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 2007  luglio 10 Martedì calendario

DUE ARTICOLI DEL CDS SUI FALSI PROVENIENTI DALLA CINA

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE FABIO CAVALERA
PECHINO – Il «cerotto Chelsea Clinton» è l’ultima bidonata. Promesso come il toccasana contro gli eccessi adipici è una robaccia che, una volta applicato, si riscalda ed espelle un olio puzzolente. Il bello – si fa per dire – è che la pubblicità lo ha contrabbandato per un rimedio efficace che toglie di mezzo chili, smagliature, ciccia. Sulla confezione c’è scritto «made in Usa». Ma è un «made in China» cento per cento. Lo fabbricano dalle parti di Tianjin, che è una delle quattro grandi municipalità della Cina, il polo industriale e tecnologico emergente a poco più di cento chilometri da Pechino.
Una truffa in grande stile. Alla quale hanno dato una pennellata di furbizia, o presunta tale. Visto che i cinesi metabolizzano ogni idiozia di moda, di look, di estetica che viene dall’Occidente, hanno pensato di lanciare una pubblicità: Chelsea Clinton, figlia di Bill e Hillary, ha perso 12 chili in pochi mesi. E grazie a che cosa? Grazie al miracoloso cerotto che, letteralmente, ti scioglie il superfluo sui fianchi e sulle cosce. «Vedi il grasso che si liquefa». Non è vero ma pare che a livello di promozione abbia funzionato. Fino a che la televisione di Stato, la
Cctv, attraverso una trasmissione che è la fotocopia della nostra «Mi manda Raitre», ha scoperto l’inganno. Altro che ciccia che si spappola. Il cerotto ha un olio che a contatto con la pelle riscaldata fuoriesce. E regala illusioni. Ma anche nella patria della censura politica quando si eccede si eccede. E gli scheletri escono dall’armadio.
Di schifezze del genere ne cominciano a girare un po’ troppe. E di «pirati» dell’imprenditoria alimentare, tessile, farmaceutica ed estetica pare che ve ne siano in eccesso. Gli spaghetti conditi con i batteri. Le insalate con i coloranti. Il pesce con i lubrificanti. La frutta in scatola con la colla. Le confezioni di cibo per cani e gatti con l’anticongelante. Le creme con l’olio per i motori. Un campionario che si allunga, di pagina in pagina. La Cina è molto preoccupata. Non passa giorno che il «bollettino » si completi di nuove portate. Al punto che il numero uno dell’agenzia statale alla quale dal 2003 è stata consegnata la chiave dei controlli di qualità è andato fuori di sé, nel senso che in un crescendo di toni, di allarmi, di denunce ha ficcato più di un dito nella piaga.
Un paio di settimane fa Sun Xianze aveva confessato che il problema era serio e che occorreva approfondire. Ora, in un vertice tenuto nel fine settimana, è andato ben oltre. Il suo discorso è questo: lo scandalo sui cibi e le medicine contraffatti sta mettendo in pericolo l’immagine e la credibilità della Cina, può avere contraccolpi profondi sull’export, infine può diventare il pretesto di instabilità sociale e di conflitti. La confessione è stata affidata al giornale governativo
China Daily, quindi ha il via libera dei leader più importanti ai quali questa storia sta dando un fastidio enorme. Impegnati nella costruzione di una immagine rassicurante ed efficiente della Cina, si ritrovano in casa un manipolo di farabutti che si è messo a scherzare con il fuoco. La sensazione è che sia venuta fuori soltanto una piccola parte dei guai che sono stati combinati. Di occhi sulle contraffazioni ne devono essere stati chiusi parecchi. L’agenzia che vigila sulla qualità del cibo e delle medicine solo qualche mese fa è stata travolta da uno scandalo di «licenze facili» e di tangenti che ha portato alla condanna a morte del vecchio direttore, sentenza adesso in appello. Il giro di vite che ne è seguito ha portato i controllori in più di 6 mila aziende e il risultato è che un prodotto su 5 «è sotto gli standard».
Non è il modo migliore di avvicinarsi all’appuntamento mediatico di inizio secolo, l’anno prossimo, le Olimpiadi. Può la Cina, già alle prese con il disastro ambientale, permettersi di presentarsi con una macchia del genere? Ai vertici massimi del partito e dello Stato il passa parola è: setacciare e punire. Questa volta, si spera, senza nascondere. Colpiscine uno per educarne cento. Lo ripetono da decenni. Addirittura hanno in programma delle conferenze stampa periodiche. Nomi e cognomi dei malfattori. Il che significa che il tumore non è allo stadio terminale, ma poco ci manca.

MARGHERITA DE BAC
ROMA – «Questa poi... Occuparci di dentifrici. Non ce lo saremmo mai immaginati». Allarga le braccia Luigi Gagliardi, direttore del reparto per la sicurezza dei cosmetici dell’Istituto superiore di sanità. Ha festeggiato, si fa per dire, i suoi primi 40 anni di carriera catalogando i tubetti sequestrati in tutta Italia dai Nas. Il suo ufficio ne è invaso e così quello del capo dipartimento del farmaco, Stefano Vella. Non è la prospettiva del lavoro di analisi che lo impegnerà nei prossimi giorni (il risultato sui campioni sospettati di contenere sostanze velenose è atteso per fine settimana) a preoccupare Gagliardi: «Temo che da ora in poi emergenze del genere ne capiteranno una dietro l’altra. Il fenomeno fino a qualche anno fa era confinato ai prodotti ad alto prezzo, profumi e creme di grossi marchi. Oggi invece la musica è cambiata». Solo nel 2006 i Nas dei carabinieri hanno infatti sequestrato 116.193 confezioni tra prodotti farmaceutici e cosmetici, per un valore che supera il milione di euro.
L’industria della contraffazione di medicinali e articoli per la toilette è diventata una multinazionale ramificata su almeno tre continenti. L’organizzazione dei falsi prende corpo nell’Asia dell’Est e per strada coinvolge Europa, Africa, i Paesi dell’ex Russia e l’Italia. Da noi le copie di farmaci e barattoli griffati vengono inscatolate anche nei garage di Napoli, fabbrichette clandestine sono state scoperte un po’ dappertutto: da Barcellona a Copenaghen, fino al Belgio. Gagliardi disegna la mappa dei tarocchi: «Per quanto riguarda i farmaci, ai pirati interessano sono quelli con prezzi superiori ai 50 euro. La materia prima viene dall’India, il prodotto viene lavorato in Cina, il confezionamento avviene in Europa oppure ancora in Cina e Thailandia. Con scritte sbagliate, errori d’ortografia. La distribuzione ha più canali. Internet, discount, vendita porta a porta, mercatini».
Il settore dei cosmetici sfugge ancora a ogni sia pur sommaria ricostruzione. Se prima il traffico si limitava all’imitazione di antirughe o snellenti dal prezzo originale molto salato, ora la pirateria ha allargato il raggio d’azione a shampoo, bagnoschiuma, solari, rossetti, mascara e dentifrici appunto.
Gli esperti dell’Iss (tre i dipartimenti coinvolti, oltre a farmaci, ambiente e malattie infettive) attraverso le analisi dovranno scoprire di quali veleni è stato arricchito. Il sospetto si addensa sul dietilenglicolo, un sottoprodotto dei poli etilenglicoli, sostanze che servono a rendere cerosi e solubili i farmaci. Se non purificate con procedimenti sicuri possono accompagnarsi a residui tossici. L’elenco dei potenziali nemici dei consumatori di prodotti da bagno e pasticche è lungo. Basti pensare alla trietanolamina, di per sé innocua tanto da comparire nella lista dei «buoni». Eppure se in un processo di lavorazione irregolare entra in contatto con altri composti, può dar luogo alle N-microsamine, cancerogeni potenti. Ogni mese in Europa scatta il cosiddetto Rapex (rapida allerta) sulla sospetta presenta di questo veleno in cosmetici.
Fra i medicinali il più contraffatto è il Viagra, disponibile sul mercato parallelo in tre versioni. Identico all’originale, ma privo degli effetti sperati. Con il principio attivo vero, il sildenafil, che però è presente all’80%, il resto può essere costituito da molecole estranee e potenzialmente tossiche. Terzo caso, il sildenafil non c’è affatto, al suo posto la ioimbina, una pianta usata dagli indigeni come afrodisiaco. Costa poco, può provocare effetti collaterali pericolosi. Ma i clienti continuano a comprare. E la multinazionale della contraffazione prospera.