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 2007  luglio 10 Martedì calendario

COLORNI Renata

COLORNI Renata Milano 7 novembre 1939. Traduttrice • «[...] una protagonista della scena editoriale italiana, che del tradurre ha fatto un’arte. Per il pregio delle sue versioni, certo, e per “lo scrupolo e il rigore”[...] con cui ha sorvegliato quelle altrui, ma il rapporto fra Colorni e il tradurre ha un’intensità che va oltre la compiutezza, la perfezione, addirittura, del lavoro. È una passione che a volte diresti spasmodica (chiusa in casa per giorni, accanita sulla pagina, monosillabica al telefono) e la capisci solo quando ti spiega che tradurre è “un’interpretazione, ma anche un’esecuzione”. A interpretare ed eseguire Colorni s’è esercitata non passo per passo come di solito succede, ma di colpo, assumendo un impegno enorme. Qual è stata la sua prima traduzione, chiedi. E lei: “Ho cominciato con Freud”. Laurea in Filosofia, tedesco parlato fin da bambina (per via della madre, Ursula Hirschman), una collana di psicologia curata per Franco Angeli: con queste credenziali, chiamata da Paolo Boringhieri nel 1973, la giovane Renata si presenta a Torino e ci resta fino al ‘79. Il suo compito: la pubblicazione delle opere complete dell’inventore della psicoanalisi. “La maggior parte non era ancora stata tradotta - racconta -. Di queste opere non ancora tradotte, molte le ho poi tradotte io; di tutte, comunque, ho rivisto le versioni. Alla fine di questo lavoro, venni chiamata all’Adelphi da Luciano Foà e Roberto Calasso per occuparmi dei libri di letteratura tedesca del loro catalogo. Io non avevo un curriculum letterario, ma il motivo per cui ero stata chiamata a occuparmi di narrativa e non, poniamo, di Nietszche, mi dissero, è che le traduzioni di Freud avevano rivelato una valenza letteraria molto forte. E questo è naturale, essendo Freud il grandissimo scrittore che è”. Gli anni dell’Adelphi: “Ho rivisto moltissime traduzioni, tante al limite del rifacimento. È ingrato e difficile il compito del revisore, doppia la fedeltà richiesta: all’autore e a chi l’ha tradotto, perché come ogni opera anche ogni versione ha il suo stile, il suo ‘modo’ da rispettare”. Oggi Colorni dirige i Meridiani di Mondadori, dove la presenza di autori stranieri è preponderante. “Con la traduzione letteraria si fa entrare dentro una cultura una voce nuova in una lingua ‘altra’. È un atto d’ospitalità che allarga i confini della letteratura d’arrivo - riflette -. A proposito di autori tradotti da me, mi viene in mente Vitaliano Trevisan. Di lui la critica ha subito detto: bernhardeggia. E cioè è influenzato da Bernhard ‘nella lingua italiana di Bernhard’. Pensi a certi autori celeberrimi. Pensi a Hemingway. La letteratura italiana sarebbe diversa senza Hemingway. Senza la lingua delle traduzioni di Hemingway”. Poiché è “interpretazione” (oggettiva comprensione del senso) ma anche “esecuzione” (resa poetica soggettiva) non esiste “la” traduzione di un testo: “Non c’è un’esecuzione unica. L’importante è che siano esecuzioni buone”. Ovvero che abbiano una fedeltà “non alla lettera ma all’ambizione letteraria dell’autore. Tradurre in questo modo è un lavoro autoriale che implica un piccolo masochismo. Il traduttore è un autore mancato che si mette al servizio di un altro. Forse per questo non sempre gli scrittori sono i traduttori migliori: ascoltano troppo la loro voce per dare davvero retta alla voce altrui”» (Maria Giulia Minetti, “La Stampa” 10/7/2007).