Varie, 10 luglio 2007
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BOVIO Corso Libero Milano 5 maggio 1948, Milano 9 luglio 2007 (suicidio). Avvocato. «’Ma con il Tfr dei dipendenti dello studio, siamo a posto?”
BOVIO Corso Libero Milano 5 maggio 1948, Milano 9 luglio 2007 (suicidio). Avvocato. «’Ma con il Tfr dei dipendenti dello studio, siamo a posto?”. In mattinata l’ha chiesto alla sua segretaria storica. Una volta. Due. Tre volte. Poi, rassicurato, e reduce da una arringa al Tribunale di Prato (’normale” tanto nella lucidità ed efficacia con la quale l’aveva svolta quanto nell’apparente routine del viaggio di ritorno in auto con il giovane avvocato che stava con lui), ha chiamato un altro suo segretario in studio, gli ha consegnato una busta e gli ha raccomandato di farla avere a sua moglie. ”Quando?” E lui, con quel tono solenne - umoristico con il quale era solito celare la più sterminata cultura (non solo giuridica) sotto un velo leggero di profonda arguzia, gli ha risposto: ”Avrà mie disposizioni”. Tutta Italia le ha avute pochi minuti prima delle 14. Quando Corso Libero Bovio [...], uno dei pochi avvocati penalisti per i quali l’espressione ”principe del foro” non fosse inflazionata smanceria, si è ucciso. Nel suo studio in via Podgora, a pochi passi dal Tribunale. Nella sua stanza. Davanti alla sua scrivania. Sparandosi in bocca con la pistola, una 357 Magnum, che (con regolare porto d’armi) teneva nella cassaforte. Un colpo secco che, sulle prime, in studio hanno confuso con un grosso faldone di atti caduto a terra, o con uno di quei momenti di buffo autorelax che Bovio di tanto in tanto si regalava sparacchiando con una pistola-giocattolo pallini di gomma contro un bersaglio alla parete. Solo per scrupolo sono entrati in stanza, trovandosi davanti a una scena terribile. [...] Bovio, nessun figlio da quattro matrimoni, non ha lasciato alcun biglietto. Non esiste, come si è equivocato in un primo momento, una lettera destinata alla moglie: la busta affidata al suo segretario, infatti, conteneva solo pochi oggetti personali e denaro per le spese spicciole di studio, che stavano in cassaforte e che l’avvocato deve aver visto proprio nel momento in cui ha preso da lì la pistola. Nessun segnale [...] aveva terminato la stesura di una complicata memoria difensiva di 230 pagine (anche con due viaggi a Napoli in una settimana) contro il sequestro partenopeo a Impregilo del valore di 750 milioni di euro nell’inchiesta sui rifiuti. Con un altro avvocato milanese di grido si era scambiato un sms di ironiche doglianze sul reciproco fine settimana di lavoro. Domenica con la moglie aveva ricevuto alcuni amici, come giorni prima l’ex ministro Girolamo Sirchia, e la conversazione era stata per l’appunto da salotto. E al marinaio, che gli curava la barca al mare, aveva dato appuntamento per il 24 luglio. Però era teso. Stanco per il lavoro, di successo e tanto, persino troppo. Ma soprattutto, a detta di chi gli stava accanto, quasi schiacciato dalla sensazione di non aver abbastanza tempo per fare tutte le cose che avrebbe dovuto fare. Eppure una cosa ancora in più, e di diverso rispetto al solito, da ultimo l’aveva fatta in studio. Le fotocopie. Da solo. Lasciando di sasso le segretarie. [...]» (L. Fer., ”Corriere della Sera” 10/7/2007). «’Adoro Libero Bovio fino alla settima generazione (rami cadetti compresi)”. La vignetta-dono di Staino, che accoglieva in studio nella saletta d’attesa i clienti di uno dei più stimati avvocati penalisti d’Italia, è datata 1999 ma parla(va) in effetti a nome di una folla di imputati, grandi imprese, giornali e giornalisti, giuristi, colleghi avvocati, collaboratori, magistrati, amici e persino conoscenti: tutti conquistati dalla sapienza lieve, dotta ma ironica, profonda ma disincantata, di un uomo brillante, colto, arguto, pozzo di sapienza nel suo mestiere e tuttavia puntualmente in grado di surclassare chiunque con lui si trovasse a parlare di quasi ogni angolo di scibile che a un avvocato capiti di incrociare nella varietà delle cause affrontate. Espressione della migliore ”scuola” forense (giuridica ma al tempo stesso filosofica) napoletana, Bovio, nato il 5 maggio 1948, aveva nutrito la sua ecletticità personale e vivacità intellettuale in una famiglia dove il bisnonno Giovanni, filosofo scomunicato per un suo corso di filosofia, aveva battezzato i figli Libero e Corso (e il detto popolare attendeva anche Filosofia per una femmina). Un altro avo fu poeta, editore, giornalista, ma per la storia del Paese soprattutto paroliere di pietre miliari della canzone partenopea come Reginella. E con il mito di suo padre, Giovanni, morto negli anni ”70, uno dei più spettacolosi avvocati del suo tempo, forse il più celebrato per virtù oratorie, fin da giovane Corso si era dovuto misurare. Laureato in giurisprudenza con il massimo dei voti nel 1971 alla Statale di Milano, Bovio non aveva mancato di pagare il suo pedaggio all’immancabile Italia del non-merito, incredibilmente venendo bocciato la prima volta che, giovanissimo, aveva affrontato l’esame da ”cassazionista” (lo sarà dal 1981). [...] Non c’è un processo, una vicenda, uno snodo giudiziario che non abbia visto Bovio protagonista. Gli anni del terrorismo, con la parte civile al processo per l’omicidio dell’inviato del Corriere Walter Tobagi. La parte civile, per il Comune di Milano, nei processi per la strage di piazza Fontana. Ma anche tutta la saga di Mani pulite nel 1992-1994, con mille incarichi (da Necci a Ferrè, da Troielli a Berruti) e, fra gli altri, la difesa di Silvano Larini nel momento in cui l’uomo di fiducia del leader socialista Craxi scelse di tornare in Italia, consegnarsi e rivelare i segreti ventennali del ”conto Protezione”. Fino ai processi a Silvio Berlusconi, visti dall’oblò dei fondi esteri di competenza del manager Fininvest Giorgio Vanoni; a quelli di Marcello Dell’Utri; a quelli di Cesare Previti nell’interminabile sequela di dibattimenti per le tangenti Imi-Sir, dalla parte della vedova e del figlio di Nino Rovelli. E poi, più di recente, le inchieste sulle scalate bancarie, con l’iniziale difesa di Stefano Ricucci. Eppure, più di tutto, Bovio era l’avvocato per antonomasia del diritto dell’informazione, che deve alle sue cause non pochi dei propri spazi di libertà. Avvocato storico del Corriere della Sera, collaboratore di rubriche di Famiglia Cristiana e Oggi, ex consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per 5 anni presidente del Circolo della Stampa, quasi ogni giornalista aveva studiato sui suoi corsi. E ne aveva sperimentato, accanto alla bravura, la cortesia del gentiluomo che non si negava al cronista dell’ultimo foglio come al direttore del grande giornale. Grande oratore, impareggiabile divulgatore di ostrogoto ”giuridichese”, alle persone in cui ravvisava quella curiosità intellettuale che ne sosteneva la verve, era solito spedire piccole dissertazioni giuridiche che, sui temi più disparati e in un registro stilistico sfolgorante da far invidia a molti scrittori, affidava proprio solo agli amici: così, per sfizio, per gusto intellettuale, per divertimento colto. L’ultima per commentare la legge sulle intercettazioni, e provocatoriamente proporre piuttosto ”l’Iput (imposta sulle pubblicazioni delle trascrizioni) di 1 euro a parola” come soluzione per ”costituire un nuovo tesoretto”. Ma si capiva che si era divertito di più qualche articoletto prima, quando, all’esito di una singolar tenzone gastronomico-storico-giudiziaria, aveva trasmesso agli amici ”gli atti del processo alla polpetta. Speravo di vincere almeno questa causa facendo l’accusatore e mettendo il pm Robledo nell’angolo del difensore, e invece ha vinto lui...”. [...] In studio, proprio accanto alla vignetta di Staino, Bovio aveva fatto incorniciare un quadretto di sornione humor: ”Non promuovere mai lite contro un giudice. La causa sarà decisa a gradimento suo (Ecclesiastico, 8.14)” . [...]» (Luigi Ferrarella, ”Corriere della Sera” 10/7/2007). «Una decina di giorni fa, a un collega penalista, insieme a un biglietto affettuoso, aveva mandato poche righe tratte da un articolo di Piero Calamandrei: ”Per questo amiamo la nostra toga: per questo, vorremmo che, quando il giorno verrà, sulla nostra bara fosse posto questo cencio nero, al quale siamo affezionati perché sappiamo che esso è servito ad asciugare qualche lacrima, a risollevare qualche fronte ingiustamente umiliata, a reprimere qualche sopruso: e soprattutto a ravvivare nei cuori umani la fede nella vincente giustizia, senza la quale la vita non merita di essere vissuta”» (Cinzia Sasso, la Repubblica 10/7/2007). «Corso Libero ha sempre difeso con le unghie di ricerche e arringhe appassionate i cronisti. Diventando punto di riferimento con l’amica Caterina Malavenda del diritto d’informazione. In quegli anni i processi alla prima penale sono pagine di nutriente quotidianità. Ma è un avvocato completo, cresciuto sui processi e le leggi cosiddette d’emergenza, con l’obliquo sistema premiale per i pentiti. Cresce come parte civile per l’omicidio di Walter Tobagi e la strage di Piazza Fontana, attraversa processi e quindi vite, come quella di Edgardo Sogno, delle penombre degli anni 70, si raffina nel diritto fallimentare. Ecco Tangentopoli, posizioni delicate come quelle del latitante Gianfranco Troieli, o l’architetto Silvano Larini, la corruzione dei giudici di Roma con la famiglia Rovelli. Senza mai perdere il gusto primario dell’ironia, del non prendersi troppo sul serio. Con gli altri. Bovio manda cioccolatini’Fiat noir” ai dinfesori dell’azienda torinese, durante gli anni duri delle inchieste per tangenti. Detersivo modello ”Lavapiùbianco” ai penalisti di riciclatori e faccendieri. Pinocchi di legno a qualche collega troppo bugiardo. Fa pure stampare un manifesto con i volti dei magistrati del Pool, sotto la scritta ”Gli intoccabili”. I pensieri, soprattutto i dolcetti, erano il modo nobile per esprimere un desiderio continuo, quasi ossessivo, di farci sorridere di più. Tutti, lui compreso. Ma questo nulla toglie allo spirito combattivo, con la luce accesa tutta la notte, la voglia di ottenere giustizia con garbo, persino difendendo mille colleghi nei processi all’Ordine. Una vita spesa intensamente tra viaggi, tre mogli, la caccia come rito, la buona cucina. A iniziare dai porcini del suo ristorante, i Matteoni. Un lottatore. Vinto da un male che da oggi mette paura anche a noi» (Gianluigi Nuzzi, il Giornale 10/7/2007). «Nella busta indirizzata alla moglie e consegnata al fattorino prima di spararsi, Bovio non ha scritto nulla, riempiendola con i soldi che conservava per le spese urgenti nella cassaforte del suo studio: 14 mila euro» (Paolo Colonnello, La Stampa 11/7/2007)