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 2007  luglio 10 Martedì calendario

La storia di tutti gli sport, tennis compreso, è un patchwork di mille tessuti e mille fantasie, di stoffe anche minime e quotidiane

La storia di tutti gli sport, tennis compreso, è un patchwork di mille tessuti e mille fantasie, di stoffe anche minime e quotidiane. Ma sono i grandi match che la tengono cucita. Che le danno forma. Quella di domenica fra Federer e Nadal è stata una finale sofferta e combattuta, appassionante, decisa da pochi soffi, da colpi memorabili. Ora si pone il problema di come collocarla nel grande romanzo del tennis, che ha conosciuto capitoli anche più straordinari. Avesse vinto Nadal, l’avremmo paragonata, in controluce e con trame stilistiche rovesciate, alla finale delle finali, quella del 1980 a Wimbledon fra Borg e McEnroe, l’ultima agguantata dall’Orso svedese. Era il cinque luglio, Borg ancora con la fascia, lo sguardo congelato, il passante bimane e la maglietta a righine che oggi fa tanto vintage, sprecò cinque match point nel leggendario tie-break del quarto set, finito 18 a 16 per McEnroe, ma vinse 8 a 6 al quinto. ancora oggi la clip tennistica più vista e ritelevisivizzata, fu l’ultimo lembo del dominio di Borg a Londra. L’anno dopo, nella rivincita, Mac il terribile usò ancora meglio le sue danze nell’aria, le sue volèe da ebanista. Chiuse un epoca, ne aprì un’altra. Appena dopo tre anni, a Parigi, il SuperMoccioso avrebbe però vissuto il contrappasso di quell’impresa. In finale contro Lendl si trovò avanti due set a zero, un break di vantaggio nel terzo, a un passo dal prendersi il trofeo più difficile per gli attaccanti, sulla terra più nobile del mondo. Pareva fatta, ma Lendl si inventò una linea Maginot tutta mentale, cinica, vincente: iniziò a stordirlo di pallonetti, lo mandò in confusione, gli ingomitolò i pensieri e i colpi. Finì per vincere 7-5 al quinto. E da allora in poi Parigi è sempre stata la tana degli orchi rossi, quelli che a rete vanno solo per stringere la mano all’avversario. Lo smarrimento più famoso, più incredibile, statisticamente forse irripetibile è quello che colse Big Bill Tilden, il proto-Sampras degli Anni ’20 e ’30. Nel ’27 Tilden, un colosso nel tennis, al tempo istrionico e fragile nella vita, riuscì a perdere una incredibile semifinale di Wimbledon contro Cochet, uno dei quattro Moschettieri francesi: in vantaggio 6-2 6-4 5-1 si bloccò in maniera inspiegata e inspiegabile, perdendo 17 punti di fila e poi il match. Un altro immortale, l’australiano Jack Crawford, con un crollo meno folgorante ma simile perse invece nel 1933 quello che sarebbe potuto essere il primo Grande Slam della storia. Un termine che allora il tennis non conosceva neppure. Vincitore in Australia, a Parigi e Wimbledon - dove in un altro big match destinato a passare alla storia, strappato in cinque set a Ellsworth Vines, lo yankee dal servizio bomba - «Gentleman Jack» arrivò da favorito anche a New York. Sofferente d’asma, ansioso di carattere, avanzò nel torneo nonostante una debilitante insonnia, e in finale si trovò davanti l’inglese maledetto, Fred Perry. «Se Crawford oggi vincerà, avrà realizzato su un campo da tennis l’equivalente di un Grande Slam», scrisse John Kieran sul New York Times. Avanti di due set a uno Jack rimase in campo durante l’intervallo che allora era previsto dopo il terzo set, sorseggiando un tè al bourbon che gli dilatò vasi e bronchi, ma gli appesantì le idee e i muscoli. Perry rientrò negli spogliatoi, si docciò e rivestì con cura. Crawford riprese a giocare infreddolito, leggermente brillo, e Perry, spietato, lo umiliò lasciandogli appena un game negli ultimi due set. Il Grande Slam, appena inventato, era già sfumato. In Coppa Davis la madre di tutte le partite è certo quella che in una finale interzone giocata a Wimbledon nel 1937, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, l’americano Don Budge strappò in cinque set al tedesco Gottfried von Cramm, nobile, omosessuale e anti-nazista, che prima di entrare in campo negli spogliatoi ricevette una telefonata da Hitler. Il più geniale capolavoro tattico della storia degli Slam resta quello di Arthur Ashe, che nella finale del 1975 a Wimbledon riuscì a superare il favoritissimo Jimmy Connors, snaturando completamente il proprio gioco ma riuscendo a imbrigliare l’Antipatico e il suo terribile rovescio bimane in una perfida rete di colpi tagliati. Ma la finale più incredibile, ancora una volta a Wimbledon è quella del 2001 fra Goran Ivanisevic e Pat Rafter. Goran il folle, con alle spalle tre finali perse a Wimbledon, al tramonto della carriera, entrò nel torneo con una wild card, e lo attraversò tutto ritrovandosi davanti nell’ultimo atto Pat Rafter, che aveva già annunciato il suo ritiro. Si giocò di lunedì, in un torneo devastato dalla pioggia. Ivanisevic vinse 9-7 al quinto, sciupando, dopo aver tirato 27 ace, i primi due matchpoint con due doppi falli, poi chiuse in lacrime, a torso nudo e nel delirio della folla, salvandosi da un destino da Grande Incompiuto che pareva già scritto.