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 2007  luglio 09 Lunedì calendario

DAL NOSTRO INVIATO

SAWIRI (confine Libano-Siria) –
Nidal, quanto ci vuole a portare un jihadista in Libano? «Da quando hanno cominciato a combattere in casa nostra, non ne portiamo più». Ma quanto ci voleva prima? «Poco. Due ore. Perché non controllava nessuno. Con la rivolta nel campo di Tripoli, ci sono più controlli. facile portare la gente in Siria, ma è più difficile farla entrare in Libano. La montagna piange, abbiamo perso un sacco di soldi». Quindi è aumentato il prezzo? «Certo». Però tu... «Non lo facciamo più.
Una volta, hanno arrestato me e mio cognato e ci hanno detto che c’erano due terroristi, fra quelli che stavamo portando dentro. Non lo sapevamo, non chiediamo i documenti.
Ma abbiamo deciso di smettere. Portiamo in Libano solo i clandestini che conosciamo: filippini, cingalesi, chi ha parenti da raggiungere. Gli sconosciuti, basta. Questi vengono ad ammazzare anche i libanesi». All’Onu chiedono i controlli col satellite... Un ghigno: «In questo Paese viviamo tutti di contrabbando. Mio nonno mi portava sulle montagne quando avevo sette anni. Da venti, non so fare altro. Conosco i sassi di tutta la frontiera. Basta che il satellite si distragga un attimo, e passo».
Ogni volta che alle Nazioni Unite si riunisce il Consiglio di sicurezza e si parla del confine tra Siria e Libano, nel villaggio libanese di Sawiri ci sono settemila osservatori non accreditati che nessuno si sogna di consultare, anche se avrebbero qualcosa da dire: vivono a meno d’un chilometro dalla linea, quota milletré, e da una vita trafficano tutto il trafficabile, sigarette e benzina, armi e clandestini. Terroristi, anche: secondo il governo di Beirut, passano di qui i jihadisti che vanno a combattere in Iraq e da qui entrano i sauditi, i ceceni, i magrebini qaedisti che incendiano i campi palestinesi, attaccano i caschi blu, preparano il terrore in Libano. C’è un progetto sempre fermo, rispolverato dopo la strage degli spagnoli: dislocare su questa linea altri quindicimila uomini dei contingenti internazionali... Seduto sul dondolo nel retro della sua villetta, Nidal offre pesche del suo frutteto e sposta la gamba ferita (lui dice per un incidente d’auto, in paese raccontano per uno sparo): «A Sawiri hanno già portato una brigata dell’esercito libanese. Tremila soldati solo per noi. Per controllare una frontiera come questa, ne servono centomila. E poi non dipende solo dai contrabbandieri. Sono i siriani ad accompagnare fin qui gli iracheni e gli altri terroristi. Dicono: questo è il Libano, scendete giù dalle montagne e andate a combattere».
Scavallare, fino a qualche settimana fa era un gioco da ragazzi. E infatti è stata arrestata una banda di 65 piccoli sciuscià siriani che andavano a lustrare scarpe ai ricconi di Beirut e intanto nascondevano in tasca un po’ di droga. Oggi il gioco s’è fatto adulto, ma pur sempre di gioco si tratta: il peggior vicino possibile va e viene (quasi) indisturbato su un confine di 250 chilometri. Non c’è filo spinato o un cartello, a dire che lì finiscono due Stati. Colline e pietre, la macchina che fa squatting fra serre e vigne: credi d’essere in Libano, e sei già in Siria; credi d’essere in Siria, e sei ancora in Libano. La rest house Al-Hidary, marmi e colonne doriche e un’insegna al neon appena entrati in terra siriana, è uno dei ritrovi di chi traffica. Chierici sciiti su Mercedes nere, omoni baffuti con la fibbiona D&G. Basta chiedere ed ecco come si va in Libano senza documenti: si percorre il sentiero di Yantar, si costeggia una cava e una montagna che chiamano Fortezza di Idris, si passa per agglomerati di case e di bambini con la bici dove sventola la bandiera gialla hezbollah e finalmente si vede la Bekaa e laggiù, se fa bello, perfino Zahlé. Un doganiere un po’ curioso? Venti dollari risolvono. Hai anche tre container di Marlboro? Gli lasci sequestrare cinquanta stecche. E se porti pure lana o tessuti, la tangente è di 30 euro al quintale. Se poi è inverno e ci sono tre metri di neve, anche una bottiglia di harak aiuta.
Mille facce, mille monete. «Un tempo vivevamo sui libanesi che venivano qui a comprare – racconta Ramzi Haidari, 35 anni, siriano che ha un supermarket ”. Loro chiamano la Siria "la madre di tutti i poveri", perché qui con due dollari fai mangiare la famiglia. Benzina, carne, ristoranti, tutto costa meno. Adesso questa zona è morta. I libanesi non vengono più. Passano solo i camionisti che dormono anche due giorni sul sedile, in coda e sotto il sole, ma non comprano. Fanno soldi solo i contrabbandieri ». In questi mesi è passato di qui anche un milione di siriani: gente che lavorava in Libano e se n’è dovuta tornare a casa, a nord. Damasco sta richiamando tutti, anche i suoi studenti con borse di studio a Beirut, e forse prepara una nuova chiusura dei valichi. Nidal e i suoi compaesani di Sawir l’aspettano come la manna: più divieti, più soldi.
Finché c’è guerra c’è speranza. Dodici chilometri in là, a Kussaya, dentro una montagna e proprio sul confine, s’è installato il più grande (e forse più pericoloso) campo d’addestramento per terroristi. Lo gestisce il Fronte popolare di liberazione palestinese, Fplp, che manda uomini a sostenere i jihadisti di Nahr el-Bared. Non si può avvicinare nessuno: un agronomo che l’ha fatto per sbaglio è stato mitragliato a morte. L’ultimo check-point dell’esercito libanese è uno sputo nel deserto, due container e qualche soldatino, un colonnello che si presenta ricco d’entusiasmo e scarso di realismo: «Il morale è alto, siamo decisi a estendere la nostra autorità su tutta l’area». Benissimo: e quelli dell’Fplp sono d’accordo? «Loro stanno là, noi stiamo qui. Ci teniamo d’occhio a distanza». La montagna piange, dice Nidal. Ogni tanto però se la ride.