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 2007  luglio 10 Martedì calendario

Sono Rotelli, non sono un tipo da scalata. Non mi propongo nessuna scalata del "Corriere della Sera"

Sono Rotelli, non sono un tipo da scalata. Non mi propongo nessuna scalata del "Corriere della Sera". Con la partecipazione del 7,78% sono un azionista indipendente da ciascuno dei poteri forti. Prendo le mie decisioni in modo assolutamente autonomo. Ma soprattutto, lo scriva, nessuno può tirarmi per la giacchetta». A parlare è il professor Giuseppe Rotelli, imprenditore tanto superliquido - guida il più potente impero sanitario d’Italia, 17 ospedali in Lombardia, 2 milioni di pazienti l’anno, 650 milioni di euro di fatturato - quanto, a cominciare dall’aspetto fisico (è uomo minuto, di grigio vestito) cultore del low profile, furba carta vincente in un mondo di tanti esibizionisti di panna montata. «A Torino, nel 1968, ero assistente precario del professor Giuseppe Grosso, un grande giurista valdese. Io sono un convinto calvinista», dice Rotelli che, a 62 anni, un po’ per diversificare le sue attività («il settore sanitario è ormai un mercato sottile, con prezzi troppo lievitati») molto per «appagare un mio desiderio esistenziale», ha infine realizzato lo scorso dicembre un suo lontano progetto e sogno: entrare, pur non essendo - per adesso - ancora nel cda e nel patto di sindacato, in Rcs Media Group dal portone principale come terzo azionista del «Corriere della Sera». Una new entry in via Solferino da non sottovalutare, quella di Rotelli. Non solo perchè l’uomo, sotto l’aspetto mite, è un vero mastino, ma perché, fatta gran fortuna, ha ancora un conto personale da regolare. «La mia storia è quella di un intellettuale, non di un imprenditore». Anni di brillante carriera da giurista, con grandi maestri come Bruno Leoni e da consulente della Regione Lombardia, epoca d’oro di Piero Bassetti, come estensore con esperti del calibro di Valerio Onida e Franco Bassanini, nel 1974, dell’innovativo Piano ospedaliero regionale. Anni anche di grandi speranze al Nord, altro che il federalismo alla Pontida! Nel 1980, quando suo padre che aveva fondato l’Istituto di Cura Città di Pavia e a San Donato il Policlinico, ebbe un ictus, Giuseppe Rotelli si trovò a un bivio: vendere gli ospedali («stabilimenti ospedalieri», li chiama lui usando i termini di una legge del 1930) o inventarsi imprenditore. «Con la presunzione dei giovani accettai la sfida del destino», ricorda. Vent’anni dopo, il 17 marzo 2000, via Mediobanca, il professor Rotelli (è stato il primo in Italia ad avere la cattedra di «Organizzazione e legislazione sanitaria» alla facoltà di medicina di Milano) comprò da Antonino Ligresti, fratello di Salvatore, tre ospedali più le cliniche Madonnina e Città di Milano. «In quel momento si accorsero che esistevo», sorride. Poi, a domanda risponde che il segreto di tanto successo dipende da due fattori. «Primo. La mia esperienza da giurista mi aveva fatto capire che l’interlocutore istituzionale nel settore sanità sono le Regioni, non lo Stato. Secondo. Ho rifiutato il metodo della corruzione, cosa che mi è costata, prima di Mani Pulite, la persecuzione della Giunta Regionale, assessore alla Sanità, Patrizia Toia, e un processo durato 7 anni, finito con la mia completa assoluzione. Come mio padre tifavo per il professor De Martino; conoscevo bene Bettino Craxi: un uomo molto intelligente ma il suo grande difetto fu la mancanza di morale. Un mio amico, il professor Mario Casella, grande giurista e uomo di assoluta dirittura, mi aveva avvertito: "Hai davanti due strade. Una è facile, l’altra difficile; scegli quella difficile, non te ne pentirai mai!". Casella aveva ragione ma, confesso, oggi sono un uomo triste. La mia è una doppia sofferenza; personale, per le tante difficoltà subite ma, soprattutto, per il fatto che il nostro Paese non sia stato capace di riscattarsi e diventare un Paese moderno, libero da visioni centralistiche e burocratiche». Biografia non banale. «Sono un laico convinto cresciuto a Pavia in una piccola città di intellettuali», dice Rotelli che da studente, tra i giessini e la Fgci, scelse il Movimento federalista europeo di Altiero Spinelli e Mario Albertini. Flash back. A 16 anni, sconosciuto ragazzo, telefonò al Piccolo Teatro di Milano. «Sono Rotelli», si presentò e convinse Paolo Grassi ad aprire le porte a 1.200 studenti pavesi per assistere al «Galileo» di Brecht. Episodio lontano ma tipico del metodo Rotelli. Esempi? All’università la più bella delle sue allieve era Gilda Gastaldi: è diventata sua moglie, la madre dei suoi tre figli. «Sono stato io a contattare i vertici di Bpi per offrire la mia disponibilità a rilevare la quota in Rcs di Ricucci. Mi piacerebbe fare l’editore e, contrariamente a tanti pessimisti sul futuro della carta stampata, vedo in questo business potenzialità enormi», spiega il professore che, da uomo molto attento ai soldi e assai meticoloso («preferisco dire che sono un uomo ordinato») si è dato due anni per osservare il lavoro in Rcs. Prime impressioni? «Di questa conduzione ho apprezzato molto l’indirizzo che è stato dato verso la multimedialità e l’internazionalizzazione, due scelte strategiche molto intelligenti. Per sottolineare il mio consenso sono andato apposta a votare al cda», racconta Rotelli. In realtà, in via Solferino il professore capita sempre più spesso. La sua infatti è una vera e propria passione («per me il "Corriere" è un mito anche se definirlo "un’istituzione" è ridicolo. La libertà di stampa non si realizza all’interno del "Corriere" ma nella pluralità dei mezzi di comunicazione») nata 30 anni fa, proprio in via Solferino e, ancora una volta con una telefonata al buio. «Erano i tempi della direzione di Piero Ottone, il suo "Corriere" mi piaceva moltissimo. Con impertinenza giovanile chiamai il "Corriere" e chiesi di parlare con il vicedirettore, Gaspare Barbiellini Amidei. ”Sono Rotelli”, mi presentai e gli proposi un articolo sul "Piano ospedaliero regionale". Barbiellini rispose: "Mi scriva non più di 40 righe". Fu pubblicato in una bella rubrica che si chiamava "Tribuna Aperta". Per il "Corriere" scrissi altri 7 articoli, mi pagarono bene: 120 mila lire a pezzo! In via Solferino venni accolto come una persona che faceva una cosa nuova e importante da scoprire, diventai amico di Alfio Colussi, bravissimo giornalista, con lui scendevo anche in tipografia. Allora si respirava quella dote straordinaria che deve avere un giornale: aprirsi alle novità, non stare chiusi in una torre d’avorio». Allude, professor Rotelli? «Oggi non c’è nessun giornale che svolga bene quel ruolo. Per fortuna ci sono alcuni commentatori che fanno lo sforzo d’interpretare la realtà non in maniera conformista, sui dati. Fuori dalla demagogia e dalle chiacchiere. Nomi? Piero Ostellino e Luca Ricolfi. Insieme a loro e a Enrico Salza abbiamo creato la fondazione dedicata al filosofo David Hume. Stimo molto anche Giuliano Ferrara, mi piacerebbe essere il suo editore!». Nel 1994, chiamato da un altro dei suoi amici, Victor Uckmar, Giuseppe Rotelli, ormai aspirante editore, accorse in soccorso di Indro Montanelli per il suo nuovo quotidiano, «La Voce». Ricorda: «Andò male ma quell’esperienza m’insegnò moltissime cose. Ogni volta che Montanelli andava in redazione mi facevo trovare. "Chi è quello lì?", chiese Montanelli all’inizio, aveva l’occhio attento di un grande medico. "E’ un consigliere d’amministrazione", gli rispondevano. Cominciò a parlare anche con me. Episodi, racconti, consigli; ci vedevamo due volte la settimana, andò avanti per un anno e mezzo. Poi, quando arrivò il suo momento infausto lo accolsi alla mia clinica, la Madonnina».