Simonetta Fiori, la Repubblica 8/7/2007, 8 luglio 2007
BRANCATI E LA CENSURA DI SIMONETTA FIORI
Non ci si poteva riferire al Pontefice né parlare di omosessualità, tanto meno se di specie femminile. Ma neanche i cedimenti carnali o i palpeggi rigorosamente «etero» erano ammessi in quell´Italia pudibonda dei primi anni Cinquanta, che vietava con disinvoltura Machiavelli e Brecht e non esitò a bocciare La governante di Brancati, perché «scabrosa» e «contraria alla morale». Un paese lunarmente distante dall´attuale, ancora contadino e ammaccato dalla guerra, ma neppure così diverso nella pruderie sessuale e nel diffuso ossequio alle gerarchie sante. «Un´aria di sacrestia invade il paese», denunciò ferito lo scrittore. «Dopo il nero fascista il nero prete», ripete oggi la moglie Anna Proclemer, mentre insieme alla figlia Antonia sfoglia per la prima volta le carte dei censori, ora affiorate dall´Archivio Centrale dello Stato grazie alla tesi di laurea di Barbara Rossi. Dopo oltre mezzo secolo, le eredi Brancati possono finalmente leggere il copione teatrale con i tagli proposti dall´allora Ufficio Censura, mesta prosecuzione in democrazia della burocrazia fascista, oltre ai documenti ufficiali e ufficiosi con cui tra il dicembre del 1951 e il marzo del 1952 fu negato il nullaosta al capolavoro teatrale dedicato da Vitaliano alla sua Annina. «Sì, fu una dichiarazione d´amore», dice la Proclemer. «Brancati aveva sempre nutrito sentimenti ambivalenti nei confronti del mio lavoro d´attrice, che per lui significava lontananza e abbandono. Per me volle il personaggio di Caterina, che non riuscì a vedere in scena. La governante poté essere rappresentata solo nel 1965, undici anni dopo la sua morte».
Prima di entrare nelle ovattate stanze di via Veneto dove, in quel dicembre del 1951, operavano solerti i funzionari della Commissione consultiva per la Censura teatrale, occorrerà rievocare la «licenziosa» storia narrata da Brancati, incentrata più sulla calunnia che sull´amore tra due donne. A reggere la scena è infatti l´accusa di lesbismo rivolta da una governante giovane e charmeuse, Caterina, a una selvatica cameriera siciliana, Jana, entrambe al servizio del vecchio Leopoldo Platania. Indignazione e scandalo provocano la cacciata della «innocente» Jana, mentre poi si scopre che l´omosessualità è «stortura» della sola Caterina, la quale sconterà nel suicidio la propria «terribile colpa».
«Se c´è un difetto della commedia è proprio nel suo moralismo», commenta oggi la Proclemer, che confessa essere stata lei l´ispiratrice della storia. «Nel 1948 avevo scritto a mio marito dell´inquietante colloquio avuto con la governante di nostra figlia, una puericultrice riservata e casta, quasi una monaca. Fu questa austera signorina ad accusare una mia antica domestica di essere un po´ «storta», insomma viziosa. Nella commedia c´è una scena che ricalca quasi parola per parola il dialogo della mia lettera. Nella realtà l´episodio non ebbe seguito. Nella fantasia di Brancati invece rimase per tre anni in incubazione, mescolandosi ad altri umori e a temi a lui cari». Nell´opera finita, di «contrario alla morale» non c´è nulla, come notava Brancati stupefatto dalla censura: «La morale che vige nella commedia è quella provinciale del vecchio Leopoldo. E la peccatrice finisce con l´uccidersi. Qual è il principio sovvertitore che viene enunciato nella commedia?».
Per dare una risposta alle legittime inquietudini dello scrittore occorrerà ritornare in quell´elegante palazzo di via Veneto, che ospita nel dicembre del 1951 «i più perfetti mandatari dell´odio per la cultura» (copyright Brancati). Intorno a un tavolo - sotto la presidenza di Nicola De Pirro, direttore generale dello Spettacolo - siedono i membri della Commissione Censura: Zuccaro dalla Pubblica Istruzione, Gerlini dagli Interni, De Leone dal Lavoro. Alla riunione non partecipa Libero Bigiaretti, probabilmente il solo che ne capisca. Il parere negativo sulla commedia, «tutta impostata sull´equivoco personaggio di un´anormale», raccoglie quasi l´unanimità. Una donna «storta» non ha diritto di esistere sui palcoscenici nazionali. Bocciata.
L´autorità ministeriale che deve ratificare il divieto è un democristiano poco più che trentenne: Giulio Andreotti. «Nel suo volto c´è come una implorazione d´indulgenza, ma può essere anche un modo troppo disinvolto di chiedere scusa per quello che penserà e dirà», lo ritrae Brancati con accenti profetici. Ricopre la carica di Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Direzione generale dello Spettacolo: il numero uno, in sostanza, della censura. Trattandosi di Andreotti, annusa da lontano l´odore della miccia nascosta nel copione di uno dei maggiori scrittori italiani. Per mettersi al riparo, chiede un parere a Giuseppe Sala, direttore del Centro Sperimentale di Cinematografia. Arte o non arte? Scomodando un po´ a sproposito Aristotele, l´erudito Sala sembra non avere dubbi: «La scabrosità del tema non è redenta da catarsi artistica» e in fondo l´opera, omologandosi «al consueto genere delle commedie infarcite di anomalie sessuali», ispira «compassione e ammirazione per tutte le lesbiche ». Si vieti, per carità.
Il 26 gennaio del 1952 Andreotti dà disposizione di comunicare a Brancati che il visto è stato negato. « stata proibita La governante!», griderà Brancati alla sua bambina Antonia, la quale ancora oggi sorride: «Gli risposi "ma che dici papà?" pensando alla mia tata». Lo scrittore non si dà per vinto. Già colpito negli anni Trenta dalla censura fascista, s´infuria davanti alla nuova «dittatura clericale». Annuncia di voler scrivere per il Mondo un pamphlet di denuncia contro quel «partito di erotomani» che è lo scudocrociato. Lo viene a sapere anche De Pirro, il presidente della Commissione Censura, che nel marzo del 1952 avverte Andreotti suggerendo una strada più morbida, «numerosi tagli che alleggeriscano situazioni troppo evidenti e particolari crudezze»: così la commedia potrebbe essere autorizzata. «Mi pare proprio una materia indigeribile...», replica Andreotti. Neppure con i tagli - sui turbamenti della carne, sui riferimenti innocenti al Papa, sugli sguardi sospetti di erotismo omosessuale - La governante può essere ospitata sui palcoscenici.
Esplode il caso. Brancati reagisce al divieto con un saggio che diventerà proverbiale: Ritorno alla censura. Può essere rivelatore che né il prudente Valentino Bompiani né l´impegnato Giulio Einaudi accettano di pubblicare il testo. Si fa avanti il giovane Vito Laterza, che ospita il saggio insieme a La governante nei "Libri del Tempo". In una lettera a Brancati, Visconti confessa di non essere sorpreso: lui, quell´Italia medioevale, la conosce bene. Ma l´ambiente teatrale non è fatto di leoni: alla lettura del copione, un mugugno increspa le labbra di Orazio Costa, un mito per la scena italiana. Nel 1954 Brancati muore senza aver mai visto i suoi personaggi in scena.
Due anni più tardi, nell´ottobre del 1956, ci riproveranno la Proclemer e Giorgio Albertazzi. Anche questa volta la censura è implacabile: «Commedia morbosa». L´Italia non è cambiata. «Scrissi una lettera a De Pirro per convincerlo», rievoca oggi la Proclemer, «ma non servì a nulla». Il verdetto in poco si discosta dalla precedente bocciatura: «Contraria alla morale e offensiva nei confronti dei principi costitutivi della famiglia». Censurata.
Accadeva il secolo scorso, ma è come se la trama del discorso arrivasse fino a oggi. Lo dice bene Brancati: «L´Italia non si stanca mai d´essere un paese arretrato. Fa qualunque sacrificio, perfino delle rivoluzioni, pur di rimanere vecchio».