Cecilia Zecchinelli, Corriere della Sera 9/7/2007, 9 luglio 2007
Ci sono i nemici esterni: il Grande Satana, ovvero gli Stati Uniti, e chi con loro vuole imporre ulteriori sanzioni per fermare la «legittima corsa al nucleare»
Ci sono i nemici esterni: il Grande Satana, ovvero gli Stati Uniti, e chi con loro vuole imporre ulteriori sanzioni per fermare la «legittima corsa al nucleare». E ci sono i nemici interni: «quelli che mirano a rovesciare il sistema e mandano dalla stampa segnali di un colpo di Stato strisciante». Accusa lanciata in questi giorni da Mohammad Saffar-Harandi, ministro del potentissimo «Ershad », (orientamento), che controlla cultura e media nella Repubblica islamica d’Iran. « una propaganda oscura e non igienica, i complotti quotidiani contro il governo sono entrati nella nuova fase dell’umiliazione, dell’insulto e della ridicolizzazione del presidente», ha aggiunto il ministro, molto vicino appunto a Mahmoud Ahmadinejad. Saffar-Harandi e il suo leader non si limitano alle parole. Ormai, in Iran, è iniziata una nuova, pesante ondata repressiva delle libertà: donne, sindacalisti, intellettuali, studenti sono nel mirino almeno da marzo. Nell’ultima settimana, poi, è (ri)toccato alla stampa. Tra le pubblicazioni cadute sotto la scure dell’Ershad c’è Ham Mihan (Compatriota), quotidiano vicino all’ex presidente pragmatico-riformista Hashemi Rafsanjani, rinato in maggio (era chiuso nel 2000), ora «sospeso». Vietato Mosharekat (Partecipazione), organo del principale partito riformista. Idem il settimanale Nedaye Kordistan (Voce del Kurdistan) e l’«agenzia dei lavoratori» Ilna. Pressioni durissime, si legge nei blog dei dissidenti, sono state esercitate su altri giornali, come il riformista Etemad Melli (Fiducia nazionale). Sopravvive (per ora) il famoso quotidiano Sharq (Oriente), tornato nelle edicole in maggio dopo otto mesi di bando per una vignetta su Ahmadinejad ma ritenuto da molti a rischio: ha pubblicato con risalto l’ammissione del presidente di ricavare molte «informazioni economiche » dal macellaio, mentre gli esperti e le piazze lo accusano di una disastrosa politica economica e di un’inflazione stellare. «La situazione è molto peggiorata - dice al Corriere Mashallah Shamsolvaesin, ex direttore di quotidiani, ex editore, ex commentatore più volte incarcerato, oggi capo dell’Associazione dei giornalisti iraniani – All’Ershad giacciono tremila richieste di apertura di giornali e riviste ma tutto è bloccato, anzi ne chiudono. Abbiamo quasi 3mila disoccupati perché qui non ci sono molte scelte se sei giornalista: o cambi mestiere, o emigri e magari collabori con media stranieri in farsi, o accetti l’autocensura e lavori». Quarta possibilità: finisci in carcere, da poco sono ripresi gli arresti di giornalisti. «L’Iran continua ad essere la più grande prigione del Medio Oriente per la stampa», ha dichiarato Reporter senza frontiere. Per loro come per gli altri riformisti l’accusa (quando c’è) è la stessa: complicità con i nemici esterni, complotto per rovesciare il sistema. Come ha spiegato, chiaro e forte, il capo dell’Ershad. Mahmoud Ahmadinejad, 50 anni dal 2005 presidente della Repubblica islamica d’Iran