Guido Rampoldi, la Repubblica 11/7/2007, 11 luglio 2007
GUIDO RAMPOLDI
Cresciuto per sessant´anni nella speranza di conquistare un giorno il Forte Rosso di Delhi, capitale dell´India, l´esercito pakistano ieri è stato costretto ad espugnare la Moschea Rossa di Islamabad, capitale del Pakistan. A ridosso dei bianchi palazzi del potere, dunque nel cuore della nazione, per l´intera giornata soldati e studenti ispirati da Al Qaeda hanno guerreggiato tra i minareti e dentro le scuole coraniche, blindati contro mortai, musulmani contro musulmani. Quella furibonda battaglia campale confermerà ai pessimisti il maligno giudizio di Naipaul, «il Pakistan è uno Stato fallito». Ma potrebbe avere effetti salutari, se com´è probabile complicasse i commerci sotterranei che avvengono da decenni, nell´ambiguo nome dell´islam, tra l´establishment pakistano e il fondamentalismo.
Governassero i politici oppure i generali, gli integralisti si sono lasciati usare ora nelle manovre di corridoio, ora come carne da cannone nelle guerre non convenzionali lanciate da Islamabad oltreconfine (Kashmir, Afghanistan); e in cambio ne hanno ricavato potere, armi, totale autonomia per le loro scuole coraniche. Dopo la battaglia della Moschea Rossa il regime militare e i due maggiori partiti d´opposizione non possono più nascondersi quanto pericoloso sia il mostro che l´uno e gli altri hanno lasciato crescere, illudendosi di controllarlo. Forse non è troppo tardi per correre ai ripari.
Molto dipende da quel che avverrà nelle 250mila moschee pakistane, se il grosso resterà neutrale oppure solidarizzerà con gli studenti. In ogni caso l´Occidente non potrà assistere passivamente alle convulsioni della nazione islamica più popolosa della Terra, l´unica con la Bomba, e soprattutto l´unica dove i rivoluzionari di Al Qaeda siano riusciti a costruire un´alleanza organica con un movimento di massa, i Taliban pachistani. Non potrebbe neanche se lo volesse, per il semplice fatto che la Nato è appena al di là d´un confine sempre più virtuale.
Presidente e capo di stato maggiore, il generale Musharraf aveva fatto il possibile per scongiurare la resa dei conti con i fondamentalisti, con i quali trescava dal tempo del colpo di Stato (1999). Ma per la seconda volta è inciampato nel suo paso doble.
La prima volta era stata l´11 settembre 2001, quando il crollo delle Twin Towers aveva coronato una cospirazione ordita materialmente tra l´afgana Kandahar e la pachistana Quetta, lungo un asse in teoria controllato dai servizi segreti di Islamabad. Per allontanare i sospetti americani Musharraf fu lesto ad aderire alla "guerra al terrore" lanciata da Washington; però non ruppe con il fondamentalismo pachistano, acrobazia meno complicata di quanto appaia.
All´epoca quel fondamentalismo per la gran parte detestava Bin Laden. Gli imputava l´ingresso degli americani nella regione, e in seguito anche la perdita dell´emirato afgano, il cui vertice veniva interamente dalle scuole coraniche del Pakistan.
In quegli anni una convergenza d´interessi aiutò Musharraf a stringere un patto complesso con i sei partiti fondamentalisti del Pakistan. Il regime militare permise alla loro alleanza elettorale di cogliere un ragguardevole 11% nelle elezioni politiche (manipolate) del 2002. Rinunciò a esercitare un effettivo controllo sulle loro moschee e sull´islam forsennato che quelle insegnano. Diede ospitalità ai loro amici Taliban, dal mullah Omar a tutto il notabilato fuggito in Pakistan. E non intralciò i piani di Taliban afgani e pakistani per riprendersi l´Afganistan.
In cambio Musharraf ottenne tre vantaggi. Innanzitutto la consegna di alcune centinaia di guerrieri arabi, offerti da Islamabad a Washington come segno di buona volontà. In secondo luogo il sostegno al suo regime, esplicito nella regione cruciale del Beluchistan, dove il partito di Musharraf governa con il maggiore tra i partiti integralisti. Infine la ripresa delle operazioni in Afghanistan, una guerra per procura che Islamabad considera "difensiva" da quando l´India ha stretto un´alleanza strategica con gli Usa e allo stesso tempo ha aperto consolati nelle maggiori città afgane.
Spesso nelle mani dello spionaggio pakistano, i politici fondamentalisti si mostrarono collaborativi. Per esempio Sami ul- Haq, capo d´una moschea che è la più grande fabbrica di Taliban del Pakistan. Politico furbo, con un´incredibile capigliatura arancione, ul-Haq conferma come a qualsiasi latitudine i politici che abusano della religione tendono nei comportamenti privati a quella tipologia definita, almeno dalle signore pie, "un gran porco". Sorpreso dalla polizia a letto con la nuora, ul-Haq comprò il silenzio con la docilità.
Il gioco di Musharraf avrebbe funzionato se ne frattempo, lungo la fascia di confine a cavallo tra Pakistan e Afganistan, l´ininterrotta predicazione di Al Qaeda non avesse offerto a migliaia di giovani pastori le suggestioni eroiche della "guerra santa globale". Forzato dagli americani con la minaccia di rappresaglie economiche, il regime mandò l´esercito a riprendersi il controllo della regione più turbolenta, il Waziristan. Ma dopo mesi di reciproci ammazzamenti, lo scorso autunno i soldati furono costretti a ripiegare. Per quanto mascherata da un "accordo" tra Islamabad e i capi tribali, la sconfitta mandò segnali d´incitamento a tutte le tribù guerriere sul confine. Da allora un numero crescente di Taliban pachistani va a combattere in Afghanistan, con sollievo di Islamabad, che così dà ulteriore impulso alla sua guerra per procura e allo stesso tempo si toglie dai piedi le teste calde. Ma questo calcolo si sta rivelando miope. Le regioni pachistane sul confine si vanno rapidamente talibanizzando. Il contagio dilaga nella lontana Karachi, e perfino nella capitale. I partiti fondamentalisti, con i quali Musharraf ha cercato una soluzione alla crisi della Moschea Rossa, sono impotenti e timorosi, oppure adesso scommettono su Al Qaeda.
E Musharraf è nelle peste. Entro la fine dell´anno il generale-presidente decade sia come capo di Stato Maggiore sia come presidente. Progettava di indire libere elezioni e di restare presidente in virtù d´un patto di potere con il partito di Benazir Bhutto, ma l´operazione s´è arenata. Gli resta la proclamazione dello stato d´emergenza.
Ma anche una dittatura ha bisogno d´un certo consenso, e gli islamisti ora non sono più disponibili. Se poi divenissero disponibili per Al Qaeda probabilmente dovremmo misurarli non più secondo la loro percentuale elettorale, oggi intorno al 5,5%, ma secondo la loro quota di pachistani armati, il 90%.