Federico Rampini, la Repubblica 7/7/2007, 7 luglio 2007
INCHIESTA SUI CRISTIANI PERSEGUITATI (1)
di FEDERICO RAMPINI. Pechino. Dov´è finito il vescovo Wu Qinjing, 39 anni, scomparso all´improvviso il 18 marzo scorso? vero quel che dicono nella sua diocesi, che da quel giorno è rinchiuso in un campo di rieducazione, sottoposto a sedute di tortura mentale? Pechino manda segnali di cauta disponibilità a papa Benedetto XVI dopo la sua "lettera ai cinesi" e riparte il negoziato per riallacciare i rapporti tra la Repubblica popolare e il Vaticano interrotti da 56 anni.
Ma il governo rifiuta di rispondere ai 60mila cattolici di Zhouzhi, cittadina della provincia di Shaanxi nel cuore della Cina, che disperano per la sorte del loro giovane vescovo. L´ultima volta che ebbero notizie di Wu fu l´8 aprile in una lettera autografa: «Ai miei amati cattolici chiedo che ricordino la costrizione della mia libertà nelle loro preghiere, nel giorno in cui Cristo ha sofferto, è morto ed è risorto nella gloria». Hanno pregato per lui a Pasqua e in tutte le domeniche successive da quattro mesi. Continuano a chiedere la sua liberazione alle autorità di Zhouzhi. Sanno che Wu – colpevole solo di essere legato alla Chiesa di Roma – non sarà rilasciato finché non avrà firmato un´autocritica, autodenunciandosi come un vescovo "illegittimo" e rinunciando per sempre al suo sacerdozio. «Preghiamo Dio perché lo protegga – ha detto uno dei suoi fedeli – perché tenga duro nelle sue convinzioni e non ceda alle pressioni». Possono immaginare che cosa sta soffrendo perché non è la prima volta che viene messo alla prova. L´11 settembre scorso la polizia fece irruzione nella sua cattedrale dell´Immacolato Cuore di Maria. Dopo cinque giorni Wu era in ospedale con un trauma cranico. Il lento disgelo diplomatico con la Santa Sede per ora non garantisce una vita migliore ai cattolici cinesi. Anzi, per le logiche arcane del regime comunista può accadere perfino il contrario. Ne è la prova la provincia dello Hebei, roccaforte della Chiesa con un milione di fedeli, a poca distanza dalla capitale. Quando era imminente la divulgazione urbi et orbi della lettera papale - che il Vaticano aveva rivelato con largo anticipo ai leader di Pechino per sondarli - proprio nello Hebei il nervosismo del potere è salito alle stelle. Il vescovo Jia Zhiguo, 73 anni, è stato arrestato dalla polizia il 5 giugno e detenuto per 17 giorni. Forse per evitare che "fomentasse disordini" in una zona sensibile, dove le autorità locali sembrano ossessionate dalla forza dei cristiani. Monsignor Jia è una vittima prediletta della repressione: nella sua vita ha collezionato nove arresti e un totale di 20 anni fra carceri, laogai (campi di lavori forzati), "scuole di rieducazione". In uno dei periodici giri di vite, nel novembre 2005 ci fu una retata: 18 preti arrestati in varie località dello Hebei, incluso il rettore del seminario di Zhaoxian che è stato sequestrato dai poliziotti e sottoposto a un "corso sulla politica religiosa del partito". Sempre nello Hebei, proprio pochi giorni fa e quando l´apertura del papa era già nota ai vertici del regime, è scattata la distruzione del più popolare santuario: la Madonna del Carmine di Tianjiajing edificata nel 1903, un luogo sacro dove ogni anno il 16 luglio affluiscono 40.000 pellegrini. Il santuario sarà fatto saltare con la dinamite, le ruspe demoliranno le 14 stazioni della Via Crucis lungo la strada di accesso. Per evitare manifestazioni di protesta il governo provinciale ha chiamato l´esercito, organizzando manovre militari attorno alla Madonna del Carmine. «Quello che hanno fatto è stupefacente - ha dichiarato un fedele all´agenzia AsiaNews del Pontificio istituto per le missioni all´estero - i quadri comunisti locali non conoscono nemmeno le leggi sulla politica religiosa del governo centrale, e creano pericolose tensioni». Nello Hebei come a Roma alcuni sono persuasi, altri vogliono sperare, che le vessazioni della nomenklatura comunista locale non hanno necessariamente l´imprimatur dei vertici di Pechino.
Non c´è solo lo Hebei tra le provincie pericolose dove gli abusi contro i cattolici sono all´ordine del giorno. Nel Guangdong, la zona più ricca del paese con metropoli cosmopolite come Canton e Shenzhen, alla fine dell´anno scorso due sacerdoti colpevoli di essere stati in Europa furono arrestati al rientro in patria. Nella loro stessa diocesi (Wenzhou) il vescovo Lin Xili, anziano e malato, è confinato dentro la cattedrale da otto anni, di fatto agli arresti domiciliari. Quando Romano Prodi nel settembre 2006 venne in visita ufficiale a Tianjin, grande città portuale a un´ora e mezza di treno da Pechino, le autorità lo portarono nello storico quartiere italiano sorto agli inizi del Novecento, ma gli nascosero che proprio lì era avvenuta poco tempo prima un´aggressione contro i credenti che si opponevano allo sfratto della loro diocesi.
Certo la condizione dei cattolici - come quella dei protestanti, dei buddisti o dei musulmani - è migliorata molto rispetto agli anni più duri dell´ateismo di Stato imposto da Mao Zedong con persecuzioni di massa. Nella Cina maoista dal 1949 al 1976 il numero dei cattolici rimase pressoché fermo a tre milioni, per molti vivere sotto il comunismo fu un calvario, chi poteva fuggì a Hong Kong o in Occidente. Dagli anni Ottanta a oggi una graduale liberalizzazione della pratica religiosa ha coinciso con un´esplosione della fede: oggi si stima che vi siano dai 12 ai 15 milioni di cattolici (in parallelo sono tornati a riempirsi i templi buddisti e le moschee nelle regioni islamiche come lo Xinjiang). Le statistiche ufficiali del Congresso del Popolo riconoscono "oltre centomila conversioni al cattolicesimo ogni anno". Ma non tutti i credenti hanno diritto allo stesso trattamento. Dopo la rottura delle relazioni col Vaticano nel 1951 il regime ha creato la sua Chiesa, cosiddetta ufficiale o patriottica, i cui vescovi e sacerdoti prestano giuramento di fedeltà alla Repubblica popolare e vengono nominati dal governo. I fedeli di questa Chiesa, cinque milioni, hanno vita più facile. Gli altri, stimati fra gli otto e i 12 milioni, continuano a riconoscere nel papa l´autorità religiosa e affollano le messe celebrate dai sacerdoti ordinati dal Vaticano: è la Chiesa della penombra, clandestina e illegale, contro cui tuttora la repressione può accanirsi a piacimento.
Questo "scisma" non è solo figlio della rivoluzione comunista. Per capire le profonde incomprensioni tra Roma e Pechino bisogna risalire ad antecedenti ben più antichi. Il gesuita maceratese Matteo Ricci, il più importante missionario nella Cina del XVI secolo, cercò di fondere i Vangeli col confucianesimo e adattò ai costumi locali anche i riti e le liturgie. Venne ripudiato da papa Clemente XI e nel 1715 i "riti cinesi" furono sconfessati provocando l´indignazione della dinastia Qing che espulse i missionari. L´evangelizzazione fece il suo ritorno nell´Ottocento grazie alla politica delle cannoniere e alla Guerra dell´Oppio (1842) con cui le potenze imperialiste occidentali conquistarono l´accesso ai mercati cinesi. In episodi cruciali della storia moderna, dalla rivolta dei Boxer del 1900 alla guerra civile tra i nazionalfascisti di Chiang Kai-shek e i comunisti, la Chiesa si schierò dalla parte degli oppressori e degli interessi economici più forti. A riprova che il controllo del Vaticano sulle missioni aveva un´impronta coloniale, ancora nel 1949 la stragrande maggioranza dei vescovi in Cina erano bianchi. Le ferite di quel passato sono servite al partito comunista per legittimare la fondazione di una Chiesa patriottica, tutta cinese e non comandata dall´estero. Poi, mentre il maoismo sprofondava nell´arbitrio e inseguiva la creazione dell´"uomo nuovo" anche i cattolici filogovernativi finirono vittima delle epurazioni e delle campagne di terrore. Ma degli errori storici della Chiesa era consapevole Giovanni Paolo II che nel 2001 chiese solennemente perdono alla Cina "per i peccati commessi da alcuni missionari cattolici" durante il periodo coloniale. Papa Wojtyla, forte della sua esperienza nella Polonia comunista, sapeva anche che non tutti i vescovi e sacerdoti della Chiesa patriottica (tantomeno i fedeli) erano per forza traditori collaborazionisti. Esemplare è la parabola di Jin Luxian, il 91enne vescovo della Chiesa patriottica di Shanghai, che Mao condannò a trent´anni di lager. «Sono entrato in carcere giovane e ne sono uscito vecchio», racconta Jin. Quando tornò libero nel 1982 e scelse di entrare nella Chiesa governativa, ricorda il vescovo, «alcuni mi trattarono come un Giuda». I confini tra le due Chiese invece non sono così netti. Alcuni sacerdoti hanno giurato fedeltà allo Stato perché gli sembrava l´unico modo per continuare a garantire una presenza e una voce ai loro fedeli. Non mancano zone di solidarietà discreta, "clandestini" ospitati e aiutati dai "governativi". Da anni io vedo le chiese ufficiali di Pechino e Shanghai stracolme ogni domenica, vibranti di una religiosità appassionata: nessuno può definire quei fedeli dei cattolici di serie B solo perché non scelgono la guerra col regime. Oggi papa Benedetto XVI propone la riconciliazione e la fusione tra le due Chiese cinesi, è pronto ad accettare i vescovi che furono nominati dal governo. Ha detto perfino in modo chiaro che la Chiesa non farà mai nulla contro lo Stato, un messaggio per rassicurare il partito cinese che non ha mai digerito l´alleanza fra cattolicesimo e Solidarnosc per far cadere il comunismo polacco.
Il papa può avere la tentazione di sfruttare in fretta un finestra di opportunità irripetibile. Al regime cinese fa gola incassare prima delle Olimpiadi del 2008 un riconoscimento che sarebbe un trionfo internazionale; il Vaticano è l´ultima potenza universale che ha ancora le relazioni diplomatiche con Taiwan. Fin dove è disposto ad arrivare Benedetto XVI nelle sue concessioni? Per concludere la riappacificazione con Pechino c´è il rischio che la Chiesa debba abdicare alla difesa dei diritti umani. Com´è chiaro nel trattamento che riserva al Dalai Lama, il regime non ammette autorità spirituali esterne su cui non esercita il controllo. Un vescovo dei cattolici clandestini, Wei Jingyi della provincia di Heilongjiang, traccia un confine da non superare: «L´unificazione tra le due Chiese è il nostro fine ultimo ma dovremo raggiungerlo quando la Cina avrà una vera libertà religiosa». Ma avere dei preti che dal pulpito parlino di pena di morte, di tortura e di libertà di espressione, non è un rischio che la nomenklatura è disposta a correre. Domenica scorsa durante le cerimonie per il decennale del ritorno di Hong Kong alla Cina, il cardinale dell´ex colonia britannica, Zen Ze-kiun, è sceso in piazza nella contro-manifestazione per la democrazia. Pechino lo ha subito accusato di «fomentare l´instabilità». Hong Kong ha conservato uno Stato di diritto, altrimenti il cardinale oggi non sarebbe a piede libero. Se per ristabilire le relazioni diplomatiche si deve mettere la museruola ai credenti della tempra di Zen, sarà un prezzo alto da pagare.