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 2007  luglio 07 Sabato calendario

ROLLING STONES

di Fabrizio Rondolino. Roma. I saw her today at the reception/A glass of wine in her hand": la ragazza che tiene in mano un bicchiere di vino, seminuda nella hall di un albergo, riempie del suo sguardo ubriaco lo Stadio olimpico di Roma, e le nozze mistiche del rock and roll si consumano un’ennesima volta sul palco di trecento tonnellate, lungo sessanta metri e largo trenta, che innalza sopra la folla il desiderio e il languore della "più grande band di tutti i tempi" - i Rolling Stones.
"I saw her today at the reception..." la voce di Mick Jagger è un miagolio lievemente perverso, una vibrazione, e naturalmente una linguaccia; Keith Richards, impenitente eroinomane salutista, si gratta la testa con un ghigno che sembra destinato a lui solo. You Can’t Always Get What You Want è probabilmente la più bella canzone degli Stones (per inciso, è la preferita dal dottor House) perché ciò che vorrebbe negare nel titolo, lo afferma invece con la musica e con la voce in modo persino perentorio, e per questo tanto più struggente: sì, possiamo davvero avere tutto quello che vogliamo. Del resto, è questo che ci hanno insegnato gli anni Sessanta. L’essenziale è non smettere mai di desiderare.
Sono esattamente quarantacinque anni che gli Stones suonano in pubblico. Il primo concerto è del 12 luglio 1962, al Marquee di Londra; l’ultimo è in corso: "A Bigger Bang", di cui ieri sera è andata in scena a Roma la replica numero 127, è un tour cominciato due anni fa a Boston, replicato l’anno scorso a Milano, che ha già fatto tappa in 22 nazioni di cinque continenti, da cui è stato appena tratto un dvd quadruplo, e che continua indisturbato (dopodomani sarà in Montenegro) a macinare chilometri, spettatori, milioni di dollari, emozioni.
Tutta la loro carriera, a pensarci, è una sola, interminabile tournèe nel desiderio della musica. Ed è da quel 12 luglio di quarantacinque anni fa che gli Stones non hanno mai smesso di suonare la stessa canzone, così riconoscibile e così inverosimilmente uguale a se stessa. Keith Richards e Mick Jagger sono da questo punto di vista il rovescio speculare di John Lennon e Paul McCartney, che il demone dell’invenzione spinse a bruciare in meno di otto anni la parabola incandescente dei Beatles. Gli Stones invece non hanno mai inventato nulla, se non se stessi: e in ciò sono davvero i più grandi.
Quando dunque li vedi sul palco - sir Michael Phillip "Mick" Jagger, 64 anni il prossimo 26 luglio, voce; Keith Richards, 64 anni a dicembre, chitarra; Ronald David "Ronnie" Wood, 60 anni, chitarra; Charles Robert "Charlie" Watts, 66 anni, batteria - quando suonano e saltano e cantano immersi nelle 443 luci multicolori che un esercito di 208 operai e tecnici montano e smontano e trasportano in 42 autotreni, quando insomma va in scena quello show che si chiama "Rolling Stones", non è ben chiaro se ai microfoni ci siano proprio loro, o un ologramma, o magari una cover band così brava da poter sostituire l’originale nei secoli a venire.
Pochi fenomeni come un concerto degli Stones s’avvicinano con tanta emozione al concetto di realtà virtuale: e per quanto si sappia benissimo di assistere ad una vera esibizione tenuta da musicisti in carne ed ossa, la sensazione di trovarsi al cospetto di un ologramma in sensurround non soltanto permane per tutta la serata, ma paradossalmente ne accresce a dismisura il piacere.
Dall’inizio di Start Me Up al bis di Brown Sugar, passando naturalmente per Satisfaction, suonata sul palchetto che si alza e si allontana tra la folla nel giusto tripudio di applausi, il grande rito si consuma con precisione millimetrica, secondo una scaletta oramai scolpita nei neuroni di tre generazioni, e ogni volta riesce nel miracolo: trasformare l’acqua in vino, e il piombo in oro. Al cuore della musica c’è la dialettica - o la mistica - del desiderio, e gli Stones, eredi albini della ”musica del diavolo”, ne celebrano i trionfi carnali nella sublime e orgiastica Sympathy for the Devil, o nella suadente e oppiacea It’s Only Rock and Roll. Se c’è un buon motivo per apprezzare ancora questi simpatici vecchietti, questo è l’oltranzismo languido della loro canzone senza fine, la spudoratezza e l’oscenità del desiderio, e in definitiva il lieto evento del piacere.
[Lo show di ieri sera allo Stadio Olimpico è stato anticipato da un fuori programma che avrebbe potuto porre una seria ipoteca sullo svolgimento di tutto il concerto. A un’ora dall’inizio, centinaia di fans hanno forzato una porta e hanno occupato i posti in platea, quelli più cari e numerati. L’ordine è stato ristabilito senza incidenti e lo show si è potuto aprire come da copione con spettacolari fuochi d’artificio e un video mozzafiato sul gigantesco schermo; un prologo ad effetto che ha anticipato l’ingresso dei Rolling Stones sul palco. "Buona sera Roma, ciao Italia", ha detto Mike].
Fabrizio Rondolino