Federico Rampini, la Repubblica 9/7/2007, 9 luglio 2007
INCHIESTA SUI CRISTIANI PERSEGUITATI (2)
di FEDERICO RAMPINI. New Dehli. Il cristianesimo è una minaccia per l´identità dell´India. Non ha dubbi Rajnath Singh, leader del partito nazionalista indù Bjp che è la maggiore forza d´opposizione a New Delhi e nella mappa del potere locale controlla diversi Stati importanti. «I missionari cristiani - ha dichiarato Rajnath Singh - usando come copertura le loro opere sociali convertono i poveri di tutta l´India. Le conversioni sono il pericolo più grande per la nostra società, rischiano di cambiare gli equilibri demografici del Paese. Qualcuno ha previsto che di questo passo noi indù saremo una minoranza fra meno di cinquant´anni. Non possiamo permetterlo». Nelle zone dove le forze dell´integralismo indù sono determinanti per governare, queste parole sono già diventate legge.
Lo Stato del Gujarat ha promulgato una "legge anti-conversione": chiunque voglia cambiare credo, o convertire un´altra persona alla propria religione, ha l´obbligo di ottenere un permesso speciale dal magistrato distrettuale. L´infrazione è punibile fino a tre anni di carcere, quattro anni se il convertito è un soggetto "debole" come i membri delle caste inferiori. Anche il Rajasthan ha adottato una "legge per la libertà religiosa", prevede pene dai due ai cinque anni di reclusione contro chi «porta avanti attività di conversione tramite frode o manipolazione». Con questo linguaggio può sembrare una tutela contro le sette che plagiano adolescenti e persone dalla psiche fragile. Invece secondo il vescovo Oswald Lews di Jaipur, la capitale del Rajasthan, «il rischio è che venga usata contro di noi». Leggi anti-conversione sono state varate anche negli Stati del Tamil Nadu, nell´Orissa e nel Madhya Pradesh. Nel Karnataka il 20 marzo scorso la polizia ha arrestato 22 missionari cristiani accusandoli di avere «invitato un villaggio a convertirsi per avere una vita più felice». Il tribunale locale li ha incriminati dei reati di «offesa ai sentimenti religiosi» e «turbativa della pace». Ma perché le conversioni sono un tema così rovente?
L´immagine tradizionale dell´India - la nazione pluralista e tollerante per eccellenza - è messa alla prova da tempo dalle gravi tensioni fra la maggioranza indù e la grossa minoranza musulmana (12% della popolazione), ma anche la convivenza con i cristiani non è immune da incidenti seri. Le reazioni estreme suscitate dalle conversioni hanno radici antiche. La religione braminica non ha vocazione al proselitismo. L´indiano medio ritiene che indù si nasce, non si diventa. Non a caso Gandhi già quando era un giovane studente di diritto a Londra e poi avvocato in Sudafrica alla fine dell´Ottocento - molto prima di diventare il Mahatma, "la grande anima" - era aperto a tutte le fedi; non rinnegava l´induismo di sua madre ma neppure gli attribuiva una superiorità. Da secoli l´India subisce la penetrazione di religioni più "aggressive" come l´islam e il cristianesimo.
Nell´epoca moderna il proselitismo delle grandi fedi monoteiste ha incrociato i movimenti per l´emancipazione socio-economica delle caste inferiori. I dalit (intoccabili) e altre caste sfavorite hanno sentito l´attrazione di religioni più egualitarie del bramanesimo. Perciò le conversioni all´islam, al cristianesimo, anche al buddismo, sono diventate un punto dolente per un pezzo di società indiana - soprattutto quella fascia di bramini decaduti, piccola aristocrazia rurale impoverita dalla modernizzazione, che è il nerbo del nazionalismo più intransigente. Lo scrittore Pankaj Mishra sostiene che «l´appropriazione del sistema parlamentare da parte delle caste inferiori, e il rafforzamento di politiche economiche perequative, hanno seminato dentro la vasta categoria dei bramini i germi di un movimento reazionario. Il nuovo nazionalismo induista, intollerante e bigotto, afferma di voler difendere la purezza dell´India autentica, i suoi valori più profondi. Dietro l´apologia della tradizione c´è in realtà un ancoraggio alla visione gerarchica del sistema delle caste, ma ufficialmente l´avversario è la contaminazione religiosa e culturale. Oltre agli attacchi contro Hollywood, la volgarità e l´oscenità sessuale venuta dall´Occidente, l´induismo reazionario dipinge islam e cristianesimo come due gravi pericoli. Propugna un´idea dell´India settaria, fanatica, violenta».
Certo non aiutano a placare queste fobie l´esibizione di denaro e le conversioni di massa praticate con scenografia grandiosa da alcune chiese protestanti. Nella campagna più remota del Tamil Nadu, a due ore di strada da Coimbatore, tra i villaggi di casupole che in questa stagione sprofondano nella melma dei monsoni, ho visto apparire di colpo come un Ufo un complesso di palazzine nuovissime e lussuose della chiesa mormone, finanziate dagli Stati Uniti. Nove mesi fa nell´Uttar Pradesh i pastori pentecostali hanno organizzato in sei villaggi la celebrazione solenne di 350 conversioni. Non era la prima volta, e come sempre la reazione a queste operazioni spettacolari è stata dura. «Non credo che si siano convertiti liberamente - ha tuonato il leader indù Srikant Shukla - , quei contadini innocenti sono stati costretti dai missionari cristiani». I bracci più estremisti del nazionalismo ormai rispondono con gli stessi metodi. Il movimento Arya Samaj, che predica il «tornare alle radici», nello stesso Uttar Pradesh ha organizzato una cerimonia solenne di riconversione all´induismo di duecento contadini che in passato avevano aderito alla chiesa pentecostale.
Le rappresaglie possono diventare crudeli. Quando il Bjp ha vinto le elezioni nel Rajasthan, non ha esitato a far chiudere alcune scuole e ospedali cristiani. L´anno scorso il presidente dell´unione cattolica indiana, John Dayal, ha scritto una lettera aperta al premier federale Manmohan Singh, per denunciare gli attacchi alla missione Emmanuel che da trent´anni a Kota assiste gli orfani e cura i bambini malati di tubercolosi. una missione cristiana indipendente diretta dall´arcivescovo protestante M. A. Thomas. I sacerdoti cristiani possono essere improvvisamente in pericolo anche in zone un tempo tranquille. Il 17 marzo 2006 è stato assassinato padre Eusebio Ferrao, parroco di Goa, l´ex colonia portoghese che fu evangelizzata da San Francesco Saverio.
Goa, ancora segnata dall´impronta barocca del Portogallo, è stata a lungo un modello di convivenza tra le comunità religiose. Adesso anche lì le punte più radicali del movimento indù rivangano il colonialismo per auspicare che i cristiani «tornino a casa». Gli attacchi alle chiese e ai simboli del cattolicesimo sono all´ordine del giorno e forse padre Ferrao ha pagato le sue frequenti prese di posizione contro il fanatismo. Il mese scorso altre violenze ci sono state a Udaipur nel Rajasthan, dove un sacerdote cattolico è stato pestato, minacciato di morte e cacciato da una folla di integralisti indù, e nel Karnataka dove il carmelitano Sylvester Pereira e tre fedeli sono stati aggrediti mentre erano in un ospedale. Nell´Himachal Pradesh una squadra dell´Rss (la formazione paramilitare di impronta fascista dei nazionalisti indù) ha torturato e rasato a zero due missionari cristiani, poi li ha immersi nel Gange scimmiottando così una loro conversione all´induismo.
«Le attività dei missionari - ha commentato il leader Rss Madan Das Devi - sono in aumento da quando c´è il Congresso al potere». un´accusa che gli integralisti indù ripetono volentieri, alludendo al fatto che il partito del Congresso - dominato da tre generazioni dalla dinastia Nehru-Gandhi - guida il governo federale di New Delhi. L´allusione è al fatto che a presiedere il partito è Sonia Gandhi, italiana e quindi naturalmente additata come una quinta colonna del Vaticano. In effetti, nonostante il virus del nazionalismo e le violenze che dissemina, l´India rimane un esempio unico di pluralismo. Oltre ad avere alla guida del partito di governo una donna di origine straniera e cattolica, ha un primo ministro sikh (Manmohan Singh) e il presidente della Repubblica uscente, Abdul Kalam, è un musulmano. Tra le massime cariche del Paese nessuna è in mano a un rappresentante della maggioranza indù. Perfino tra gli imprenditori simbolo della nuova potenza economica indiana primeggiano dinastie come i Tata e i Birla, della minoranza religiosa parsi (cultori di zoroastro).
L´intolleranza verso i cristiani nutrita di memorie coloniali rimane un fenomeno meno grave rispetto alla vera linea di tensione che attraversa il Paese, tra induisti e musulmani. La fiammata più tragica ebbe luogo nel 2002 nel Gujarat: per reazione all´incendio di un treno dov´erano morti 60 indù che tornavano da un pellegrinaggio religioso, folle di nazionalisti si scatenarono in pogrom di massa uccidendo duemila musulmani. Un anno fa delle bombe di matrice islamica hanno fatto più di duecento morti sui treni per pendolari a Mumbai. In risposta si moltiplicano gli attacchi terroristici contro le moschee, quasi sempre al venerdì nei momenti di massimo affollamento per le preghiere. L´ultima strage (10 morti) è avvenuta il 18 maggio a Hyderabad, detta Cyberabad: neppure i luoghi più avanzati della tecnologia sono al riparo. Ha avuto grande rilievo qui la notizia che uno degli accusati per gli attentati di Londra e Glasgow è un medico indiano di religione islamica, di Bangalore, l´altra città al centro della modernizzazione economica. Il movimento nazionalista indù del resto ha avuto tra i suoi punti di forza l´appoggio finanziario della ricca diaspora indiana all´estero, compresa quella della Silicon Valley californiana. Lo scenario apocalittico degli «indù ridotti in minoranza in casa loro» - un incubo che amalgama le conversioni dei missionari e la forte natalità dei musulmani - ossessiona anche anime molto moderne.
(2 - continua)