altra ipotesi: Meliorbanca. Il 20 luglio 2004 avvenne su questo un primo incontro col governatore Fazio, al quale esponemmo la nostra intenzione di procedere all’acquisizione delle due filiali di Antonveneta che intanto si erano rese disponibili, di Milano e Cagliari, oltre all’eventuale operazione su Meliorbanca». Foste voi a proporre l’operazione Meliorbanca o fu Bankitalia? «Noi ci dichiarammo disponibili. E durante il mese di agosto 2004 passai con una squadra di collaboratori tutto il tempo a Milano, per una due diligence di Meliorbanca». Ma non se ne fece nulla neanche quella volta. «No, le strategie dei due istituti erano troppo diverse, e non mi convinsi. Il 23 agosto 2004 insieme a Di Matteo e Castellina di Unipol mi recai a incontrare Dall’Occhio della Consob, per comunicare all’Autorità del mercato finanziario la nostra rinuncia a Melior-banca. Nel frattempo il cda di Unipol Banca del 6 settembre 2004 confermava la richiesta avanzata il 27 luglio precedente di rilevare altre 50 filiali di Antonveneta, richiesta avanzata insieme alla Popolare di Vicenza guidata allora da Divo Gronchi: 20 di quelle 50 sarebbero andate a Unipol Banca. E il 19 novembre procedemmo all’aumento di capitale necessario all’acquisizione delle filiali». Tutta questa lunga premessa per dire? «Che ancora il 30 novembre 2004 reincontrammo Spinelli per confrontarci sull’ipotesi banco-assicurativa per Unipol in Antonveneta. In tutto il 2004 prima incontrammo molte volte i capi di Antonvenmeta per vagliare tutte le ipotesi, andammo anche da Bazoli, poi trattammo per Meliorbanca. Solo molto dopo Unipol iniziò a considerare l’ipotesi di un accordo con Reti Bancarie Holding della Popolare di Lodi. Per quanto riguardava la partita in Antonveneta, non avemmo allora contatti né con la Popolare di Lodi di Fiorani né con nessuno dei soci sindacati in Delta Erre, né con Benetton, ma solo con la stessa Antonveneta e con Abn Amro. Inoltre, né io né Sacchetti abbiamo mai posseduto o trattato titoli di Antonveneta». Sicuro? «L’ha confermato lo stesso Fiorani nell’incidente probatorio del 26 maggio 2006. Il pm Fusco lo incalza sottilmente per strappargli qualche eventuale conferma. E Fiorani non può che negare. Nessun rapporto con Fiorani fino ad allora. Eppure Fiorani dall’estate 2004 aveva iniziato a preparare l’operazione su Antonveneta, parlando con Doris e Mediolanum, coi Benetton che poi saranno i venditori del titolo maggiormente beneficati». Quando vi rendeste conto che Fiorani faceva sul serio su Antonveneta? «Tra la fine del 2004 e gli inizi del 2005 si iniziò ad assistere alla competizione tra la Banca Popolare di Lodi e Abn Amro per il controllo di Antonveneta. Tale scenario manteneva, pertanto, valide tre opzioni per il gruppo Unipol: la possibilità di addivenire ad accordi industriali di banca assicurazione con Abn Amro su Antonveneta nel caso in cui Abn Amro avesse prevalso su Bpl; la possibilità di accordi di banca-assicurazione con il Gruppo Banca Popolare di Lodi, se fosse stata quest’ultima a prevalere su Abn Amro; la possibilità di un’alleanza con Bpl e Antonveneta, sempre in punto di banca-assicurazione, se fra le due banche si fosse raggiunto un accordo, tenuto conto delle notizie apparse in proposito sulla stampa che facevano presumere la possibilità di una integrazione tra Reti Bancarie Holding e Antonveneta (già in trattativa da 2-3 anni). Durante il mese di gennaio 2005, incontrai perciò separatamente Spinelli e Fiorani per chiarire a entrambi, in separata sede ripeto, la strategia industriale di bancaassicurazione che perseguiva Unipol». E iniziaste a salire nel capitale di Antonveneta. « Il 13 gennaio 2005, per rendere trasparenti le nostre intenzioni al mercato e soprattutto ai due contendenti Bpl e Abn Amro, Unipol acquisì sul mercato circa 300.000 azioni Antonveneta, superando così la soglia del 2% del capitale sociale della Banca, rendendola pubblica al mercato in conformità a quanto previsto dalle norme». Per giocare a carte scoperte. «Esatto». Però la stampa cominciò a descrivervi come amichetti di Fiorani. «Il 22 gennaio 2005 Milano Finanza, a firma di Paolo Panerai, scrisse che: "Da uomo duttile quale è, Fiorani si è adeguato, e temendo soprattutto il lancio di un’opa da parte di Abn Amro ha detto che il 2,11% di azioni acquistate da Bpl, più le altre possedute da possibili alleati come Unipol, sono a disposizione per una collaborazione con gli olandesi...». Alleato di Fiorani, dice Panerai, fin da gennaio 2005. «Balle. Leggo dal verbale del consiglio Unipol del 28 gennaio 2005: "... Il Presidente informa i presenti che la Compagnia detiene attualmente una quota pari al 2,10% del capitale sociale di Banca Antonveneta Spa, per un corrispondente valore di carico di 97,7 milioni di euro. Dalle informazioni di mercato emerge la possibilità della realizzazione di un progetto societario e industriale tra Reti Bancarie Holding Spa (della Lodi) e Banca Antonveneta Spa. Partendo dalle buone posizioni societarie che il Gruppo Unipol ha in Reti Bancarie Holding Spa e Banca Antonveneta Spa, si evidenziano le ragioni che rendono opportuno incrementare la partecipazione ad oggi detenuta in Banca Antonveneta Spa sino al 4,99% del proprio capitale sociale... Il Consiglio approva". Il giorno prima, il 27 gennaio, avevo reincontrato Spinelli e anche a lui avevo ribadito che Unipol era aperta sia all’ipotesi di una fusione consensuale tra Reti bancarie della Lodi e Antonveneta, che ci avrebbe portato a essere i primi soci privati dell’aggregato per le quote che detenevamo in entrambe, sia all’ipotesi di subentrare in Antonveneta all’accordo banco-assicurativo che l’istituto aveva con la Lloyd Adriatico, e per questo ci proponemmo di superare la sua quota detenuta in Antonveneta, che era del 2,7% del capitale. Tutto questo mentre da gennaio 2005 Fiorani e i suoi collegati avevano iniziato a rastrellare i titoli di Antonveneta». Ma è vero che Fiorani le fece capire che in caso di alleanza ci sarebbero stati denari anche personalmente, per lei e Sacchetti? «Il 20 aprile 2005, all’aeroporto di Bologna, insieme a Boni della Lodi parlò esplicitamente della possibilità di "riconoscenza" per noi. Ma non abboccammo in alcun modo, e continuammo a trattare anche con gli olandesi. Anche Gnutti di Hopa si fece vivo, proponendoci l’alleanza con Fiorani. E io gli replicai che non capivo proprio come potesse mettersi con la Lodi contro Abn, visto che entrambe erano socie di Hopa. Unipol aveva potere di veto su una simile delibera, se fosse stata portata nel cda di Hopa, come l’aveva anche il Montepaschi. E insieme a Mps concordammo che lo avremmo posto, il veto. Gnutti capì e desistette. Quanto alle proposte di Fiorani, è stato lo stesso braccio destro del banchiere a Lodi, Boni, a confermare al pm Fusco, nell’incidente probatorio del 9 giugno 2006, che quando Fiorani disse "guardate che nel caso ci sarà anche qualcosa per voi", Consorte replicò che gli interessava solo l’eventuale progetto industriale». Dopodiché? «Il 21 aprile 2005 Il Sole 24 ore pubblica le liste dei consiglieri depositate in previsione dell’assemblea del 30 aprile di Antonveneta. Nella lista presentata da Abn Amro figura il dott. Cucchiai, del Lloyd Adriatico. Capiamo allora che, in assenza di segnali positivi da parte di Abn Amro nei confronti di Unipol, dovevamo salire nel capitale di Antonveneta al fine di poter superare di circa un punto la quota detenuta da Lloyd Adriatico a quella data. Ancora al cda di Unipol del 29 aprile 2005, segnalai che l’eventuale adesione a una delle due offerte, della Popolare di Lodi o di Abn su Antonveneta, sarebbe stata valutata quando disponibili le condizioni definitive delle medesime. Eravamo fuori dalla battaglia dei due schieramenti. Infatti nessuno di Unipol entra nelle liste del Cda di Antonveneta». E con le autorità di mercato, come regolaste i rapporti? «Beh, questa è bella. Il 2 maggio 2005 io e Cimbri, il dg di Unipol, ci recammo in Consob. Al dottor Tezzon spiegammo che eravamo interessati solo ai piani industriali perseguibili da Unipol in Antonveneta. Gli chiedemmo, per alleviare i sospetti di stampa intorno alla nostra ipotetica azione di fianchegghiamento di Fiorani, se per caso non fosse il caso che formulassimo un quesito scritto alla Consob, per darle modo di risponderci e darci atto pubblicamente della nostra terzietà». E Tezzon che cosa vi disse? «Che non era il caso di complicare una cosa già complicata. Questa fu la sua risposta. Poi, il 10 maggio 2005, l’indagine Consob esclude Unipol dal concerto su Antonveneta». Conclusioni destinate a mutare, però. Già, ci tornerò nella prossima puntata. Per ora, mi faccia solo dire questo: lasciare trasparire l’ira o l’odio nelle parole o nelle espressioni del volto è inutile, pericoloso, non intelligente. Ira e odio vanno mostrati unicamente nelle azioni, e questo lo si potrà fare tanto più perfettamente quanto più perfettamente si è evitato di fare l’altra cosa». Parole sue? «No, ma torneranno buone quando parleremo dei magistrati, più avanti».
Oscar Giannino

LE COOP ROSSE
Nella seconda puntata del memoriale abbiamo raccontato la storia del rapporto di Giovanni Consorte con la sinistra. Una storia lunga che inizia il 4 novembre del 1991.
UNIPOL FINANZIARIA «Cinzio Zimbelli, per anni il deus ex machina finanziario delle Coop, era in fin di vita. Prima di morire mi fece giurare di che mi sarei occupato di rimettere in sesto Unipol Finanziaria, allora la società controllante di Unipol, gravata da 815,7 miliardi di lire di debiti e con oltre 500 miliardi di perdita».
TORNADO GIUDIZIARIO «Eravamo nei mesi caldissimi in cui si preannunciava l’esplosione del tornado che sarebbe arrivato di lì a poco. Coop dalla tradizione storica e dal grande fatturato, come la Cmc di Ravenna e la Edilterra, stavano affrontando un momento nerissimo per via dei contraccolpi di Tangentopoli.
IL MIRACOLO «Lavorando giorno e notte, rimettemmo in sesto tutto. I lavoratori e i soci non hanno dimenticato. Ancora oggi tutti mi sono grati. Altra storia è quella dei vertici».
RAPPORTI A SINISTRA «Con molti politici della sinistra ho parlato a lungo per il salvataggio del movimento cooperativo. I rapporti coi vertici del Pci, del Pds e poi dei Ds non potevano che essere intensi e positivi».
LE COOP DI CONSUMO «Le Coop del consumo provarono molte volte a mettere la mordacchia a me e a Ivano Sacchetti. Ogni volta perdevano. Poi smisero. Ma a distanza di anni, nelle vicende del 2005 e di oggi, ho riconsiderato quegli atteggiamenti in un’ottica totalmente diversa».
GENERALI «L’11 ottobre 2000, su proposta delle Generali, il cda di Unipol deliberò l’acquisizione del 51% di Bnl Vita. E ci mettemmo all’opera perché Generali cedesse all’Unipol il 7,5% di Bnl che deteneva. Invano».
MEDIOBANCA «Nel 2001 andammo da Vincenzo Maranghi e gli chiedemmo di comprare la Fondiaria. Disse di no e capimmo che il vertice dell’establishment finanziario italiano considerava Unipol come un soggetto fuori dal grande gioco. Così decidemmo di avvicinarci a Gnutti, che rappresentava il "nuovo"».
BANKITALIA «In due anni Unipol riuscì a mettere piede in Bankitalia solo due volte nel 2003. Poi più niente sino alle autorizzazioni per crescere prima nel capitale e poi per lanciare l’opa su Bnl, nell’estate del 2005. Fazio non era proprio un nostro amico...».
DELLA VALLE «All’improvviso apprendiamo che in Bnl si è formato un nuovo patto di sindacato e che Generali lo ha sottoscritto con il Bbva e con Della Valle. Anzi, Della Valle entra pure in Generali e nel suo cda. Chi gli ha prestato le risorse?».


















Prima pagina Anzitutto Italia Esteri Economia Sport Attualità Cultura e scienza Spettacoli Milano Roma


Chi siamo • Note informative • Concessionaria pubblicità

Copyright by Libero © 2006 - P.Iva 06823221004 - Tutti i diritti riservati