Giornali Vari, 2 luglio 2007
Anno IV - Centosettantacinquesima settimanaDal 25 giugno al 2 luglio 2007Veltroni 1. Mercoledì 27 giugno, nella Sala Gialla del Lingotto (la folla era tale che è stata preparata una seconda sala con maxi-schermo capace di ospitare altre duemila persone), Veltroni ha parlato e ha detto quanto segue
Anno IV - Centosettantacinquesima settimana
Dal 25 giugno al 2 luglio 2007
Veltroni 1. Mercoledì 27 giugno, nella Sala Gialla del Lingotto (la folla era tale che è stata preparata una seconda sala con maxi-schermo capace di ospitare altre duemila persone), Veltroni ha parlato e ha detto quanto segue.
Il Partito democratico deve ispirarsi a: libertà, unità, giustizia sociale, pari opportunità di partenza per tutti, apertura alle donne, forte memoria dell’origine antifascista della Repubblica, niente ideologismi, niente derive moderate o estremiste, largo ai giovani e lotta alla precarietà («la vita non è un part-time»). I punti programmatici della piattaforma veltroniana sono quattro: Ambiente, Patto generazionale, Formazione, Sicurezza. Ambiente: accettazione totale del protocollo di Kyoto e delle ultime delibere anti-inquinamento della Ue. Patto generazionale: non lasciare ai nostri figli il debito pubblico di adesso, allentare la pressione fiscale mentre si combatte l’evasione, arrivare a un risultato tangibile in tre anni. Formazione: rilanciare la scuola, l’ignoranza è l’anticamera della povertà (citando il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi). Sicurezza: giustizia rigorosa e severa, aumentare magari i diritti degli immigrati, ma non concedere nulla alla malavita («la microcriminalità non esiste, esiste la criminalità»). In chiusura, rapidi excursus sui temi rimasti ancora fuori: riforma elettorale, riforma istituzionale, i Dico («i laici rispettino i cattolici, i cattolici si rassegnino all’idea che lo Stato laico possa far leggi in favore di chi si ama»). Chiusura emozionale con una quindicenne romana scomparsa, di nome Giulia, e con le sue parole di solidarietà verso i poveri di tutto il mondo. Il discorso è cominciato con lo slogan: «Fare un’Italia nuova». Sono stati citati, nell’ordine e quasi sempre con la pausa necessaria a permettere alla folla di applaudire: De Gasperi, Prodi, Fassino, Rutelli, Ciampi, Michele Salvati e Pietro Scoppola, Olof Palme, di nuovo Prodi, Vittorio Foa, Massimo D’Antona e Marco Biagi, Gustavo Zagrebelsky, Renzo Piano, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino (a cui ha fatto un gran sorriso e stretto la mano), di nuovo Fassino e Rutelli, Dario Franceschini, che gli farà da vice. Mario Draghi, tre volte. Niente Kennedy, niente Luther King, l’Africa solo il minimo indispensabile, nessun maestro del cinema.
Veltroni 2. Molti consensi, molti dei quali entusiastici. Qualche critica, qualcuna assai significativa. Piero Ostellino, sul Corriere della Sera, ha definito Veltroni un cioccolatino. Giampaolo Pansa, sull’Espresso, durissimo: un perdente di successo, ricordando i risultati catastrofici conseguiti come segretario dei Ds e la sua fuga a Roma - a fare il sindaco - alla vigilia della sconfitta elettorale del 2001. D’altra parte, proprio quella fuga - si potrebbe obiettare - ha preservato Veltroni dal logoramento a cui sono stati sottoposti i suoi compagni di partito. Politicamente, spirano due venti di fronda dall’interno della coalizione di centro-sinistra. Uno proviene dall’ala radicale di sinistra, a cui Veltroni ha concesso la lotta alla precarietà, ma senza dire una parola sulle pensioni e lo scalone e anzi affermando che la Tav va fatta, i poteri del premier rafforzati, il numero dei partiti ridotto, il debito pubblico diminuito. L’altro vento di fronda è quello dei prodiani. Qui l’argomento è questo: non è possibile, il prossimo 14 ottobre, eleggere Veltroni segretario del Partito democratico senza che ci sia nessun altro concorrente a quella carica. Cioè, non è possibile un’investitura plebiscitaria, che è invece quella che Veltroni vuole. Gli osservatori prevedono che lo scontro fra veltroniani e prodiani sia abbastanza prossimo e che il governo rischi di essere messo in crisi proprio dal consenso esagerato intorno all’uomo nuovo della sinistra.
Pensioni Intanto, il governo è messo in difficoltà dalla trattativa sulle pensioni. Che si svolge ormai su due tavoli: da un lato la discussione ha come controparte i sindacati Cgil Cisl Uil. Dall’altro i radicali di sinistra, cioè Rifondazione, Verdi, Pdci. Il bello è che Rifondazione & soci chiedono in definitiva le stesse cose di Cgil & soci, ma facendosi la concorrenza: ci tengono tutti e due a risultare, nel caso, i veri vincitori. Questa gara a sinistra ha finora fruttato l’aumento delle pensioni minime (300 euro di una tantum il prossimo ottobre e aumenti in busta di una cinquantina di euro a partire dal 1° gennaio per i tre milioni di pensionati che percepiscono un assegno tra i 500 e i 700 euro). Ma non ha portato a casa niente sul cosiddetto "scalone", cioè il dirtto di andare in pensione non più a 57 anni (come ora) ma a 60 previsto dalla legge Maroni in vigore. La sinistra radicale vorrebbe che lo scalone fosse abolito, i sindacati sarebbero forse favorevoli all’introduzione di "scalini" (arrivare a 60 anni nel 2010 o 2012 più gradualmente). Padoa-Schioppa ha sempre detto che non ci sono i soldi e venerdì scorso se n’è uscito all’improvviso con una dichiarazione negativa molto forte anche D’Alema: i soldi per abolire lo scalone non ci sono e anche se ci fossero non andrebbero usati in questo modo.
Londra Mercoledì 27 giugno, Tony Blair ha lasciato Downing Street ed è stato sostituito da Gordon Brown. Si chiude così un’era di dieci anni, che ha molto contribuito a cambiare il mondo. Blair ha dovuto rassegnarsi a uscire di scena per le pressioni dei suoi compagni di partito laburisti. La partecipazione alla guerra irachena e un atteggiamento troppo remissivo nei confronti della Casa Bianca lo avevano trasformato agli occhi dell’opinione pubblica in un "cagnolino di Bush": la sconfitta alle prossime elezioni era garantita. Brown, cancelliere dello scacchiere (cioè ministro delle Finanze), non rivoluzionerà la politica inglese. Cioè: la Gran Bretagna non rinuncerà alla sterlina per l’euro, resterà filo-americana e non ritirerà (per ora) i soldati dall’Iraq. Appena insediato, Brown ha dovuto affrontare il suo primo problema, cioè l’attacco (fallito) dei terroristi islamici.
Terrosimo Due mercedes zeppe di bombole, taniche di benzina, centinaia di chiodi e un telefonino acceso posato su un sedile sono state trovate a Londra in due punti molto affollati: qualcuno le avrebbe fatte saltare per aria adoperando il cellulare come detonatore, i morti sarebbero stati decine se non centinaia. Una era stata infatti parcheggiata davanti al Tiger Tiger, night club di Haymarket (accanto a Piccadilly) dove si stava svolgendo una festa "ladies night" con 1700 persone. Il poliziotto che l’ha trovata ha avuto il sangue freddo di aprire la portiera e spegnere il cellulare pochi istanti prima dello scoppio. L’altra stava non lontano da Haymarket, in un parcheggio di Park Lane di fronte a Hyde Park. La polizia ha fatto saltar per aria, prima che accadesse l’irreparabile, una terza auto a Glasgow. Finora sono state arrestate cinque persone, identificate facilmente attraverso la quantità di impronte che la polizia ha trovato sulle macchine. Gli investigatori sostengono che l’artificiere dei due attentati è un membro di al Qaeda. Nell’ultimo anno i servizi segreti britannici hanno sventato 33 complotti e schedato 1600 terroristi suddivisi in 200 cellule. Si teme per il 7 luglio, anniversario delle bombe del 2005 e partenza del Tour de France da Londra con un milione di spettatori schierati lungo Hyde Park, Park Lane, Piccadilly, Whitehall. L’apprensione è accresciuta dal fatto che Gordon Brown ha appena preso il posto di Tony Blayr a Downing Street (vedi sopra) e si teme che i terroristi vogliano a tutti i costi salutare con i loro sistemi il nuovo primo ministro.