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 2007  luglio 09 Lunedì calendario

L’Italia è l’unico Paese occidentale ad avere due partiti comunisti al governo. Secondo lei la differenza tra i due schieramenti è una questione di ideologia oppure solo di poltrone? Gianfranco Francese vfrancese@ alice

L’Italia è l’unico Paese occidentale ad avere due partiti comunisti al governo. Secondo lei la differenza tra i due schieramenti è una questione di ideologia oppure solo di poltrone? Gianfranco Francese vfrancese@ alice.it Caro Francese, finché il maggior esponente del Partito dei comunisti italiani fu Armando Cossutta, la distinzione fra i due comunismi mi era abbastanza chiara. Cossutta apparteneva alla scuola del Pcus (il partito comunista dell’Unione Sovietica) e del Pci: una combinazione di rigore ideologico, disciplina, realismo politico, pragmatismo. Fausto Bertinotti, invece, apparteneva a una tradizione socialista impregnata di attese massimaliste e velleità rivoluzionarie. Nell’albero genealogico di Cossutta vi erano Lenin e Togliatti, mentre in quello di Bertinotti vi erano i socialisti rivoluzionari (gli «esseri») che Lenin aveva eliminato dalla scena politica russa nell’estate del 1918. Quando un gruppo di Rifondazione comunista lasciò il partito l’11 ottobre 1998 per costituire il Pdci, vi furono certamente all’origine della scissione la crisi del governo Prodi (colpito nei giorni precedenti da un voto di sfiducia) e le divergenze sulla strategia da adottare nella fase successiva. Ma è probabile che le diverse ascendenze ideologiche di Cossutta e Bertinotti abbiano avuto nella vicenda una parte importante. Oggi, tuttavia, le divergenze fra i due partiti mi appaiono meno evidenti. Non è escluso, del resto, che a sinistra del Partito democratico si costituisca nei prossimi mesi quella che è stata definita ironicamente una «Cosa rossa», composta dal Pdci, Rifondazione Comunista, il gruppo di Fabio Mussi, uscito recentemente dai Ds, e altre schegge del vecchio massimalismo italiano. Scomposizioni e ricomposizioni appartengono sin dagli inizi del secolo alla storia della nostra sinistra. Dopo lo scoppio della guerra di Libia, nell’ottobre del 1911, la destra riformista del Psi, guidata da Ivanoe Bonomi e Leonida Bissolati, si staccò dalla sinistra di Turati e Modigliani per costituire il Partito socialista riformista. Al congresso di Livorno del luglio 1921 il gruppo «bolscevico» di Gramsci, Tasca, Terracini e Togliatti uscì dal Psi e costituì il Partito comunista d’Italia. Nel 1947, in occasione del Congresso del partito socialista, guidato allora da Pietro Nenni, Giuseppe Saragat lasciò la casa madre per costituire il Partito socialista dei lavoratori italiani. Più tardi, quando i socialisti di Nenni e quelli di Saragat si ritrovarono insieme nel primo governo di centrosinistra, presieduto da Aldo Moro, l’ala massimalista lasciò il Psi e costituì il Partito socialista di unità proletaria. Vi furono dunque in Italia, per alcuni anni, tre partiti socialisti. E quando nel novembre 1966, il partito di Nenni e quello di Saragat decisero di creare insieme il Psu (Partito socialista unificato), l’unione durò sino al luglio 1969. Negli anni della Guerra fredda e dell’obbedienza moscovita il Pci conservò la propria unità. Ma anche per i comunisti italiani cominciò, dopo la caduta del muro, la fase tormentata delle correnti e delle scissioni. Lei si chiede, caro Francese, se il vizio delle scissioni (a cui non sfuggono, del resto, altre famiglie politiche italiane) sia «questione di ideologia o di poltrone ». Le «poltrone» hanno sempre avuto in queste faccende una parte determinante. Non sottovaluti, tuttavia, l’influenza della legge elettorale e di certe norme votate dal Parlamento. In un articolo apparso nel Sole 24 Ore del 19 giugno, Roberto D’Alimonte confronta il bipolarismo francese con quello italiano e giunge a conclusioni molto interessanti. Anche in Francia esistono numerose formazioni politiche rappresentate in Parlamento, ma la legge elettorale premia i partiti maggiori e non li spinge, come in Italia, a costituire coalizioni eterogenee e variopinte come quelle da cui siamo stati governati negli ultimi anni. Ai danni provocati da una pessima legge elettorale, aggiunga che i regolamenti delle Camere favoriscono la formazione dei gruppi parlamentari (in Francia tre o quattro, da noi quattordici), che la legge sul rimborso delle spese elettorali incoraggia i piccoli partiti a tentare la sorte, che quella sui sussidi alla stampa di partito contribuisce alla proliferazione delle sigle. Là dove un piccolo partito può godere di garanzie finanziarie e per di più tenere in ostaggio il governo che dipende dai suoi voti, il divorzio diventa una scelta facile, se non addirittura conveniente.