Francesco Verderami, Corriere della Sera 8/7/2007, 8 luglio 2007
ROMA – 1997-2007
Dieci anni dopo si rinnova lo scontro tra Romano Prodi e Rifondazione comunista. Allora erano le 35 ore, oggi lo scalone: la dinamica politica però è identica. Allora il premier riuscì a trovare un compromesso con Fausto Bertinotti, all’epoca segretario del Prc, ma un anno dopo capitolò.
Nella fase più critica della vertenza, si tenne un vertice della Quercia, allargato alla delegazione dei ministri. La riunione avvenne il 7 ottobre del ’97, subito dopo il dibattito alla Camera sulla Finanziaria, in cui il presidente del Consiglio si appellò al Prc: «Siamo al bivio, ma discutiamo ancora». Bertinotti replicò: «Sulla Finanziaria non c’è maggioranza ma si può continuare a trattare».
Massimo D’Alema, leader del maggior partito della coalizione, chiese chiarezza: «Prodi ha dimostrato uno spirito generoso e genuino di autocritica. A questo punto, o avremo la forza di andare avanti o chiederemo la forza agli elettori». Il giorno dopo il premier si dimise, ma la crisi si risolse con il rinvio alle Camere del governo, che ottenne una nuova fiducia il 16 ottobre, grazie al «patto di un anno» con il Prc basato sulla riduzione dell’orario di lavoro e la salvaguardia delle pensioni di anzianità.
Ecco il verbale della riunione che si svolse nella storica sede di Botteghe Oscure. Allora c’era il Pds, presto ci sarà il Pd, ma i temi al centro della discussione politica sono gli stessi di questi giorni.
Botteghe Oscure, 7 ottobre 1997
Walter Veltroni, vice presidente del Consiglio
- «Con Rifondazione il governo ci ha provato, ma da quel che ci hanno chiesto è difficile pensare che vogliano un’intesa. La situazione è paradossale. La posizione del Prc nel merito è strumentale. Loro fanno un ragionamento che riguarda la collocazione politica del partito. La sostanza del ragionamento è questa: se in Italia vince la sinistra riformista, non c’è più spazio per la sinistra comunista. Di qui la necessità di "sfilarsi".
Nel merito. Visto che non si può immaginare l’assunzione diretta da parte dell’Iri, il governo ha proposto di costituirne una nuova, che raccolga le diverse agenzie del lavoro, e che si preoccupi non solo di sollecitare le imprese, ma anche, per esempio, di programmare grandi interventi di opere pubbliche, una gestione pubblica del lavoro interinale. La risposta è stata: vogliamo l’assunzione diretta. Sulla riduzione a 35 ore dell’orario di lavoro, siamo disponibili a una legge che preveda incentivi alla riduzione.
Previa contrattazione sindacale, ovviamente. Sulle pensioni di anzianità, la proposta del Prc era l’esenzione di tutto il settore privato. La nostra proposta: lavoro precoce e lavori usuranti. Insomma, se avessimo fatto di più saremmo caduti in una contraddizione insostenibile.
Cosa succede ora? Bertinotti può dire due cose: non voteremo la Finanziaria; il governo ha chiuso. Scenari possibili: il Polo annuncia che voterà la Finanziaria. Si potrebbe andare avanti, facendo finta che non è successo niente. Ma non possiamo chiedere le elezioni. Se Bertinotti dichiara di non votare la Finanziaria, o si vara un documento della maggioranza o Prodi sale al Quirinale».
Fabio Mussi, capogruppo del Pds alla Camera
- «Presentiamo il documento e andiamo al voto. Se Bertinotti non apre non bisogna dargli altro tempo».
Giorgio Napolitano, ministro dell’Interno
- «Ci sarebbe molto da dire su come si è arrivati a questo, senza nulla togliere alla irresponsabilità del Prc. Mi limito a osservare che la discussione della Finanziaria in Consiglio dei ministri non è stata preparata. Ci sono state discussioni tra noi... Non so nulla dei contatti intercorsi con il Prc nella fase di preparazione della Finanziaria. Mi chiedo però: o abbiamo sottovalutato le minacce di rottura; o abbiamo messo nel conto la sfida e la risposta "elezioni subito"; oppure Prodi aveva considerato la possibilità di andare avanti con la Finanziaria, sfidando alla Camera il Prc e il Polo.
Sulle prospettive. Non penso che si debba trattare con il Polo, anche se sarebbe considerato un pasticcio solo da noi italiani. Sono perplesso sul documento di maggioranza, perché votare insieme al Polo presenta meno inconvenienti rispetto alla presentazione di più documenti. Il governo deve presentare sottoforma di emendamenti le proposte fatte al Prc».
Cesare Salvi, capogruppo del Pds al Senato - «Tenterei di utilizzare spazi di mediazione. Eviterei il voto (del documento, ndr), perché serve soprattutto a cavare di impiccio gli altri e ci creerebbe invece qualche problema».
Fulvia Bandoli, esponente della sinistra ds e membro del comitato politico
«C’è un elemento che mi è poco chiaro. Cosa succede se noi concludiamo con un voto, da qualunque parte proposto, e Prodi va dal presidente della Repubblica? Con la posizione che ha Oscar Luigi Scalfaro (contrario alle elezioni, ndr), con l’atteggiamento del Ppi, e con noi che oggi a sentire Veltroni diciamo di non poter chiedere le elezioni, dopo aver per settimane detto il contrario... Insomma... Saremmo nella palude: un governo tecnico e niente elezioni».
Mauro Zani, esponente della maggioranza dalemiana e membro del comitato politico «Quello che mi sento di escludere è il percorso lungo, partendo dal presupposto che bisogna far finta di niente. Sarebbe una posizione insostenibile. Tuttavia il voto su un documento è oggi di necessità collegato alla prospettiva delle elezioni. Allora, o c’è qualche carta coperta, oppure siamo in panne. Non c’è nell’opinione pubblica una tensione positiva rispetto alle elezioni. Altrimenti ci sarebbe un’altra linea: andare a un Prodi-bis con il Prc dentro il governo. questo che forse hanno in testa dentro Rifondazione».
Marco Fumagalli, esponente della sinistra pds e membro del comitato politico «Prendiamo tempo e cerchiamo di trovare ancora una mediazione con il Prc. Prodi deve dire chiaramente che è il presidente del Consiglio solo di questa maggioranza».
Massimo D’Alema, segretario del Pds - «Non nasce da noi nè dal governo la situazione nella quale ci troviamo. Al di là della competizione a sinistra, abbiamo tentato di rafforzare il rapporto con il Prc. Nella Bicamerale il punto che stava più a cuore al Prc ci ha però visti isolati. Io penso che il governo abbia sbagliato nel rapporto con il Prc, mettendo in difficoltà il Pds. Siamo noi ad aver subìto la difficoltà del rapporto. Bertinotti ha detto che bisogna restituire all’Italia una sinistra antagonista. Ma quando ad un certo punto li abbiamo stretti, sospinti dalla paura delle elezioni hanno offerto un patto di sei mesi. L’intesa a termine, che ha avuto per noi un prezzo politico incalcolabile, è stata un’operazione tattica che ha lasciato inalterata la loro visione strategica. Questo è il punto vero: la separazione. Tanto che nel corso del mio colloquio con Bertinotti, lui era solo interessato alla sorte degli accordi per le Amministrative, dando per scontata la crisi. Quanto al Polo si ipotizzava la sua deflagrazione, che invece non c’è stata. C’è invece il movimento del centro. Un governo di unità nazionale durerebbe fino al 1999. Escludo l’ipotesi di andare avanti. Se si apre la crisi chiederò una verifica rapida».