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 2007  luglio 10 Martedì calendario

La balera triste di Boy George di Gabriele Ferraris. Non è il posto dove avrei immaginato di vederlo; ammesso che mai mi fosse interessato vederlo

La balera triste di Boy George di Gabriele Ferraris. Non è il posto dove avrei immaginato di vederlo; ammesso che mai mi fosse interessato vederlo. Comunque è strano vederlo, un quarto di secolo dopo «Do you really want to hurt me». Polvere di stelle. O, come cantava l’altro, cosa resterà degli Anni Ottanta. Ecco qui, cosa resta. Boy George, il famoso cantante degli Anni Ottanta, è un quarantaseienne appesantito che in questa domenica fa il dj in una discoteca della Riviera. A vent’anni, la graziosa ninfetta Boy George aveva un senso. Trasgressivo, però ci poteva stare. Lo scandaloso androgino a metà fra Ziggy Startdust e i drughi di «Arancia meccanica», la notte come palcoscenico trendy, il nightclubbing che diventava qualcosa di importante... Poi è andata com’è andata: e adesso ti ritrovi George O’Dowd, in arte Boy George, cantante di breve successo e infinito tramonto, alla consolle del «Bajda» di Noli. Gli occhi sempre truccatissimi sotto il cappellone viola da vecchia zia, la giacca nera costellata di cervi volanti di paillettes (cervi volanti intesi come scarrafoni: dev’essere una moda fighissima di Manhattan), tatuaggi tribali e boccuccia di rosa, Boy George è bravo, come deejay: non bravissimo, però sa il fatto suo. Ovvio che non lo chiamano perché è bravo: lo chiamano perché è Boy George, e in un mondo affamato di «celebrities» purchessìa, il nome funziona ancora. Più per meriti giudiziari che musicali, ormai: invischiato nell’ennesima grana di droga, s’è fatto i suoi bravi giorni di lavoro coatto, come Naomi Campbell. Una consacrazione, via: le «celebrities» galeotte tirano, guardate Paris Hilton. Però Boy George sa almeno mettere i dischi. E fare il deejay è un riciclaggio sensato, per ex cantanti di successo: lo fa anche Johnson Righeira, e se ci pensate è la stessa storia, pure lui e il «fratello» Michael negli Anni Ottanta si vestivano strano, e hanno ballato per pochi hit. La differenza è che Johnson sta a Torino e prende molto meno, quando mette i dischi ai Murazzi. A ogni modo eccolo qui, il famoso Boy George, alla consolle del «Bajda». Arriva puntuale - le due del mattino è puntualità, in discoteca. E’ atterrato a Genova a mezzanotte ed è pure passato in albergo a truccarsi; operazione tutt’altro che sbrigativa, per Boy George. E adesso si guadagna la pagnotta. S’è portato i suoi vinili e li seleziona e li mixa con stile, e ci ricama sopra vocalizzi arditi, e fino alle quattro e mezza la pista resta piena, il che certifica la qualità di un deejay. Il «Bajda» è un posto elegante: di giorno stabilimento balneare chic, di notte dancehall modaiola - usa così adesso, con gran gioia di chi ha preso casa fronte mare pregustandosi dolci notti d’estate cullate dalla risacca. Mi dicono che oggi è il compleanno del proprietario del «Bajda»: si sarà voluto togliere uno sfizio, e ha scritturato Boy George, unica data italiana. Sfizio costosetto - le «celebrities» in disarmo vendono cara la pelle, sento parlare di 20 mila euro per la serata, il doppio di quanto prendono i deejay migliori. Ma vuoi mettere? Se hai quarant’anni, da ragazzo non poteva non piacerti «Karma Chameleon» - da ragazzi piacciono un sacco di sciocchezze. E così quando sei grande e sei il proprietario di un locale, ti regali un ricordo. Perché come business non mi pare che ci sia da scialare, pure con l’ingresso a 25 euro. Nel locale più di tanti non ci stanno; e non è nemmeno pieno: in discoteca si va a venti-trent’anni, che ne sanno questi di Boy George? Infatti continuano a ballare, salvo la trentina di entusiasti che si pigiano davanti alla consolle per fotografare Boy George col telefonino. Boy George sorridentissimo si tampona vezzoso il sudore con un piumino da cipria e regala ai fototelefoninatori un amichevole dito medio teso. Grande soddisfazione dei fototelefoninatori. Il sirenetto è d’ottimo umore, s’esalta. Come ogni straniero in visita nel Bel Paese, si compiace di ben padroneggiare l’italiano: «Fanculo, li mortacci!», urla spiritoso al microfono. E aggiunge a far buon peso un bestemmione accolto da applausi e risate. Si diverte un mondo. Anche quelli che ballano si divertono un mondo. Le ragazze si fanno fotografare abbarbicate alla «celebrity», i camerieri corrono su e giù onusti di secchi tracimanti bottiglie di champagne, le cubiste sudate come orsi praticano indefesse i loro esercizi ginnici d’alta quota. Ma tutte le cose belle finiscono, e alle quattro e mezza Boy George rinfodera i dischi e saluta la lieta compagnia, sfoggiando ancora una volta un’elegante padronanza della lingua locale: «Grazie, teste di cazzo!». E tutti applaudono. Nel cielo s’intuisce una promessa d’alba. E’ lunedì, e il mondo è sempre più strano.